Paolo Giordano vegliava....

Venuto nelle sue stanze, si abbandona sopra un seggiolone, appoggiando la faccia al pugno sinistro, [pg!409] e lasciando giù pendente la destra. È bianco, e contraffatto, e non mormora parola: due bei bracchetti bianchi col collarino di scarlatto ricamato di oro, accostumati a ricevere le sue carezze, gli giacciono ai piedi, lo guatano fisso, e quasi ingegnandosi di richiamare l’attenzione del padrone sopra di loro, gli vanno lambendo dolcemente la mano. Sembra che di nuovo si agitasse nell’anima del duca una contesa fierissima tra il volere e il disvolere; ma bene esaminata ogni cosa, discusso quanto poteva giovare, e quanto nuocere, librate le ragioni del bene e del male, o almeno quelle che a lui parevano tali, e la offesa, e la vendetta, e il perdono, assai potè conoscersi chiaro a quale conclusione scendesse quando gli sfuggirono dai labbri le parole:

— Ella è cosa che bisogna compire!

E quindi subito:

— “Titta!”

— “Signore.”

Paolo Giordano strascicando la voce tra i denti:

— “Hai.... tu.... apprestato?....”

— “Hollo.”

E successe un silenzio affannoso: poi lo ruppe Paolo Giordano chiamando: