[58]«Era una delle principali passioni di Francesco I fabbricare porcellane elegantissime, che poi mandava in dono ai principi e a grandi baroni.» Galluzzi, T. III, p. 119.
[59]«Francesco con una compagnia di mercanti esercitava [pg!172] questo commercio del pepe, e v’impiegava i suoi galeoni. La compagnia acquistava 30,000 cantara di pepe a 32 crusadi per cantaro, col patto della esclusiva di venderlo a tutto il mondo.» Galluzzi, T. IV, p. 106.
[60]Quest’arme fa una testa di Moro.
[61]E veramente si trova registrato così entro un libro di Ricordi.
[62]L’atrocità, narra il Galluzzi, Lib. IV, c. 2, Storia del Granducato, l’atrocità del fatto fu celata al pubblico, e velata con le attestazioni di uno accidente sopraggiuntole per palpitazione di cuore, a cui asserivano i fisici essere stata sempre soggetta. Al re di Spagna fu confidato per mezzo dello ambasciatore tutto il successo con scritto a parte li 16 luglio, in questi termini: «Sebbene nella lettera vi si dice dello accidente di donna Eleonora, avete nondimeno a dire a Sua Maestà Cattolica che il signor don Pietro nostro fratello l’ha levata egli stesso di vita per il tradimento ch’ella gli faceva con i suoi portamenti indegni di gentildonna, i quali per il suo segretario ha fatto intendere a don Pietro suo fratello e pregatolo a venir qua, ma egli non ci è voluto venire, e nemmeno ha lasciato che il segretario parlasse a Don Garzia. Noi abbiamo voluto che la Maestà Sua sappia il vero appunto, essendo deliberati ch’ella sappia sempre ogni azione di questa casa, e particolarmente questa, perchè se non si fosse levato questo velo dagli occhi, non ci sarebbe parso di potere bene e onoratamente servire Sua Maestà, alla quale, con la prima occasione se le manderà il processo ove ella conoscerà con quanta giusta cagione il signor don Pietro si sia mosso.» Gradì il re Filippo la confidenza etc.
[63]Credo fare cosa gratissima pubblicando la seguente lettera, ch’io reputo affatto inedita, e sconosciuta generalmente. È stata ricavata dalla Biblioteca Reale di Francia, ove si conserva sotto No 10, O 74. La copia manoscritta è scorrettissima, in parte manchevole, e in parte non leggibile, ed io m’ingegnerò a correggerne il dettato per modo che possa intendersi. Per questa lettera, scritta evidentemente da persona anzi che no mordace, e poco amorevole alla casa dei Medici, in ispecie poi al granduca Francesco e alla Bianca Cappello, conosceremo quanto sia falsa la fama dello avvelenamento di Francesco e della Bianca. Il genere di vita dai medesimi praticato non aveva mestiero di altro argomento per farli morire sollecitamente, [pg!173] avvegnachè comprenderemo di leggieri com’essi si avvelenassero tutti i giorni. «Lettera di Giovanni Vettorio Soderini allo Illustrissimo Signore Silvio Piccolomini sanese, in ragguaglio della morte et esequie del Granduca Francesco. »E’ merita il pregio della opera, e mi si appartiene, signore Silvio Illustrissimo, scrivere a vostra signoria illustrissima una grande e prolissa lettera. Quando, che alli giorni passati la Morte cavalcò sopra il suo destriero magro e disfatto per investirsi del titolo di Grande. La Morte ottenne a Roma il titolo di Grande, e conseguita ch’ella ebbe cosiffatta indecentissima intitolazione, se ne cavalcava frettolosa alla volta del Poggio a Caiano, e quivi con irresistibile forza e pari valore assaltò il Grande Etrusco di Firenze e Siena, e lo abbattè alli 19 di ottobre 1587 a 4 ore e mezzo di notte, e di 47 anni lo privò di vita dopo strani e disusati scontorcimenti, e ululati e muggiti diversi. Stette senza favella da dopo desinare fino al punto in cui fu soprappreso da febbre scottantissima. Il signor Pandolfo de’ Bardi, e il signor Troiano Boba, hanno sempre attestato che fosse per soverchio insolito esercizio scalmanato, e così presa una calda per essersi fermo in frigido luogo vicino all’acqua, come pure per causa di vecchi disordini, troppa continua beuta di elisir, e suo acquerello, et acqua arzente, e da mezzi minerali alchimiata e alterata; immoderata e nociva familiarità con l’olio di vetriolo ed uso troppo frequente di acqua di cannella stillata; e dal mangiare paste e composizioni calide, torte con tutte sorte di speziarie, gengiovi, noce moscada, garofani e pepe, polpe di capponi, fagiani, francolini, pernici, starne, e passere minutamente tritate, intrise con rossi di uova, crusca di zucchero, e farina inzaffranata; sorbire prima di pasto, fra pasto e dopo pasto continuamente uova con pepe lungo di Spagna pesto; empirsi sempre di cibi grossi, triviali, e di robaccia dura a smaltire, come agli d’India con pepe nero, cipolle, porri, scalogni, aglietti, malige [pg!174] crude, ramolacci, radici, rafani tedeschi, raponzoli, carciofi, cardoni, gobbi, sedani, nuchette, e nasturzii indiani, castagne, pere, funghi, tartufi, e in istrabocchevole quantità sorte di ogni formaggio; bere vini crudi, frizzanti, raspati, indigesti, grechi fumosi e gagliardi, e vino di Spagna, di Portercole, e di Reno: lacrima, chiarello, vino di Cipro, Malvagia, Candia, vino secco di Spagna, di Corsica, di Pietra Nera con la neve, avendo lo stomaco frigidissimo, e il fegato caldissimo; ai quali vecchi disordini voglionsi aggiungere i nuovi nella presente mala valetudine, come in mezzo alla febbre ardente bere gli sciloppi