NOTE
| [1] | Come raggio di sole in acqua mera. (Dante.) Gli Gnostici, distinti con lo epiteto di dociti, negarono in Gesù Cristo la natura umana, e lo supposero un fantasma, però che: non dignum est ex utero credere Deum, et Deum Christum.... non dignum est, ut tanta majestas per sordes et squallores mulieris transire credatur. Questa eresia fu condannata fino dai primordii della Chiesa da San Giovanni. |
| [2] | L’altro esempio fu, che si legge scritto da Cesario, che nel contado di Lovagno fu uno cavaliere giovine di nobile lignaggio, il quale in torneamenti e nell’altre vanitadi del mondo aveva speso tutto il suo patrimonio: e venuto a povertà, non potendo comparire cogli altri cavalieri, com’era usato, divenne [pg!20] a tanta tristizia e malinconia, che si voleva disperare. Veggendo ciò un suo castaldo, confortollo, e dissegli che s’egli volesse fare il suo consiglio, egli lo farebbe ricco, e ritornare al primo onorevole stato. E rispondendo che sì, una notte lo menò in un bosco: e faccendo sua arte di nigromanzia, per la quale era usato di chiamare i demonii, venne uno demonio, e disse quello che domandava. Al quale rispondendo com’egli gli aveva menato uno nobile cavaliere suo signore acciocchè egli lo riponesse nello primo stato, dandogli ricchezze e onore: rispose, che ciò farebbe prestamente e volentieri, ma che conveniva che in prima il cavaliere rinnegasse Gesù Cristo e la fede sua. La qual cosa disse il cavaliere che non intendeva fare. Disse il castaldo: Dunque non volete voi riavere le ricchezze e lo stato usato? andiamci: perchè m’avete fatto affaticare indarno? Veggendo il cavaliere quello che fare pure gli convenia se volea essere ricco, e la voglia avea pur grande di ritornare al primo stato, lasciossi vincere, e consentì al mal consiglio del suo castaldo; e avvegnachè mal volentieri e con grande tremore, rinnegò Cristo e la sua fede. Fatto ciò, disse il diavolo: Ancora è bisogno ch’egli rinnieghi la Madre di Dio, e allora di presente sarà fornito ciò ch’elli desidera. Rispuose il cavaliere, che quello giammai non farebbe; e diede la volta, partendosi dalle parole. E vegnendo per la via, e ripensando il grande suo peccato d’avere rinnegato Iddio, pentuto e compunto entrò in una chiesa, dov’era la Vergine Maria dipinta col figliuolo in braccio, di legname scolpita; davanti alla quale reverentemente inginocchiandosi, e dirottamente piangendo, domandò misericordia e perdonanza del grande fallo che commesso avea. In quell’ora, un altro cavaliere, il quale avea comperato tutte le possessioni di quello cavaliere pentuto, entrò in quella chiesa; e veggendo il cavaliere divotamente orare, e con lacrime di doloroso pianto dinanzi alla imagine, maravigliossi forte, e nascosesi dietro ad una colonna della chiesa, aspettando di vedere il fine della lacrimosa orazione del cavaliere compunto, il quale bene conoscea. In tal maniera l’uno e l’altro cavaliere dimorando, la Vergine Maria per la bocca della imagine parlava sì, che ciascheduno di loro chiaramente l’udiva, e dicea al figliuolo: Dolcissimo figliuolo, io ti priego che tu abbi misericordia di questo cavaliero. Alle quali parole niente rispondendo il figliuolo, rivolse da lei la faccia. Pregandolo ancora la benigna madre, e dicendo, com’egli era stato ingannato, rispuose: Costui, per lo quale tu preghi, m’ha [pg!21] negato: che debbo fare a lui io? A queste parole la imagine si levò in piede; e posto il figliuolo in sull’altare, si gettò ginocchione davanti a lui, e disse: Dolcissimo figliuol mio, io ti priego, che per lo mio amore tu perdoni a questo cavaliere contrito il suo peccato. A questo priego prese il fanciullo la madre per mano, e levandola su, disse: Madre carissima, io non posso negarti cosa tu domandi: per te perdono al cavaliere tutto suo peccato. E riprendendo la madre il figliuolo in braccio, e ritornando a sedere, il cavaliere certificato del perdono per le parole della madre e del figliuolo, si partia dolente e tristo del peccato, ma lieto e consolato della perdonanza conceduta. Uscendo