La nave, percorso mari intentati, portò arti, riti e insegnamenti di ordinario vivere civile a popoli sconosciuti e selvaggi, e la bandiera della contrada era salutata nelle remotissime spiagge come un segno di salute. Ahimè! questo è un desiderio che ormai non potrebbe più andare, quantunque volendo, adempito. La patria ha perduto la chioma dei [pg!364] suoi boschi, in quella medesima guisa che le greche vergini si recidevano i capelli sopra le tombe dei diletti defunti. I nostri alberi furono convertiti in navi, ma non per noi; i venti ne spiegarono la bandiera, ma non era la nostra; sostennero battaglie, ma non per le sorti della patria; andarono cariche di merci, ma non raccolte nelle nostre campagne, nè dalle mani nostre fabbricate: bene furono condotte per mari ignoti a traverso inusitate procelle e immani pericoli da italiani uomini, ma di coteste imprese altri raccolse il frutto, e alla patria venne una sterile rinomanza. Nazioni barbare ci comprano i boschi, mentre presso di loro il ferro si astiene dalle querce sotto le quali i Druidi celebravano i misteriosi sacrificii. — Ahi! gente trista, che vendi tutto, e potendo venderesti anche il tuo sole e il tuo cielo, perchè, se in te non hai parte alcuna di ardimento o di gloria, diseredi i tuoi nipoti? Perchè, non contenta della tua vilezza, apparecchi ai tuoi figli una eredità di vergogna e di lacrime? Qual giudicio ti aspetta oltre la fossa, dacchè i figliuoli si accorgeranno di avere avuto genitori soltanto dal male che ne ricevono!

Ma Cerreto allora andava ombroso di copia di cerri, di olmi, di lecci, di querce e di alberi di ogni maniera; e per quei boschi volavano di ramo in ramo fagiani, francolini, ed altre infinite famiglie di uccelli; per le frasche saltavano caprioli, daini, cervi, e lepri, e cignali; sicchè era luogo sopra ogni [pg!365] altro adattissimo alle cacce, delizia suprema della vita dei principi.

Mentre Isabella sorretta dal suo consorte poneva il piede sopra lo scalo, inciampò nel primo cordone, e ne sentì acerbo dolore; onde voltasi a Paolo Giordano sorridendo mesta gli disse:

— “Malo augurio è questo: un Romano tornerebbe indietro.”[95]

E Paolo Giordano, non occorrendogli alla mente nulla di buono, si tacque, sforzandosi a sua posta di ridere.

Giunti nel palagio, ognuno andò nelle sue stanze; il duca in quelle ov’era la camera dal fóro qui sopra descritta, attendendo alle mondizie della persona.

Fatto ch’ebbero lavacro delle membra con acque odorifere, cambiate le vestimenta, acconci i capelli, si ridussero nel piazzale avanti il palagio.

Il sole privo di raggi sembrava un occhio insanguinato, e lo emisfero da quella parte offriva l’apparenza di un lago di sangue. Immenso spazio di paese si distendeva davanti ai nostri personaggi, chè da quella sommità in gran parte i contadi di Firenze, di Pistoia, di Volterra, di Pisa, di Colle, di Samminiato, e perfino di Livorno, si scorgono. Gruppi di case si vedono su per quei poggi dintorno come gregge di capre alla pastura; dai casolari s’innalzavano diritte colonne di fumo, e voci di canzoni melanconiche si diffondevano per la campagna, alle [pg!366] quali rispondevano alla lontana altre voci del pari piene di mestizia. Da una nuvola nera di tratto in tratto guizzava una lingua di fuoco simile alla spada dell’Arcangelo vendicatore nascosto per avventura là dentro. Il sole intanto si attenua.... adesso pare una margine di ferita.... è sparito! Isabella, mossa da impeto irresistibile, sporgendo ambe le braccia con l’abbandono disperato col quale vediamo sparire sotto la terra i dilettissimi nostri, esclamava:

— “Addio, o sole, addio!” — E con le mani si coperse la faccia.

— “Addio a domani,” riprese Giordano; “e fa di levarti con meno tristo sembiante di quello col quale ci abbandoni. Belle campagne, amiche selve, ozii beati, pur torno alfine a godervi, nè io sarò per certo a lasciarvi sì presto. Io sono stanco di correre dietro alla gloria, che mai si raggiunge; o se si raggiunge, quando l’uomo pensa di stringere un sommo bene, torna con le mani vuote al petto. Io voglio deliziarmi nelle domestiche dolcezze, le sole veraci nel mondo. Mi rendo in colpa, e vi domando perdono, Isabella, e mi vi lego con giuramento di non lasciarvi mai più. Mercè vostra, se io tornando a casa non vi comparvi straniero; grazie sieno alla bontà egregia della indole vostra, se dopo tanti anni riducendomi a voi mi fate credere di essermi partito pure ieri. Il mio cuore è infermo; a voi sta guarirlo affatto dalla febbre dell’ambizione, che lo ha travagliato mai tanto.” [pg!367]