gelati, reluttare in tutto e per tutto il cristere, mandare giù pillole involte in pasta di ostie tenute a raffreddare nel diaccio, medicine e bevande nevate, e nel colmo dell’ardore della febbre sotterrarsi le mani nella neve; bere dopo il farmaco un gran bicchiere dì acqua agghiacciata; saziarsi a strane ore di latte infrigidito, e tirar giù due bicchieri di mosto ancora bollente, e poi per l’arsione della gola, aridità di lingua, asciuttezza di fauci e palato, collepollarsi fra le gote dentro in bocca con due pallottole di cristallo di montagna affreddate nel ghiaccio o nella neve, e raffreddare il letto con lo scaldino pieno di ghiaccio alla foggia del principe Carlo. Questo ed altro faceva a guisa del cardinale S. Angiolo, della Queva, del vicerè di Napoli, di Giannettino Doria, e del Signor Prospero Colonna, ma vi si tolse giù restandone chiaro. Non fece testamento prima, nè poi; solo sottoscrisse una polizza di sua mano di scudi 50,000 da distribuirsi tra i suoi servitori di corte. Confessollo il padre Maranta, il quale mi afferma che non ispecificò il numero e la quantità degli scudi da distribuirsi, ma raccomandò in generale che fosse rimunerata la servitù, e rincrescergli di non potere vivere tanto da farlo da se stesso. Il confessore non fu a tempo di memorargli se volesse erogare più altro a benefizio dei suoi, perchè chiusi gli occhi non potè muovere la lingua, o crollare la testa. Nel ricevere i sacramenti proferì le orazioni, la confessione della messa, e [pg!175] il Miserere assai speditamente. Monsignor Abbioso lo linì della estrema unzione. Il cardinale di Firenze fu assistente alla data dei sacramenti, e alla più parte delle cerimonie. »Saperà ancora V. S. I. come interrogatolo uno intrinseco suo, che cosa volesse dire che in tanta felicità di stato, e abbondante potenza di tutte le cose, mai non si rallegrasse, così rispondesse: — «Certo ch’io dubito, che questa mia moglie non mi abbia fatto qualche malía affatturamento, comecchè separato e disgiunto da lei, vivere e posa avere non posso.» — Intorno a che più volte ragionando la Bianca disse: — «Da mio marito a me hanno a correre ore, e non giorni.» — »La morte, finito l’uno prima, andò alla volta della granduchessa, che stava chioccia, e la sopraggiunse mentre con ansia investigava lo stato del marito, e si sforzava di fargli ricordare la promessa per la promozione di D. Antonio, perchè fidandosi sopra il bene essere del Granduca, non gli chiese in vita danari, beni o roba, ma indovinando la morte del suo marito dal calpestio di un andito all’altro, dalla una all’altra camera, dal rumore delle carrozze e dei cavalli, e dal vedere il signore Pandolfo de’ Bardi con gli occhi molli, le guancie infuocate e bagnate, sospirante spesso, e semivivo, comecchè la sua damigella L. V. N. A. gliele avesse poco anzi messa in dubbio, cacciato il capo sotto, frastagliando parlò: — «Conviene anche a mi morire col mio signore.» — E mandato un sospiro interno per entro il cuore, non fiatando più fino alle quindici ore e mezzo dell’altra mattina, spirò; e come undici ore prima trapassò il marito, similmente undici ore dopo morì la moglie; facendo comparire con simili accidenti un atto in commedia terminato in doppia tragedia nel sopraddetto spazio breve dall’uno all’altro. Il successore, che con iscusa di rinforzo della sua gotta, si era su le tre ore licenziato da lei, alle sette e mezzo giunse alla porta a Prato, ove scontrato il primo capitano dei Lanzi, rispettosamente, con [pg!176] temenza, e tremandogli la voce (credo io per la grande novità di mutazione) gli disse: «Ora avete ad essere così fedele a me, capitano, da qui innanzi, come a mio fratello siete stato.» Il palazzo granducale fu dipoi come per lo avanti custodito dai Lanzichenecchi soliti, e gli Spagnuoli, che già per questo effetto si erano chiamati dal Monte, si rimandarono. In seguito chiamato Bernardo Buontalenti, fedelissimo discuopritore dell’intimo Etrusco, gli dette il contrassegno, e si fece scuoprire sotterrato il tesoro di cinque milioni e mezzo di oro, e di 700,000 scudi di elette gioie; onde, chi vorrà negare che non siamo venuti alla età dell’oro? Già per comune discorso danno al nuovo signore per moglie la vedova di Francia, ma non vi è fondamento, ch’essendo vissuta regina, regina intende morire; e altri altre, secondo la opinione di quelli che vogliono indovinare: staremo a vedere et udire quello che nascerà, perchè questi son giudicj temerarj. Il nuovo signore pensa già, tratta, discorre e ragiona di volere rivoltare e ritravagliare il mondo, rifare e ritoccare ogni qualunque cosa, rivolgere sottosopra ogni mal fatto, ogni sconcio correggere, moderare ogni scempiezza; levarsi dattorno i ministri mozzorecchi, sbandirsi innanzi tutti i ribaldi, mandar via i cortigiani oziosi, superflui e girovaghi; cacciare in malora i parassiti, gli adulatori, le finte meretrici, tutte le triste persone, e di male affare; gastigare i malvagi, i maligni, i rei, gli scellerati, i mariuoli, i tagliaborse, dileguare i banditi, punire i ruffiani, i sicarii, i grassatori; far morire gli assaltatori di strade, gli assassini, gl’ingannatori, i seduttori, i bestemmiatori, i viziosi, gli scorretti, i bislacchi, tutti gli uomini di mala vita; mandar via, e segregare dal commercio degli altri i