E Paolo Giordano:

— “Perchè ci hai salvato? Chi te lo aveva detto? E chi te lo aveva domandato? Saremmo iti allo inferno senza pure accorgercene.”

Troilo e gli altri lo guatarono in cagnesco. Il dabbene uomo pensava trasecolare. Rimaneva ultimo don Inigo, tutto nero, pallido in volto, truce negli sguardi. Se agli occhi del navalestro gli altri sembrarono il demonio, questo pareva la versiera: ormai in cuor suo aveva fatto una croce sopra la mancia sperata; nonostante per non mancare al costume si mosse per chiedergliela, ma la voce gli venne meno a fiore di labbra. Don Inigo gli sbarrò addosso due occhi per cui il navalestro dette indietro tre passi, e don Inigo col medesimo sembiante lo incalzava pure sempre, e quegli sempre indietro. Don Inigo si cacciò la mano sotto il giustacore; e l’altro, temendo che ne traesse daghetta o pugnale, si tenne per ispacciato; ma invece ne cavò due bellissimi ruspi, e glieli porse. Il navalestro non si fidava, ma l’amore del danaro vinse la paura; si accostò, e stese anch’esso la mano aperta, ma tremante. Don Inigo lasciò cadervi dentro i ruspi senza dire parola; li prese l’altro senza fiatare: quegli volse le spalle al navalestro, il navalestro a lui, che correndo a gambe verso la barca, non si tenne sicuro finchè non vi si [pg!360] trovò dentro. Allora aperse la mano, sospettando che le monete fossero diventate di piombo, siccome suole accadere, giusta la volgare credenza, di quelle che vengono coniate nella zecca infernale; ma di oro, come gli parvero prima, così anche adesso gli parevano: ad ogni modo se le chiuse bene in saccoccia esclamando:

— “Io le farò benedire, perchè se non era la Tregenda quella che ho passato poco anzi, vo’ che mi si dica non essere io il navalestro del Petroio!”

Eccoli giunti a Cerreto-Guidi; eccoli giunti a piè delle ardue cordonate per le quali si perviene faticosamente in cima alla villa.

Villa! Sì certo così chiamavano e tuttavia chiamano il fabbricato che fu una volta proprietà d’Isabella Orsini a Cerreto-Guidi. Bellissima colà ride la natura, e fa di sè lieta mostra, e nonostante gli uomini mettendovi sopra quelle funeste loro mani sono giunti a renderla luogo di terrore: un poggio che lasciato stare intatto sarebbe stato quanto altro mai delizioso e leggiadro, fasciarono di mattoni e di pietre, e lo convertirono in fortilizio. Quattro scali ripidissimi, due per parte, conducono alla sommità: i primi formano angolo a piè del colle, e si distendono a destra l’uno, l’altro a sinistra; i secondi prendono principio là dove questi terminano, e si riuniscono in angolo davanti la piazza del palagio. I muri vengono giù a scarpa, tutti di mattoni di colore vivacissimo, sicchè paiono pure ora tinti di sangue: [pg!361] le bozze, i cordoni, e gli orli dei parapetti sono di pietra di Gonfolina; i primi scali attraversano quarantadue cordoni l’uno dall’altro assai più di un gran passo discosto, i secondi di quarantatrè; il poggio sotto è scavato, e l’uomo vi si avvolge per tortuosi sotterranei. In mezzo alla muraglia occorre parimente di pietra una immane arme; ma le palle medicee, o per provvidenza di tempo, o per opera umana caddero, come cadde la famiglia dei Medici, come cadde la potenza di lei, come cadranno tutti i potenti del mondo nel sepolcro. A cui più tardi, a cui più presto, ma a tutti fatalmente sovrasta l’autunno, imperciocchè noi siamo fronde attaccate all’albero del tempo, e il tempo anch’egli è fronda peritura della eternità. Ma caduti gli uomini, e spente le cose, avanza la fama, la quale comecchè vecchia e zoppa, non muore mai, nè si ferma; e sebbene tardi, arriva sempre a raccontare ai posteri i vizi e le virtù dei trapassati. Vissero tristi potenti, che le strapparono la lingua, e crederono averla resa muta: ma la lingua della fama rinasce come la testa della idra; e Dio non consente che venga Ercole per lei, avvegnachè la mandi sopra questa terra a modo di precursore della sua tarda, ma inevitabile giustizia. —

Il palagio contiene una sala vastissima terrena: in fondo ha un arco, e dalla parte destra dell’arco mediante larghe scale di pietra si ascende al primo piano.

Entrati appena a mano destra, occorre un quartiere. [pg!362] Entratevi, andate in fondo, ed ecco troverete una stanza che fa cantonata: uno dei lati, quello di fianco, guarda mezzogiorno; l’altro di facciata, ponente. Adesso ha una sola finestra sopra la facciata; nel tempo della nostra storia ne aveva due. La seconda si apriva nel lato di ponente: vi sono due porte: una grande, e palese; l’altra piccola, e segreta, una volta coperta dalla tappezzeria di damasco verde. Io ho misurata la stanza, e la trovai dieci passi lunga, e sette larga. Nel muro vidi uno armario profondo, di cui nessuno si accorge dove non guardi attentamente: voltate in su gli occhi al soffitto altissimo; avvertite, sono sedici travicelli, che posano sopra un trave maestro.... Ma non è per farvi contare i travi e i travicelli, che io vi persuado a voltare in su gli occhi; no in verità: badate bene, là sotto il trave maestro accanto al terzo travicello, contando dalla parte parallela alla facciata, e osserverete un fóro....

Ricordate cotesta stanza, e quel fóro. — Corrono ormai duecentosessantotto anni che quel fóro sta così....

Cerreto fu detto dalla copia dei cerri che ombravano il colle e larghissimo tratto di paese, come Frassineto dai frassini, e Suvereto dai sugheri, e Rovereto dai roveri.[94] — Ora dove andarono i cerri? L’occhio del passeggero cerca invano un albero sotto del quale riposare il capo riarso dalla vampa del sole, e non unicamente a Cerreto, ma per quanto [pg!363] si distende la Toscana, e perfino sopra i gioghi ardui degli Appennini, ogni giorno più scarsi s’incontrano gli alberi. — Oh! ella è pure trista necessità quella di spogliare la terra di tanto stupendo ornamento. Sparirono le selve, e con esse le Driadi, e le Amadriadi, e i Fauni, e i Silvani, e l’altra amabile famiglia di cui le popolava la fantasia dei poeti; sparirono le selve, e con esse i cavalieri erranti, le lancie corse, le imprese onorate, le fate, i nani; e le regine della bellezza di che le faceva liete la immaginazione dei romanzieri. Le Ninfe dei boschi seguitarono al mare ululando i tronchi diletti, e li raccomandarono alle Vergini oceanine, non altramente che se fossero stati figliuoli dilettissimi: e le oceanine Vergini ne presero cura, gli foggiarono in navi, gli ornarono di vele candidissime come le ale dello smergo, dettero loro la velocità dello albatro, la vaghezza dello alcione; poi con le mani e con gli omeri nudi ne spinsero la poppa; e i venti secondi, gareggiando con le Ninfe, soffiarono dentro le vele, e si compiacquero distendere pel cielo azzurro la bandiera della nostra contrada.