— “Mai no, maggiordomo, chè io faccio conto che al Cerreto vi soggiorneremo per poco.”

E si posero in via. — Il sole dardeggiava cocentissimo i suoi raggi; tacevano i venti; non ispirava un alito, e la vampa infuocata del tiranno dei cieli opprimeva le cose e gli animali. Le fronde degli alberi stavano immobili, chè non fiato, non sospiro di vento osava agitarle; le acque non mandavano il consueto mormorío; in tanto silenzio, e in così grande solitudine, sole le cicale quasi ebbre di calore si affaticavano nel canto fastidioso, che deve terminare con la loro vita; e qualche ramarro traversando veloce più che saetta la via, andava cercando un refrigerio di cespuglio in cespuglio: ad aggravare l’affanno del cammino, sommossa dalle zampe dei cavalli sorge la polvere, e ricade tenacissima sopra i capelli e le vesti dei cavalieri. I cavalli, smarrita la solita vivezza, incedono anelanti, con le orecchie dimesse, e giù pei colli e per le anche grondano sudore. — Paolo Giordano acceso in volto, e molestato anch’egli da insopportabile smania, dissimula non ostante il disagio, e dice con voce, che s’ingegna fingere festosa:

— “Questo bagno di sole ravvivare il sangue; l’uomo nato in terra italiana doversi rinfrescare infaticabilmente [pg!356] il petto co’ raggi del pianeta del giorno; il calore essere padre di vita, anzi la vita stessa; conciossiachè noi nasciamo caldi, e moriamo freddi;” — e simili altre novelle, alle quali attendevano pochi, rispondeva nessuno.

Intanto a grandissima pena giunsero sopra le sponde dell’Arno. Nei giorni precedenti era caduto un rovescio improvviso di pioggia, che sebbene avesse aumentato la intensità del calore, per modo che sembrasse piovuto fuoco, nonostante l’Arno se n’era riempito, e menava le acque grosse giù per la china. Chiamato il navalestro, accorse vedendo tanto nobile e così inaspettata comitiva, e propose passarla in due volte; molto più che le acque essendo gonfie, e la barca trovandosi pel soverchio peso ad affondare di troppo, potevano correre il rischio di qualche sinistro. Ma tutti si mostravano impazienti di valicare il fiume, e sopra gli altri il duca; però scesi i cavalieri dai palafreni loro, le donne dalla carrozza, entrarono in barca alla rinfusa con le bestie e co’ cariaggi, senza punto pensare alle parole del navalestro, che non si rimaneva di ammonire. Paolo Giordano e Isabella si erano condotti sopra la parte estrema della barca, che doveva prima toccare la sponda, senza ricambiarsi parola. Paolo Giordano si pone a guardare fisso le acque che scorrono; — scorrevano quasi spinte da forza arcana, e gorgogliando profondo pareva quasi si lagnassero della fuggevole durata consentita loro dai fati. Allo improvviso, [pg!357] come se volgesse il discorso a sè medesimo, favella:

— “Queste acque, che mi passano con tanta furia davanti gli occhi, si acquieteranno certamente nel mare; ma le anime umane, non meno transeunti di queste acque, dove mai giungeranno?”

— “Dove piacerà alla misericordia di Dio,” risponde Isabella.

— “Misericordia! Dite piuttosto dove le meneranno le opere e i meriti che si saranno acquistate in questo nostro correre alla morte, che si chiama vita....”

— “Giordano mio, nessuna creatura umana presuma salvarsi mercè i suoi meriti. — Che cosa siamo noi, se Dio non ci sovviene?”

— “Voi confidate molto nella misericordia di Dio?”

— “Intieramente.”