vagabondi e i girovaghi, tòrre insomma la vita ai pessimi, far vivere esaltando, accarezzando, giovando, riconoscere premiando, e amando sempre i buoni, e perseguitando i contrarj; proibire i giuochi, le bische, le baratterie, i ritrovi, le carte, i dadi, le scommesse, e le altre [pg!177] barerie; levare i grecovendoli, temperare e moderare i postriboli e le taverne; mutare le segreterie, li magistrati, gli uffiziali, i giudici, i rettori, gli auditori, gl’infedeli et insufficienti ministri, e gli uffici distribuire per i meriti, e non per i favori, e ai necessitosi; rivedere i conti a tutti, e i non buoni gastigare e cassare, avendo riguardo ai poveri bisognosi, e sovvenirli di limosine, giovarli, aiutarli di comodità, esercitando sempre le doti potentissime di principe, che sono liberalità e clemenza; afferma, tra le altre cose, la nostra Siena essere mal trattata e mal governata: non volerla così, e doversi guidare dal Piccolomini vostro cugino, e dal Pannilini. Basta, staremo a vedere, imperciocchè non manchi chi affermi essersi soltanto dalla padella entrati nella brace, Venere sempre dominante, ed essersi mutata la frasca non il vino; ma ragionevolmente scorti e conti gli errori dell’altro governo, potrà agevolmente correggerli nel suo. E di già le avviso la sua prima azione, ch’è stata d’imprigionare il procuratore di Livorno, aggravato d’infiniti rubamenti e querele, il quale ha voluto primieramente ammazzarsi col darsi percossa di un Cristo, nostro Signore, posto in croce, e appresso in Santa Maria Nuova si è morto. Il cardinale ebbe sempre in urto a cagione della sua iniquezza, poco rispetto e malvagità, Pietro Lazzero Zeffirini cabalista di Siena, nomandolo sempre ghiotto, impiccato, mozzorecchi, e tristo; così non prima morto il fratello, e forse prima, o in quel punto e in quella ora, diede ordine a messer Guido Del Caccia gonfaloniere, che facesse dare la caccia a costui, e preso, lo facesse custodire in lato iscampabile; talchè data rigida commissione al Cagnaccio principale, che con insolenti cani andanti alla presa dell’uomo lo rabburchiasse, fu carpito in casa, onde gli disse: — «Siete prigione del granduca.» — «Del granduca prigione io sono sempre» (rispose). — Al che con sinistra e soprastante maniera lo garrì dicendo: — «Havete ad essere prigione dadovero.» — Scandalizzossi il signore [pg!178] Piero Lorenzo, e disse: — «Prigione io, ministro di Sua Altezza? voglio vedere il mandato, e suo chirografo.» Ed esclamando — io protesto, io ti farò, io ti dirò, — lascia pure minacciare e bravare a lui! Intanto ei lo afferrò per un braccio, e fattolo muovere lo condusse al buio presso di Bora, e forse peggio, avendo ad essere giudicato delle tante querele, misfatti, e male opere da messere Lorenzo Osimbardi, successore in suo luogo; ciò ch’è stato caro, et ha piaciuto a tutta la gente. »Ora l’altra sera dopo la morte, il cadavere del Grande Etrusco fu portato in lettiga con la guardia del signor Piero Antonio dei Bardi con 200 torcie bravissimamente portate da uomini di arme, e stefaniani, e uomini di corte, fino alla porta della città, e a quella di S. Lorenzo con gli stangoni in ispalla dei cavalieri, e dei cortigiani; e la seguente sera fu portato il cadavere della Bianca con assai meno caterva, 20 torcie sole, alla semplice, alla pura, alla solinga, et abietta bene. Il cadavere del granduca si vide con la corona, e così stette fino all’avello. Il Buontalenti domandò se doveva lasciarsi vedere la Bianca, e incoronata; gli fu risposto: che si era vista, e che aveva portato la corona pure assai; e instando egli, dove si avesse a seppellire, gli fu risposto: dove volete voi; al che replicando, fu risposto interzando: dove volete voi: non la vogliamo fra i nostri. Onde involta in un lenzuolo fu alla rinfusa gittata nel carnaio, ch’è la tomba maggiore generale alla plebe. Per lo innanzi ambedue i cadaveri furono aperti, e mi accertarono maestro Baccio Baldini, e maestro Leopoldo Carlini da Barga, essere stato nelle interiora dell’uno e dell’altro la medesima simpatia di malore: come di corruzione di fegato e polmone, di trista abitudine, di panniccoli nello stomaco, e mal colore di arnioni; se non che nel cadavere della donna fu gran copia di acqua, comecchè infetta da due anni in dietro d’idropisia: e queste combinazioni di morte accostatesi insieme nello spazio di 11 o 12 ore, siccome da prima in altrettanto si ammalarono, [pg!179] hanno fatto credere allo ignaro volgo e alla rozza gente di collegazione di spiriti, e a me hanno fatto sovvenire dell’antica commedia di Plauto intitolata Commorientes, e degli due Plantuomini di... che in Venere obiere. Alcuni altri imburiassati da popolaresche voci hanno creduto che, siccome risuona di fuori il grido da più bande, che sieno morti di veleno, ma sono baie; chè fu di natura. Et in vero, egli è stato un atto di commedia in iscena comparso bene, molto presto finito in doppia tragedia; in somma abbiali fatti uscire di vita o il medico, o Dio, io la intendo a mio modo. »Con la sopraintendenza del cardinale di Firenze il nobile Bernardo Vecchietto, il ...... Ricasoli, Bernardo Buontalenti, e messer Francesco Lenzoni, hanno ad attendere alle cure dell’esequie, le quali si processioneranno alli 15 decembre del presente anno. Qui sembra che la Lettera