dalla chiesa, il cavaliere, che dopo alla colonna avea ascoltato e osservato ciò che detto e fatto era, li tenne celatamente dietro, e salutollo, e domandollo perchè egli avea tutti gli occhi lacrimosi: ed egli rispuose, che ciò avea fatto il vento. Allora il cavaliere secondo disse: Non me lo celate tutto ciò che in vêr di voi è stato detto e fatto. Onde alla grazia che avete ricevuta, per amor di quella che l’ha impetrata, io voglio porgere la mano. Io ho una sola figliuola et unica, vergine, la quale vi voglio sposare, se v’è in piacere: e tutte le vostre possessioni grandi e ricche, che da voi comperai, vi voglio per nome di dota ristituire, e intendo di avervi per figliuolo, e lasciarvi reda di tutti i miei beni, che sono assai. Udendo ciò il giovane cavaliere, consentì al proferto matrimonio. E adempiuto tutto ciò che promesso gli era, ringraziò la Vergine Maria, dalla quale riconobbe tutte le ricevute grazie. (Passavanti.) |
| [3] | Signore, quante volte, peccando il mio fratello contro a me, gli perdonerò io? Fino a sette volte? — Gesù gli disse: Io non ti dico fino a sette volte, ma fin a settanta volte sette. (S. Matteo, Cap. 18.) |
| [4] | Parini. Il Mattino. |
| [5] | Reziarj erano i gladiatori che combattevano con una rete, ed inseguivano i Marmilloni o Galli, che portavano un pesce per cimiero, gridando: Non peto te, Galle, sed piscem peto. |
| [6] | Il sig. Morbio riporta nella Storia dei Municipi Italiani una parte dell’opera de Achille Marezzo, bolognese, maestro generale dell’arte dell’armi, che insegna la difesa a chi inerme fosse assaltato con daghetta, stilo o pugnale. — Ivi: — «Opera nova de Achille Marozzo bolognese, maestro generale dell’arte dell’armi.» Nella seconda facciata del libro leggesi: — «Opera nova chiamata duello, o vero fiore dell’armi de singulari abatimenti offensivi et difensivi, composta per Achille Marozzo gladiatore bolognese, che tratta de’ casi occorrenti ne l’arte militare, dicendosi tutti i casi dubiosi per autoritade de iureconsulti, et tratta de gli abatimenti di tutte l’armi, che possano adoperare gli homini, a corpo a corpo, a piedi et a cavallo, con le figure che dimostrano con l’armi in mano tutti gli effetti, et guardie che possano fare o con la spada sola, o con pugnale accompagnata, o rotella o targa, o brochiero largo, o stretto, o imbracciatura, e così con spada da doi mani, o armi inastate de tutte le sorte, col pro et contra, et con diverse prese et strette de megia spada, et molti documenti a chi volesse ad altri insegnare de combattere, o de scrimere, con infinite prese de pugnale che legendo in questo apertamente potrai vedere a parte con il segno del passeggiare, et le lettere che denotano el tutto, et questo e fatto per dare lume agli homini generosi, che si dilettano della virtù de [pg!49] l’armi, e ancora per quelli che vorranno ad altri insignare, con suma diligentia corretto et stampato.» — Trascriveremo alcuni ammaestramenti che Marozzo dava per disarmare l’assalitore. — «Documento sopra a molte prese de stilo, ovvero daghetta, o pugnale, che facilmente tutte se possano fare, accadendo, come se costuma a questi moderni tempi, che de molti huomini si ritrovano essere offesi per non havere arme in mano ne manco scentia. Et io vedendo de questi casi occorrere, me sono mosso amorevolmente con l’arte mia, a scrivere queste cose, come trovarete davante in questo libro, acciò che quelli, che se dilettano de la militia, sieno avvertiti ad imparare tale presa, per conservatione de la vita loro. Et notati, che dite prese che qui serano composte in tutte l’armi, a lotta serano molto utile, per quelli che se essercitarono in tal virtude, o vero arte. »Hora nota che qua daremo principio alla prima presa, havendo denotato de quanta utilitade e a sapere deffensarse dal suo inimico, mi sono sforciato dare principio a questa prima presa de stillo, over dagetta. Et nota, che avendo il tuo inimico una de l’arme sopradette in mano, e necessario a guardargli sempre con l’occhio alle mani accio che lui non te possa gabare, avenga dio chel tuo inimico te tirasse sopra mano d’una dagetta, tu te repararai con la mano manca pigliando il braccio tuo alla roversa, cioe il braccio tuo dritto, et in questo medesimo pigliare, tu geterai la tua gamba dritta de dietro a la destra del tuo inimico trahendo in questo medesimo gettare il braccio tuo dritto al collo allo inimico, storcendo in tale gettare la tua mano sinistra verso la parte dritta del sopra detto, tirando le dette braccia gioso a terra, facendo a questo modo farà lui uno capo fitto in drieto. »Havendo el tuo nimico con l’armi sotto mano, come appertamente dimostra la figura, fermarai l’ochio tuo al pugno sopra detto: cioe che traendoti lui disotto insuso per amazarti de una ponta tu te gieterai con braccio tuo manco al suo braccio dritto, voltando il pugno tuo con le dita ingioso, et pigliarai lo stretto passando in el pigliarlo de la tua gamba destra, mettendola de fuori da la dritta del sopra detto tuo nimico, et in questo medesimo gettare de gamba tu pigliarai la coscia destra con la tua mano dritta al sopra detto, cacciandoli, in questo pigliare, la testa tua sotto il suo braccio destro, et volterai le spalle alla roversa, et a questo modo, tel [pg!50] portarai via, et getarallo in terra, et serai diffeso galantemente, e polito. »Volendo declarare il modo da deffensarsi da uno che te tirasse de una dagetta per amazarti sopra mano, come in questa tertia parte si vede, tu te reparerai trahendo la mano tua dritta al braccio destro del tuo inimico, pigliandolo in questo tale gettare il detto braccio per di fuori alla roversa passando in detto tempo con la tua gamba manca alla destra del sopradetto, pigliando in tale passare con il tuo braccio mancho la sua gamba dritta, e a questo modo tu lo butterai per terra indrieto, e se seria risolto, et gli darai a lui delle ferita.» |
| [7] | Nè erano senza grave pericolo siffatti esercizj. Nelle cronache di Tommaso Costo napoletano, che comprendono lo spazio dall’anno 1563 fino al 1586, leggiamo come in Napoli nel carnevale del 1579 Muzio Pignattello, uno dei figliuoli del marchese vecchio di Lauro, correndo a schiera con altri immascherati sotto le finestre della principessa di Bisignano, che allora abitava nel palagio che fu del principe di Salerno, dove poi fu fatta la chiesa dei gesuiti, precipitò insieme col cavallo in cosiffatto modo, che essendo allora ventuna ora, non visse più che insino a notte. — E più sotto: Onde si esercitava continuamente, e in giocar di arme, et in saltare, et in volteggiare, et in cavalcare, et in ballare, et in ogni altra attitudine conveniente a cavaliere torneava, e giostrava, ed il tutto faceva con tanta felicità, che pochi in alcune cose lo pareggiavano, ma in tutte niuno. Nel 1559, quando si fecero in Francia le nozze della sorella del re Enrico II con Filiberto duca di Savoia, e delle sue figlie, Claudia e Isabella, la prima con Carlo di Lorena, la seconda con Filippo II re di Spagna, il re correndo la lancia contro il conte di Mongomery, fu percosso in maniera, che «la lancia del conte troncandosi nel colpo, alzò la visiera dell’elmo del re, e nella fronte inverso l’occhio destro ne scassò una sverza in tal guisa, con alcune altre minori dalla parte di sotto, che il re diede vista di qua e di là di cadere; il che veggendosi, vi corse il principe di Ferrara, ch’era in ordine per correre il suo arringo, il duca di Guisa, ed altri signori, e scesero il re, e tostamente disarmatolo, lo portarono quasi di peso in palazzo, e il distesero mezzo morto sopra il letto, e conobber tosto i medici, cavandone cinque sverze, che la ferita era mortale. Dolevasi [pg!51] il re, che poichè gli conveniva pur morire di arme, come alcuna volta da astrolagi eragli stato predetto, non gli fosse avvenuto in guerra reale, e non in giostra dove gli pareva perdere la vita per giuoco, e senza pro veruno, o pregio degno di re.» (Adriani, Storie, lib. 16.) |
| [8] | MS. della Bibliot. Reale di Parigi, N. 10, o 74, Capponi, e mio. |
| [9] | MS. sopra citati. |