Medicea stirpe, del ben fare ignuda,

Di sudore e di fame al mondo nata;

Tanto in te stessa, quanto in altri cruda,

E del comun languir fatta beata,

Finchè in te stessa alma gentile intruda,

Che in Francia, Spagna, e Fiandra si dilata;

Lupa, Lion, sotto di Pietro il manto

Cangerai alfine in riso il lungo pianto.

Nol so se sia del Ciel destino, o fato,

Che Firenze in tal modo è fatto inferno,

Sendo ridotto a così rio governo,

Che ciascun piange come disperato.

Hanno gli empj al maggior gli occhi bendato.

Fa seppellirsi, Dio giusto ed eterno!

Co’ loro inganni giù nel basso Averno,

E pon miglior ministri in ciascun lato.

Pietro gli uffici incanta e l’Uguccione,

Ti rinnegar con la sua propria voce,

Il Troscia, il Giovannaccio col Cappone;

Carlo Napoleon, che ai banchier nuoce,

Filippo Alberto il negro uccel briccone,

Che i tristi assolve, e i giusti mette in croce.

Qui giace in un avel pien di malie

E pien di vizj, la Bianca Cappella,

Bagascia, strega, maliarda e fella.

Che sempre favorì furfanti e spie.

In questa tomba, in questa oscura buca,

Ch’è fossa a quei che non han sepoltura,

Opra d’incanti, e di malie fattura,

Giace la Bianca moglie del Granduca.

Di grazia, Serenissimo Signore,

Fate mercede a tutto il popol grata,

Prendete una granata,

Cacciate l’Uguccione col Corsino,

L’Antella, il Troscia e il Conte in un cantone;

E quello ippocritone

Arcifiscal pisano

Tenetevel lontano,

Chè ognuno ha gran timore

Che non vi faccia infiscalare il cuore,

Perchè egli è tanto tristo,

Che faria diventar cattivo Cristo.

Correte, forestieri e terrazzani,

Dacchè il granduca nostro Cardinale

I fegatelli lancia in bocca ai cani.

Caterina, gatti, gatti,

Assai ciance, e pochi fatti.

[64]MS. Capponi.
[65]La età di nostra madre mi percuote Di pietà il core, che da tutti a un tratto Senza infamia lasciata esser non puote. Ariosto, Satira I.
[66]L’Ariosto era comunissimo in Italia in quei tempi; adesso nelle campagne ne conoscono appena il nome. Montaigne, che viaggiava la Italia nei tempi del granduca Francesco, scrive nel Tomo III dei suoi Viaggi, p. 172: «Considerai tre cose: di vedere la gente di queste bande lavorare, chi a batter grano, o acconciarlo, chi a cucire, a filare, la festa di Domenica. La seconda, di veder questi contadini il liuto alla mano, e fino alle pastorelle l’Ariosto in bocca. Questo si vede in tutta la Italia. La terza, di veder come lasciano sul campo dieci, e quindici, e più giorni il grano segato, senza paura del vicino.» — Pare che a quei tempi i Francesi fossero più ladri di noi....