E Isabella lo guardava, e sorrideva mesta senza aprire labbro; ma Troilo, che le parole reputava vere, consolandolo favellava così:
— “Ora come potete dire avere speso i vostri giorni invano? voi in cento battaglie avete raccolto tanta mèsse di allori, da coronarne due Cesari; e per tacere delle altre, a Lepanto, combattendo fortissimamente vi acquistaste tal nome, che la storia registrerà con orgoglio nelle eterne sue pagine. Deh! vogliate appagare il mio lungo desiderio: narratemi le vicende di cotesta battaglia di giganti.”
— “Più tardi, Troilo, più tardi: ma, io ve lo ripeto, tutto è vanità. Guarda, e vedrai qual bene uscì da tante morti, da tanto affanno, e da tante ferite? I Cristiani l’uno dell’altro astiosi non seguitarono il corso della vittoria; i Turchi insorgono più infesti che mai; e Don Giovanni, malgradito vincitore, riporta in premio della sua prodigiosa prestanza l’oblio, e lui avventuroso se non lo incoglie anche peggio! Quel suo gran cuore di soldato, che si espande nei pericoli del combattimento, condannato a rodersi in corte, presto cesserà di battere;[96] imperciocchè la gloria fosse la sua aria, il suo sangue il pericolo, le battaglie la vita. Appunto lo esempio di cotesto illustre infelice mi persuade a fare senno, e a piegare le vele affaticate dal lungo cammino. — Veramente è tardi, ma pur meglio una volta che mai; la mia vita ha consumato anche il [pg!368] vespero.... almeno Dio mi conceda riposato il tramonto!”
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Gli scudieri avevano con molto accorgimento apparecchiato le mense giù nella sala terrena, e liete apparivano dei doni di Cerere e di Lieo; molti doppieri mandavano luce vivissima, la quale si rifletteva con raggi infiniti pei lucidi argenti, per le porcellane candide, e pei forbitissimi cristalli. Avevano aperte tutte le porte che mettevano capo nella sala; e di riscontro alla porta maestra che dava adito al piazzale, l’altra corrispondente ai giardini; e nonostante, tale era la gravezza dell’aere affannoso, che non una fiaccola vedevi oscillare sopra i candelieri, e le pieghe delle portiere stavano immobili non altramente che se di marmo o di piombo si fossero. — Per tante foci non iscaturiva refrigerio alcuno di aria fresca.
E si assisero a mensa. Paolo Giordano faceva ogni sforzo affinchè i commensali si dessero in balía alla gioia scapigliata e fragorosa: egli aveva mestieri di eccitamento; s’ingegnava stordirsi; nel rumore di allegrezza bugiarda intendeva celare la interna procella: insomma due cose egli cercava principalmente, coraggio a persistere, e capacità a simulare. Alla perfine gli venne conseguito il disegno: i commensali, non avendo motivo di reputare falsi i conforti di Paolo Giordano, si abbandonarono a franca ed aperta dimostrazione di esultanza; e così venne temperata [pg!369] la gioia artifiziosa e ghiaccia che ostentava costui. Troilo, comecchè, seguendo il costume degli ignoranti, assai presumesse di sè, e quindi sperando bene gli sembrasse non potere sbagliare, pure non se ne stava del tutto tranquillo, e per lo meno reo consiglio divisò affogare ogni tristizia nel vino. Cominciarono i colloqui a diventare concitati e vivaci; i motti arguti volavano di labbro in labbro; di su, di giù, s’incrociavano i detti lepidi, e non mancarono parole di doppio significato, e novelle, che fanno abbassare gli occhi e sorridere le donne. Ferveva la mensa; gli scudieri si affaccendavano attorno recando vini di più maniere, e fumanti vivande; il mormorio, che nasce da molte voci favellanti insieme, indizio certo di festoso banchetto, empiva attorno la sala e di tratto in tratto era rotto da altissime risa.
Ma Isabella partecipa a cotesta giocondità quanto importa per non dare prova del turbamento che l’angustia; e non le sfugge che Paolo Giordano, mentre conforta gli altri e lei a bere sovente, egli non beve mai, tocco appena con le labbra il bicchiere, lo pone sopra il vassoio. I suoi occhi cercano spesso quelli di Giordano; ma Giordano li schiva a sommo studio; o, se pure li incontra, li torce altrove con prestezza maravigliosa. Non è già ch’ella si affanni di questo, dispostissima a tutto; ma per una vanità insita alla nostra natura, si compiace nel volere manifestare a Giordano come lei si potesse uccidere, non ingannare. [pg!370]
E poichè agli uomini non mancano mai motivi di bevere e di nuocere, così nè importa riferire, nè giova, in quante guise e per quante cause bevessero.
Troilo in parte cedendo alla universale esultanza, in parte anche per procurarsi viepiù la grazia del cugino, si alza improvviso, e tenendo in mano un bicchiere colmo, in questo modo propizia a Paolo Giordano:
— “Alla salute del cavaliere fortissimo di Cristo, al felice combattitore di Lepanto....”