termini, e sia stata ripresa assai dopo, perchè continua con queste parole: »Gianvettorio, come di sopra si può leggere, ha narrato la vita del granduca Francesco, i disordini che fece nella vita, la causa della malattia, e così della moglie, e della morte dell’uno e dell’altra. Ora narrerà succintamente l’ordine dell’esequie, delle quali per non essere tedioso descriverà solo quello che sostanzialmente gli parrà da tenere conto, e lascerà stare la borra, e però dice: »Che si partirono dal palazzo granducale con 6 trombetti muti a cavallo: era il palazzo parato di nero, e nel cortile il cataletto entrovi la effigie del granduca con la corona, e così era portato in San Lorenzo dove avevano destinato i posti ai magistrati, agli ambasciatori dei principi, e a quelli delle comunità. Messere Pietro Angioli da Barga fece la orazione funerale, dopo che fu entrato il cataletto col cadavere finto, la quale fu tenuta dotta, elegante e breve, in latino, dandogli quelle laudi che si potevano e convenivano a lui, biasimando i ministri cattivi i quali offuscarono in buona parte il buono animo e il governo suo, siccome interviene e interverrà [pg!180] sempre a tutti i principi che troppo si fidano dei loro ministri, i quali per lo più sono furfanti, e mercenarj, e però sarà bene avere loro l’occhio e l’orecchio alle mani; e che del dolore che si ebbe della perdita di tanto principe se ne afflisse inconsolabilmente il popolo, se non lo confortava la successione del fratello, dal quale si deve sperare una vita gioconda e felicissima, con quelle altre adulazioni convenienti ad un Oratore, che ha da lodare una cosa. Vi furono 11 vescovi. Del baldacchino che gli fu portato, non istarò a dire come fosse, nè manco del panno ch’era sopra il catafalco, ch’era tutto di broccato di oro con frange: napponi di oro ricchissimi, e le imprese e i ricami ricchissimi: 80 cavalieri con quelli del baldacchino che lo portavano, e 80 nobili a cavallo gramagliosi, andavano per le strade per far cansare gl’impedimenti, e andare ognuno in regola; alla porta vi erano 8 gigantesse di carta di chiaro scuro, tra le quali una sola sendovi, per essere morte, femmina, stima che significasse la Bianca quegli che scrive, non vi avendo ad essere altro simbolo che potesse denotare colei. Erano in San Lorenzo gli scudi delle 16 città tutti posti in fila in testa; e dai lati del coro eravi la sua andata a Genova quando vi venne il re Filippo, sendo esso principe di poca età; vi era ancora quando andò allo imperatore per la moglie Giovanna di Austria regina nata, quando s’impadronisce dello Stato, e che i Cappucci lo riveriscono rendendogli la obbedienza; la macchina di Pratolino, l’addirizzamento dell’Arno, il porto et accrescimento di Livorno, le fazioni fatte dalle sue galere co’ Turchi, e altre fatte da lui quando andò al Poggio, vivo, e tutto vigoroso. Era il catafalco alto braccia 32, e sotto esso catafalco fu fino a 3,500 tra torcie e fiaccole per la chiesa, e su esso catafalco posto il baldacchino di tela di oro nera, e sotto il baldacchino il simulato corpo. Alle orazioni e preci della messa grande, celebrata dal cardinale di Firenze, assisteva tutto il clero. La chiesa parata tutta, e archi, e colonne di rasce [pg!181] bianche e nere, intramezzate con più sorte di motti. Il viaggio fu di piazza dai Gondi per la via del Palagio a S. Croce, al ponte Rubaconte, per la via dei Bardi, per la via dei Guicciardini, a San Felice in Piazza, per via Maggio, per il Ponte a Santa Trinita dall’Antinori, al canto dei Carnesecchi, dai fondamenti del Duomo, e voltando dalla via dei Servi, dai Pucci, dai Medici, a San Lorenzo, processionarono 7225 passi in 5 ore. Innanzi al feretro andarono tutte le regole di frati, preti, canonici, vescovi, arcivescovi, la guardia dei Tedeschi col capitano armato a cavallo, ed essi tutti a negro rivestiti; 82 uomini d’arme, 250 cavalleggieri, 270 cavalieri con il loro abito lungo, 29 capitani, e tra essi 45 prigioni, e tutto a bruno con le insegne basse, archibusi sotto il braccio, e bandiere strascinate; 6 stendardi grandi di città principali, uno dei cavalieri di S. Stefano, portati a cavallo da persone nobili vestite di abito lungo di velluto dovizioso, e quello di mare portato a piedi; e arrivati che furono alla porta della chiesa, li riceverono sei nobili, e li portarono diritti intorno al catafalco per piantarli dentro a certi zoccoli fatti di terra, i quali, insieme a tutti gli altri abbigliamenti, rimasero alla chiesa. Dietro andarono i magistrati, la corte, i signori, i conti raccomandati, ambasciatori delle comunità e città, collegi di dottori di leggi, e di medicina, e studj, e la famiglia dei Medici. Seguirono appresso a tutti questi gramagliosi come gli altri di abito lungo, ma maggiore strascico per il gran bruno, 100 imbacuccati, 10 cavalli coperti di velluto nero, con amplissimi e potentissimi strascichi sostenuti da 60 giovani; le sue armi, cimieri, cornetta, stocco, zagaglia e la sopracoverta delle armi ricamata di oro furono portate a cavallo dai paggi, e con loro 17 baldacchini delle arti con drappelloni nuovi portati bassi, terragnioli, bandiere, e bandieruole portate ugualmente chine, e attorno la sembianza del morto da una banda e dall’altra. Nè può celebrarsi con quanta allegria e frequenza di popoli, che