— “Temete che vi manchi tempo a baciarlo?”

— “Credete voi che io avrò tempo a baciarlo?” domandò Isabella cacciandogli addosso due sguardi da penetrare nei più intimi ripostigli del cuore. E Paolo Giordano, mandando obliqui i suoi occhi, s’ingegnava sfuggire da indagini e da contestazioni:

— “Lo credo benissimo: o chi vi ha a tenere? E, in caso di oblio, noi manderemo per esso. — Orsù dunque, a cavallo; a che ci trattenghiamo più oltre? Al Cerreto, alla pace.... alla quiete.... al riposo delle durate fatiche.... ai dolci sonni!”

— “Stultum est somno delectari, mortem horrere, cum somnus assiduus sit mortis mutatio.

— “Che andate voi mormorando, Isabella?”

— “Tornavami al pensiero una sentenza di Seneca nel libro dei costumi intorno al sonno, fratello della morte....”

— “Come si addice cotesta citazione al caso nostro?”

— “Niente.” — E due lacrime, — due lacrime sole le proruppero dagli occhi, non già scendendo giù per le guancie secondo l’usato costume, ma schizzando a zampillo come l’ultima freccia scoccata dall’arco del dolore.[93]

— “A cavallo!...”

E i famigli istigati dalle premure di Titta, che ormai si erano accorti avere ad obbedire come il duca, e più del duca con prestezza mirabile apparecchiavano [pg!355] cavalli, carrozze, e un carro di masserizie non solite a trovarsi in villa. Il maggiordomo don Inigo aveva domandato con la solita brevità: — Se avesse a caricare molte argenterie, e biancherie; — ma Titta gli rispondeva: