| [10] | A dì 16 marzo, fu impiccato al Bargello Alfonso Piccolomini.
Ma di questo bandito è da parlarsi più a lungo.
Il sig. Alfonso del sig. Iacopo Piccolomini, nobilissimo Senese,
e ricco di beni di fortuna, come quello ch’era signore
di castella, et altri beni dai quali cavava grossa entrata e rendita,
cominciò fino dalla puerizia a dar segno della cattiva
riuscita che fece, e da giovanetto cominciò a darsi al mal fare,
e compiacersi d’esser capo di masnadieri, e gloriarsi d’aver
molte inimicizie, e sapersi da tutti bravamente et ingegnosamente
riguardare e difendere; per il che facendo ammazzare
or questo or quello, fu necessitato per timore della giustizia
ritirarsi ad un suo grosso castello vicino ad Ancona, ove quivi
dimorò qualche tempo; ma non potendo il di lui genio facinoroso
e sanguinario comportare star così ozioso dentro un
castello, balzò in campagna con 300 uomini al tempo di papa
Gregorio decimoquarto, e nella Marca con diverse specie di
crudeltà ammazzò molti uomini e donne; predava e storpiava
bestiami, abbruciava case e biade; dipoi passò nella campagna
di Roma, facendo l’istesso, ove dimorò più mesi sempre
in campagna svaligiando et uccidendo i passeggeri: nè furono
buone le diligenze che da Roma si fecero per rimediarvi; perchè
egli stando su gli avvisi, e come pratichissimo di quelle
campagne, se sentiva che le genti che venivano per combatterlo
fussero in numero superiore al suo, e da non potergli
resistere, si ritirava in luoghi sicuri, e se il contrario, gli
aspettava in luoghi vantaggiosi, e così gli obbligava tornarsene
a Roma senza far nulla, o vero con qualche perdita di loro.
Onde per minor male, e per levar questa peste d’intorno a
Roma, il pontefice per opera del sig. Iacopo, richiesto dal cardinale
Ferdinando de’ Medici, s’indusse a ribenedirlo, ma però
con queste parole: — «Il cardinale de’ Medici mi levò di su le
forche un uomo il quale una volta si farà impiccare;» — le
quali parole furono una vera profezia, perchè il medesimo cardinale
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de’ Medici, divenuto granduca di Toscana, lo fece poi
impiccare, come si dirà. Alfonso così ribenedetto passeggiò
alcuni giorni per Roma con grand’indegnità, quanto all’universale,
del pontefice; ma stimolato esso dal suo genio inquieto,
non contento di viversi così civilmente, riprese la mala
vita l’anno 1589, e raccolto buon numero dei suoi uomini,
ritornò in campagna, e ricominciò a far di molto male, e toccando
con gli suoi lo Stato fiorentino sempre predando, e facendo
dimostrazioni di nemico, più tosto che di suddito, obbligò
il granduca, allora Ferdinando già cardinale, a spedirgli
dietro il sig. Cammillo del Monte con numero cento cavalli e
mille fanti, con facultà concessagli dal pontefice di poter seguitarlo
anco dentro lo Stato della Chiesa da per tutto, e fino
a dieci miglia vicino alle porte di Roma. Così andando, il
detto sig. Cammillo lo combattè, dissipando et uccidendo la
maggior parte dei suoi; ma Alfonso con alcuni se ne scappò,
e non potendo esso ritirarsi tra i Veneziani, nè tra altri principi
d’Italia, sendo da tutti ributtato, come nemico comune,
e pubblico guastatore di strade, e non essendo abile di resistere
a tanta forza, ridotto con due soli compagni, si trasferì
in abito di pecoraio, e capitò in casa di un contadino tra la
Romagna e lo Stato di Firenze; ma ivi riconosciuto, fu data
notizia del suo arrivo a chi guidava la gente di S. A., ove
subito fu spedito con buona squadra di soldati da’ quali si lasciò
vilmente far prigione, e condotto a Firenze fu tenuto
alcuni giorni in prigione; et esaminato più volte, benché senza
tormenti, confessò tutto quello che attestava la pubblica fama,
onde la sera del 15 marzo 1590 a ore otto fu condotto in cappella,
e dal bargello annunziatogli la morte; del che non s’alterò,
come quello che molto ben sapeva di meritarla, e non
messo manette nè ceppi ai piedi, com’è solito, ma lasciatolo
sedere, e stare con suo comodo; e così approssimandosi l’ora
dell’esecuzione, mostrò una gran viltà; e come cristiano si
confessò e si comunicò, senza farsi sopra di ciò pregare; ma
non diede però quell’indizio di salute che si desiderava, poichè
non mostrò segno di vero pentimento, come si vede negli
altri, e che in lui bisognava perchè era pubblica voce, e
forse confermata da lui medesimo nel suo esame, che per opera
sua gli uomini che erano periti erano più di 300, et una infinità
di roba rubata, case e campagne arse, e guastate. Fu
impiccato al ferro la mattina del 16 del detto mese di marzo
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1590, circa l’ore 13, ove stette fino alle 22 ore, e doppo
fu levato dalla compagnia.... e condotto nel tempio, ivi fu
sepolto. Un suo castello ch’era vicino ad Ancona, di rendita
migliaia di scudi, andò in potere della Chiesa, et altri suoi
beni nello Stato di Siena, che erano assai, andorno al fisco
del granduca con ogni resto del suo avere, del che s’andò
alimentando et educando una sua figlia pargoletta rimasta sola,
che di comandamento di S. A. S. fu messa nel monastero
delle Murate di Firenze.
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