non saranno mai [pg!182] nozze o feste viste, e fatte così con tanta splendidezza, che ombreggiarono quelle dello invittissimo Carlo V ordinate e consumate a Brusselles, nelle quali si rappresentò andante la nave Magellana che fece il giro del mondo; e quelle di Giovanni Galeazzo Maria Visconti, che durarono 18 ore a passare, e vi furono 3000 torcie accese; e quelle del duca Alfonso di Ferrara, che per la copia grandissima di lumi fecero l’alluminatissima notte apparire limpidissimo giorno. »Le doglienze agli re ed ai principi furono queste: »Il sig. Ciro Alidori da Castel Rio allo Imperatore, in Sassonia e in Pollonia. Il sig. Giovanni Vincenzo Vitelli in Ispagna al re Filippo, con istruzione di raffermamento di collegazione, e di amicizia, e di servitù; e più appresso la SS. R. M. C., affinchè abbia moglie che possa essere per lui, benchè i più stimino, che per trapassare il negozio con più reputazione sposerà prima don Pietro. Il sig. Giovanni Niccolini a Roma. Il sig. Razio dal Monte in Francia col notaro a cintola il Paccalli per accomodare a modo della regina la vertenza che pende tra loro sopra il Poggio a Cajano di acconcimi, miglioramenti, ed altre pretensioni, e cacciarvi dentro 10,000 scudi prestati già al re nella scappata che fe già di Pollonia. Il sig. Rutilio Montalvo a Mantova. Il sig. Luigi Andonara a Venezia; duro et aspro ginepreto fare scilome a quei Magistrati, per dare loro ad intendere che non si sia beuto, ond’ei parlò così piano in Pregai, che appena fu sentito, sicchè dal segretario maggiore venne presa scritta la orazione, e poi gli rispose, ed egli riuscì acconciamente. Il sig. Emilio Pucci andò a Napoli, Sicilia, e Malta. Il sig. Luca Vaina in Baviera, e in Allemagna. Il sig. Alfonso Appiano d’Arragona a Ferrara. Il conte Bevilacqua ed il sig. Adriano Tassoni al duca di Urbino. Il sig. Matteo Bolli in Savoia, il quale non potè passare la Magra allora grossissima di acqua, ed essendosi abbattuto con tre dei suoi in un tal sergente della banda di quei paesi, con parole di orgoglio e presunzione, [pg!183] contendè perchè lo facessero passare a ogni modo, e lo trattò di villano. Il sergente, adunata la sua gente, lo aspettò poco dopo sopra la strada di Lerici, e a mano armata pose lui e tutti i suoi in pericoloso stato, per il che lo Standera con parole pacificatorie, spintosi innanzi alla volta sua, quietamente e posatamente dimostrò con buone ragioni al sergente, che per essere il sig. Matteo persona pubblica, dependente da principe di potenza grande vicino ai suoi signori similmente potenti, non volesse essere cagione di risse tra loro, con danno che ne verrebbe alla guerra contro ai Saracini comuni nemici. A così fatta persuasione sedossi lo scandaloso tumulto, del quale poi dolutosene a Genova n’ebbero gli aggressori notabile punizione, ma il sergente si dileguò. Il sig. Giulio Ricasoli a Massa, a Lucca, e a Genova; ma arrivato a Sarzana lo raggiunse il corriere speditogli dietro dal cardinale, con ordine che non passasse più innanzi, imperciocchè avea avuto certezza di là, che non volendo dargli del Serenissimo non arebbe udienza, onde se ne tornò subito indietro. Il conte Germanico Ercolani ed io siamo stati destinati per costà al Serenissimo di Parma, ma io ho voluto satisfare all’animo mio, lasciando il carico di tutto al conte, non avendo voluto disconciarmi della persona a così lungo viaggio per conto di morti tanto poco amati, niente apprezzati, meno dolsuti, e punto pianti. »Intanto il cardinale duca è tale da fare stare in cervello ogni papa, e si crede che non si smantellerà presto i panni che ha indosso, servendosi della porpora fino al primo conclave, del quale essendogli per legge e per bolle vietato lo introito, come privato potrà, se non fare un papa a suo modo, ammogliare almeno don Pietro con quella di Gardona, o altra, e procurare schiatta successora. Alcuni altri hanno opinione, che conoscendo egli benissimo che la felicità consiste in sapere, potere, volere, e avere in tutti i modi, sia per adoperare la mestola che gli è capitata nelle mani, e che gli hanno insegnato [pg!184] ad usare come conviene, et esercitare il grado che ha, attendendo a rassettare le cose guaste. »Ha ordinato riformatori della corte l’arcivescovo di Pisa, e il vescovo Masi, che l’acconcino alla Borgognona, e alla grande di Spagna. Maiordomo maggiore, sotto maiordomo maggiore, maestro di casa, e sotto maestro di casa, maestro di camera, e sotto maestro di camera, maestro di sala, e cavallerizzo maggiore, il quale ha dato al sig. Giovanni Vincenzo Vitelli. Gridò a testa delle candele gialle che vide accese sopra la credenza di argento, dicendo che le vuole bianche a tutti i servigi palatini, e aggiunse che non vuole essere ceraiuolo, nè calzolaio, nè compratore di gioie, nè di corame, nè tornitore, nè tagliatore di pietre, nè bicchieraio, nè stovigliaio, nè alchimista........ A Gian Bologna di Doagio, che gli spiegò lo intenso animo suo dì voler fare un cavallo di getto, maggiore per ogni verso un terzo di braccio di quello di Roma, da collocarsi sulla piazza della Dogana, dirimpetto alla Dogana, domandandolo quanto voleva per principiarlo, — rispose: 600 scudi: — al che disse: o cuore pusillo! — Ha ordinato dispensarsi danari ai mendicanti e ai prigioni: altri si liberino. La moglie di Piero Ridolfi studia la rettorica del Cavalcanti per fare uscire ambasciatore il suo marito. — Il popolo vuole supplicare per la reddizione e diminuzione della metà della paglia e delle farine, e che si levi in tutto e per tutto la gabella del ceci molli, della carne per i gatti, trippe, peducci, zampe, budella, il dazio che si paga per l’aere, per la stesa delle tende di mercato vecchio e muricciuoli quivi et altrove, segni delle stadere, tassa delle osterie, piombi ai fiaschi, segnatura di barili, gabella di bestie e legnami, carlini di teste e grossi nuovi, lire del contado, calde arrosto, lupini dolci, e tutte sorte di civaie, aranci, cedri, limoni, lastricature di strade; e sarà facile, perchè di simili aggraviuzzi non ne tiene conto alcuno. »Il sig. Alfonso Piccolomini, cugino di VS. Illustrissima, farà impiccare come lo abbia nelle mani, e lo disse [pg!185] da per se nella presa del Lazzeri, del quale è fuora la composizione, che dice: Già si è fatta vendetta Della carrozza Alcedema già detta. Gli amici dei cavalli havuto han bando; Ma per Lazzeri quando? Io non pensai giammai udir quell’ora Che il Boia dica: Lazzeri, vien fuora: Allor potrò cantare in larga vena, Zeffiro spira, e il bel tempo rimena. »Gli ha dato un giudice delegato di fuori di qua, perchè non si palesino le sue azioni, tra le quali se vi fosse mescolamento dei suoi affari si sopprimerebbero, nè si saprebbe cosa, che di ciò sia. »Ha fermo a nome di segretari il cav. Antonio Serguidi, il cav. Belisario Vinta, e P. Paolo Corboli, ma l’effetto principale è della nuova riforma della Segreteria nella guardia delle terre, città, e borghi. L’Usimbardi è più che mai in favore del suo padrone, e come capo di tutti i segretari della pratica segreta, e sopra il dare degli uffizj, dei quali Pietro Conti rimane Cancelliere per tenerne la lista, riscontrarli col quadernuccio, e non altro; per la quale è stato dato fuori una Caterina, che dice: Caterina tu non guardi, E’ governa l’Usimbardi; E se punto tu ti fidi Farà peggio del Serguidi. »A Benedetto Uguccioni ha ordinato si rivedano i conti, e che quando comanda i lavori abbia rispetto e discrezione pei poveri. Assai temono la cassazione, ad assai più ha detto che stieno di buono animo, e sperino bene, promettendo farsi loro protettore. Dei vecchi servitori del fratello, paggi ordinarj, paggi neri, lance spezzate, scudieri, cortigiani e uffiziali, saranno cassi e licenziati sino alla somma di scudi 20,000 l’anno; molti capitani delle bande saranno mutati, e ferme nuove lance spezzate, [pg!186] e nuovo ordine fatto di archibusieri a cavallo, come moltiplicato il numero dei Tedeschi a guardia della sua persona. E com’è di dovere, vuole principalmente servirsi di quelli che condusse di Roma fino a 300 bocche, i quali innanzi tutti conviene rimeritare, e beneficare come ha fatto. I danari lasciati da suo fratello ai servitori ha ripartito tra i più meritevoli a uguali porzioni, ad alcuni ha raffermo la provvisione, e che non servano. Ha ordinato rimettersi a don Pietro, liberalissimo e magnanimo signore, 10,000 scudi al mese con gli interessi, comportando così la ragione di stato, per non palesare o toccare i tesori della cassa palatina. »Fa professione di benigno, piacevole e cortese signore, e similmente di gratitudine, e di beneficare chi gli è stato servigiato, tra i quali si può vedere che sia, con speranza di molto merito, Riccardo Riccardi, che ricercato di entrargli mallevadore a Giovanni Battista Michelozzi, gli prestò egli stesso 18,000 scudi. E questo avvenne perchè al Michelozzi non bastava lui solo per mallevadore, ma voleva bensì tutti tre i fratelli, onde egli sdegnato e preso dal puntiglio, volle dimostrare di avergli egli solo, e contolli l’uno sull’altro; perchè l’onore e l’ambizione, che non possono far fare agli uomini? Al conte Ulisse, e alla moglie per antica affezione, ha concesso abitare il casino, ma non ci sverneranno, secondo si crede, perchè vi si riparerà don Antonio, al quale, essendo indisposto, messere Andrea Albertan negò, quantunque richiesto, la pietra belzuar, allegando che Bernardo speziale ne aveva, e che andasse a quello, e ciò per fuggire le taccie che falsamente gli avevano cacciato fuori le sciocche lingue intorno alla morte del granduca e della granduchessa. Ognuno afferma essere stata cosa importante ch’ei non abbia 10 anni meno, perchè altrimenti saria stato troppo portato verso le donne, sebbene alcuni pretendano che si muta la persona, ma non le voglie......... A don Filippo, spedalingo di Santa Maria Nuova, vuole [pg!187] si rivedano i conti; intanto gli ha fatto ritornare scudi 11,000 per completare il prezzo di 18 poderi contermini a Pratolino, che dallo Uguccione e Buommattei furono stimati scudi 30,000. »Asdrubale Cliva, fatto prigione a Roma a istanza sua, è stato condotto in queste carceri per dare conto delle tante querele appostegli conforme dice la profezia in rima: Asdrubalaccio tosto Dolgasi, che per lui la sorte varia, Che trar gli farà un dì dei calci in aria. »Similmente, con ogni studio e autorità, ha dato ordine che si spengano e dissipino ovunque sono gli assassini e banditi. Ha fatto il cavaliere Beccheria capo e persecutore loro con sufficiente numero di satelliti birreggianti secondo il bisogno. »Ora il popolo minuto per