[77]Achille della Volta dette in Roma delle pugnalate allo Aretino, per cui ne andò stroppiato di un braccio per tutta la vita. In proposito di questa avventura il Berni nel sonetto contro Pietro Aretino scriveva: Tu ne farai tante e tante Lingua fradicia, sciocca e senza sale, Che alfin si troverà pure un pugnale Miglior di quel di Achille, e più calzante. Il papa è papa, e tu sei un furfante ec. [pg!265] Tintoretto sentendo come lo Aretino con ogni maniera di maldicenza lo straziasse, un giorno che lo trovò presso alla sua bottega, con bel garbo lo invitò a entrare per vedere certi suoi dipinti: andò l’Aretino, e il Tintoretto messe prima la spranga per di dentro, poi senza profferire parola fattosi ad un armario ne trasse un pistolese, o mezza spada, e recatasela ignuda nelle mani, si mosse incontra con mal piglio allo Aretino. «Ahimè! Tonio, esclamava tremante Pietro, che cosa intendereste di fare voi? Guardate da lasciarvi prendere dalla tentazione del demonio! Voi mi ammazzereste senza sacramenti... come... un cane...» — Ma Tintoretto sempre innanzi, e venutogli al fianco, lui, che non aveva membro che stesse fermo, misurò col pistolese, e quando lo conobbe prossimo a lasciare gli spiriti, sempre torbo in vista gli disse: — «Non temete di nulla, messer Piero; siccome mi venne vaghezza farvi il ritratto, ho voluto prendervi la misura: potete andare; voi siete tre pistolesi e mezzo per l’appunto.» — E apertogli l’uscio, lo licenziò. Da quel momento l’Aretino disse sempre bene del Tintoretto. L’Aretino essendo stato pur troppo intrinsecissimo del sig. Giovanni delle bande nere, continuò la sua servitù col granduca Cosimo suo figliuolo, dal quale spesso riceveva presenti, come ricaviamo dalle sue lettere; però mostrandosi avverso a messer Piero Strozzi nel tempo della guerra di Siena, compose in suo dileggio un sonetto piacevolissimo il quale incomincia: E Piero Strozzi armavirumquecano ec. Piero lo fece avvertire che portasse l’olio santo in tasca, perchè ad ogni modo voleva farlo ammazzare, anche nel letto; per lo che sbigottito l’Aretino durò qualche anno a non uscire più di casa. Non posso por fine a questa nota senza ricordare gli epitaffi, o epigrammi, nel vero significato della parola (dacchè per epigrammi intendevano gli antichi le iscrizioni funerarie piene di contumelie composte pei vivi), che si ricambiarono Paolo Giovio e Pietro Aretino. Il Giovio dettò: Qui giace l’Aretin, poeta tosco: Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo, Scusandosi col dir: non lo conosco. E l’Aretino di rimando: Qui giace il Giovio, storicone altissimo: Di tutti disse mal, fuorchè dell’asino, Scusandosi col dire: egli è mio prossimo.

Tu ne farai tante e tante

Lingua fradicia, sciocca e senza sale,

Che alfin si troverà pure un pugnale

Miglior di quel di Achille, e più calzante.

Il papa è papa, e tu sei un furfante ec.

E Piero Strozzi armavirumquecano ec.

Qui giace l’Aretin, poeta tosco:

Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo,

Scusandosi col dir: non lo conosco.

Qui giace il Giovio, storicone altissimo:

Di tutti disse mal, fuorchè dell’asino,

Scusandosi col dire: egli è mio prossimo.

[78]Di questo sviscerato amore dell’Aretino per le sue figliuole ne fanno fede le sue lettere.
[79]È fama che l’Aretino, stando a sedere, e dondolandosi sopra i piedi di dietro della seggiola, udendo certi biechi atti delle sue sorelle, preso da riso smoderato perdesse lo equilibrio, e caduto supino percuotendo del capo sopra il pavimento rimanesse morto. Anche il Berni nel sonetto citato gli rinfaccia la mala vita delle sue sorelle meretrici nel bordello di Venezia.
[80]Novella 137.
[81]Satira VII.
[82]Paucæ fidei, quare dubitasti? (S. Matteo.)