avergli corso dattorno, e gridato: palle, palle, e duca, duca, pensa ch’ei sia diventato tutta una pasta con lui, e spera che Arno e Arbia abbiano a correre savore, e non solamente savore, ma sapa dolce, e mostarda fine, anzi salsa reale: così ognuno fruga e rifruga, mesta e rimesta, si spinge innanzi, si ringalluzza, e si fa forte. Io ho fatto dipingere un gatto soriano, con gli occhi di topazzi sfavillanti, con un motto, che gli esce dal c... di fra le zampe, e che dice: in tenebris lucet. »È stato pure dipinto un sole incoronato con cappello ed arme, e alcuni vi hanno scritto sotto: custos, et causa salutis; dulce decus nostrum; altri: laborum dulce lenimen; ed altri finalmente: instar operum pretiose. »Fino a questo oggi gli sono state porte 2000 supplicazioni, le quali tutte si sperano graziate coll'ita est concedesi, e non come quelle del defunto duca, che avendo supplicato alla Divina Maestà di volere cambiare vita obbligandosi a trattare bene, contro il solito suo, i bambini, le balie, e la brigata, fu rimessa la informazione al protettore nostro San Giovanbattista, et ebbe un [pg!188] rescritto: — si rimette agli ordini di Giustizia; — onde infiniti versi sono stati appiccati in vari luoghi, dei quali i più notabili che sieno apparsi e veduti, sono questi: Medicea stirpe, del ben fare ignuda, Di sudore e di fame al mondo nata; Tanto in te stessa, quanto in altri cruda, E del comun languir fatta beata, Finchè in te stessa alma gentile intruda, Che in Francia, Spagna, e Fiandra si dilata; Lupa, Lion, sotto di Pietro il manto Cangerai alfine in riso il lungo pianto. »E prima era divulgato il seguente sonetto: Nol so se sia del Ciel destino, o fato, Che Firenze in tal modo è fatto inferno, Sendo ridotto a così rio governo, Che ciascun piange come disperato. Hanno gli empj al maggior gli occhi bendato. Fa seppellirsi, Dio giusto ed eterno! Co’ loro inganni giù nel basso Averno, E pon miglior ministri in ciascun lato. Pietro gli uffici incanta e l’Uguccione, Ti rinnegar con la sua propria voce, Il Troscia, il Giovannaccio col Cappone; Carlo Napoleon, che ai banchier nuoce, Filippo Alberto il negro uccel briccone, Che i tristi assolve, e i giusti mette in croce. »E della Bianca: Qui giace in un avel pien di malie E pien di vizj, la Bianca Cappella, Bagascia, strega, maliarda e fella. Che sempre favorì furfanti e spie. »e di più: In questa tomba, in questa oscura buca, Ch’è fossa a quei che non han sepoltura, Opra d’incanti, e di malie fattura, Giace la Bianca moglie del Granduca. »Il sig. Orazio Rucellai mio biscompare gli trattò dell’arcivescovo di Pisa! affinchè tra tanto dolce non fosse [pg!189] mescolato un po’ di amarore; ma egli assicurollo dicendo, ch’egli era qua per suoi particolari negozj, e non per altre faccende; ma si vede bene che l’arcivescovo mesta tutto, onde è stato scritto, e divulgato così: Di grazia, Serenissimo Signore, Fate mercede a tutto il popol grata, Prendete una granata, Cacciate l’Uguccione col Corsino, L’Antella, il Troscia e il Conte in un cantone; E quello ippocritone Arcifiscal pisano Tenetevel lontano, Chè ognuno ha gran timore Che non vi faccia infiscalare il cuore, Perchè egli è tanto tristo, Che faria diventar cattivo Cristo. »E il prelodato mio biscompare ricordògli, che la più importante cosa che si appartenga e che si desideri da un principe, si è che stia in grazia di Dio, cerchi con ogni studio mantenersi la sanità e la benevolenza delle persone, più appresso conosca che negli uomini, quantunque per molte parti perfetti, pure andare sottoposti a varie imperfezioni, tra le quali deve annoverarsi quel desio di cui ciascuno è punto, ansio e anelante, cioè la vendetta in cui sta volto con ogni studio, e con ogni arte, e con ogni pensiero, nè può vivere, nè può stare, non trova posa o quiete, e sempre cerca farla, e continuamente pensa, e si stimola in essa; allo incontro poi ricevuto il benefizio, tosto anzi subito se lo dimentica, non ha punto pensiero, nè si rammemora di chi gli ha fatto servizio, lo fugge, lo declina, e se crede trovarlo lo scansa. Dovere l’uomo prode essere più pronto a rimunerare chi gli è stato benefattore, che alla vendetta, e alla ira. Ciò essere parte di principe generoso e magnanimo, e così facendo essergli per avvenire sempre bene, e moltiplicare nelle felicità per se, e per i suoi. — E più appresso, dovere avere innanzi lo scritto degli Spiriti Volterrani, [pg!190] che dice: — chi ha in odio la ingratitudine non faccia servizj, imperciocchè egli sempre incapperà in essa; — ma ciò non doverlo trattenere punto, perchè il principe quando ha fatto il bene è contento per se, e poi giovando a uno si contentano molti per lo esempio, o per la speranza. Inoltre, che avesse sempre in mente lo scritto a Santa Croce del Barberino: frustra habet, qui non utitur; e poichè anche quivi è scritto, che il mondo si regge con le opinioni, cercare di conformarsi nelle sue opinioni con le migliori, e oltre a ciò porsi davanti gli occhi la gran buona mente di Samadio re, il quale diceva intendere a ragunare tesori per istrascinarsene dietro le some cariche, per darne a quanti bisognosi incontrasse, e poi rifarsi da capo, affermando il Principe essere un Giove per tutti onde giovare a ognuno, e più che per altro per questo doversi reputare uguale a Dio; finalmente il principe avere a fuggire tutti i ministri, i quali per proprio conto abbiano affetti particolari, e passioni di loro comodo, utile e interesse. »E così speriamo che la porchetta nuoti, il mondo vada in guazzetto, in candito e in gelatina. Fiorentini e Romani corrono la cavallina; Orsini, Mattei, Cecchi, Menichelli, marchese d’Ariano, monsignore del Monte, Titta, Arragonia, ed alcuno di loro gli è commensale continuo. — Se non che monsignore del Monte, non si volendo contentare, si è ridotto a mangiare solo con don Virginio, e gli è stato ordinata stanza separata, servimenti e vivande da principe. »Monsignore S. Galletto è comparso tra i primi per S. S. a dargli dell’altezza, e del serenissimo, visitando il più potente e ricco cardinale che mai abbiano creato, perchè il cardinale di Portogallo fu reggente, non re; — vi sarebbe Gastone se fosse eletto re di Pollonia, ma si afferma dicerto che sarà eletto quello di Svezia, se la vittoria del combatterlo stando nella vittoria delle armi, non inchini a Massimiliano. »I mandati, o lettere ai Cardinali, non sono mancate, [pg!191] tra i quali a Gioiosa, e a Farnese, ma più per ironia, che per altro: Correte, forestieri e terrazzani, Dacchè il granduca nostro Cardinale I fegatelli lancia in bocca ai cani. »Ed è corsa ancora una Caterina, che dice: Caterina, gatti, gatti, Assai ciance, e pochi fatti. »Il cittadino è rimesso; gli amici sono diventati servitori, i servitori schiavi. I forestieri sopra tutti gli altri graditi, e antesignani. »Il granduca attende a terminare tutti i lavori incominciati dal fratello, tanto di fabbriche, quanto di uffizj manuali, e anzichè no accresce, avendo preposto a tutti il signore Emilio Cavalieri signore di virtù, d’ingegno, e d’invenzione rara; come addrizzare Arno in canale, condurre in piazza l’acqua di Montereggi, finire il Palazzo, alzandolo dietro secondo l’architettura dell’Ammannato; levare la Dogana, e appianando case allargarsi dalla piazza del Grano, edificare quivi grandi logge, e, sopra, granai pubblici; rafforzare gli Uffizj rimettendo sotto gli architravi, colonne doppie in coppia vicine, levando quelle di pietra serena, finire la Galleria dall’altra banda, e farne rigirare intorno delle altre unite a quella per tutta la piazza granducale, e rigirando dal Sole rientrare sopra la Dogana in palazzo. Ha in animo di edificare un ospedale pei convalescenti. Dove aveva ad albergare la Sapienza ora alloggia la bestialità, e vi crescono le stalle alla barba di Niccolò da Vagliano, che ciò prevedere non potè, e dietro a se nell’orto fare un memorabile Semplicista. Vuol fare terminare il palazzo Pitti, e in mezzo della piazza pendente fare trasportare la gran pila elbigna, e similmente mettere mano a rizzare la colonna giacente di S. Marco, e dove si può abbellire et ornare la città, farlo. Gli è dispiaciuto notabilmente [pg!192] il disfacimento della facciata del Duomo, e per riordinarla a modo vi fa invigilare sopra il cavaliere Pacciotto con altri architetti. Ha fantasia d’ingrandire e illustrare il palazzo dell’Ambrogiana, dove avendo compro un podere, ha donato al venditore sopra la stima fatta Sc. 300. Usò liberalità con aver dato elemosina ai poveri, e, mancata la provvisione ai contadini, li sovvenne del suo. A quattro, trovati a pescare in bandita, fattisigli venire innanzi, volle sapere chi fosse stato il primo a spogliarsi per pescare, e intesolo, diede a questo 4 scudi, e agli altri uno per uno, minacciando loro per la seconda volta la cavezza. Fatte l’esequie, alle quali egli non intervenne, ma le stette a vedere circa a mezzo corridore per una gelosia, dacchè i cardinali non vanno mai ai morti, se non ai papi, aspettiamo qualche amorevolezza giovevole per molte cose proprie e particolari, almeno quando riceverà la Gran Croce di Gran Maestro, o alle nozze; ma aggravj di momento per ora non si tolgono, e le imposizioni importanti si mantengono. Levò ancora il dazio delle stufe, del legname della Opera, e si crede che così si farà del corame, e di altre piccole cosette di non molta rilevanza, o acconcio. Quanto al Governo, Marco Tullio Cicerone lasciò scritto ogni uomo sapere bene incominciare, la importanza essere nel perseverare, e più nell’ottimamente finire. Ultimamente deve VS. Ill. sapere che ogni nuova granata spazza bene sempre, e netta lindamente la casa da prima. Io per me faccio conto che dove prima mi conveniva portare, e andar carico di una soma di acqua, d’ora in poi sarà greco, lagrima, o chiarello, ma sempre a soma, e da asino; e qui ricordando a VS. Ill. ch’Ella non è per essere così pronta a comandare a me, ch’io non sia altrettanto e più sollecito a servire lei, le bacio le mani di cuore, e me le raccomando ec.»

Qui sembra che la Lettera termini, e sia stata ripresa assai dopo, perchè continua con queste parole:

Già si è fatta vendetta

Della carrozza Alcedema già detta.

Gli amici dei cavalli havuto han bando;

Ma per Lazzeri quando?

Io non pensai giammai udir quell’ora

Che il Boia dica: Lazzeri, vien fuora:

Allor potrò cantare in larga vena,

Zeffiro spira, e il bel tempo rimena.

Caterina tu non guardi,

E’ governa l’Usimbardi;

E se punto tu ti fidi

Farà peggio del Serguidi.

Asdrubalaccio tosto

Dolgasi, che per lui la sorte varia,

Che trar gli farà un dì dei calci in aria.