| [90] | Il signor Prof. Giuseppe Arcangeli, persona dotta e
proba, si compiacque dettare sopra il personaggio del Padre
Marcello il commento seguente, che pubblichiamo ad istanza
del signor F.-D. Guerrazzi, desideroso di mostrare in questo
modo il conto ch’ei fa delle qualità intellettuali e molto
più morali del signor Prof. Gius, Arcangeli.
L’Editore.
Il Padre Marcello, o più comunemente Marcellino, fu così
chiamato, come i Frati costumano, da San Marcello sua patria:
ma alla Religione il suo vero nome fu quello di Evangelista,
ed al secolo di Lorenzo. Nacque d’Adamo e d’Agata Gerbi,
nella suddetta Terra, capo-luogo della montagna pistoiese,
nel 1530, anno fatale alla Repubblica di Firenze. Questa famiglia
Gerbi pare che fosse fra le potenti della Terra: perocchè
leggo nella Cronaca del capitano Domenico Cini come fino
dal 1488 seguitando la parte dei Cancellieri era venuta a fieri
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scontri coi Calestrini seguaci della Panciatica; tantochè i Fiorentini
deliberarono per l’amor della pace di bandire i capi
delle famiglie rivali co’ più animosi de’ lor consorti. Ma pensando
dall’altro lato che il cacciare le due parti avrebbe spopolato
la Terra, vollero che il bando fosse per una sola, e rimisero
la cosa alla sorte. Toccò la peggio ai Gerbi, i quali
costretti a lasciare la dolce patria, vollero almeno che una durevole
memoria di loro vi rimanesse, e fondarono perciò un
benefizio sotto il titolo della Visitazione, di cui fino ai dì nostri
è stato investito uno dei Gerbi. Alcuni si ripararono nei
monti del Frignano nel Modenese: altri andarono a cercar la
ventura nel regno di Napoli. Pare però che dopo la cacciata
di Piero dei Medici alcuni ripatriassero, finchè, vinti i Cancellieri
nella fatal battaglia di Cavinana, ne doveron partire novamente.
È probabile che il padre del nostro Marcello perisse,
in quella battaglia, e gran parte della fortuna sua fosse predata
dai vincitori, perchè il medesimo ci racconta come viveva
soletto coll’afflitta madre, la quale avvezza a più prospero
stato non poteva sostenere di buon animo la povertà.
Da giovinetto si rese frate di San Francesco nel convento di
Giaccherino presso Pistoia; e mostrato per tempo il suo potente
ingegno, fu dichiarato cittadino pistoiese, e per questa
via ebbe un posto di grazia per l’Università di Parigi fiorente
allora pei teologici studj. Nei quali si avanzò maravigliosamente,
vi sostenne diverse tesi, ed ebbe laurea con plauso da
quel solenne collegio. Preceduto dalla buona fama, ritornò tra
i suoi frati, i quali lo adoperarono in ufici gravissimi e principalmente
nell’apostolico ministero. Quale e quanto vi si mostrasse
ce lo direbbero, senz’altre prove, le generose parole
che riferisce la Cronaca pubblicata dal Morbio, opportunamente
riportate in questo libro dall’autore. E il Dondori, nel
ragguaglio che ci dà assai minuto della vita del nostro frate,
allude a questo coraggio narrandoci alla sua rozza maniera,
come il P. Marcellino fece una grande esagerazione, e discese
a riprensioni molto vive: e Francesco I disse che bisognava
lasciarlo predicare, perchè era mandato da Dio a riprendere
i peccati non tanto colla parola, quanto colla vita
esemplare. Ed invero, segue sempre il Dondori, predicava
con franchezza e autorità e libertà grande, sicchè non era
nessuno che non sentisse ancora palpitare il cuore e non
impallidisse pieno di spavento. Questa tolleranza medesima
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usata sul principio da Lorenzo il Magnifico verso il Savonarola,
avevala adoperata pel nostro P. Marcello anche Cosimo
primo, il quale udendolo predicare in Duomo con apostolica
libertà, faceva le viste di compiacersene, e come raccontano
di Luigi XIV a riguardo di Massillon, così diceva ai cortigiani
che l’attorniavano: ecco come si vorrebbono tutti i predicatori.
Anzi per farselo amico, eraselo scelto a confessore: e due
volte volle farlo vescovo, prima di Volterra, poi di Cortona.
Ma l’austero frate ricusò quell’onore costantemente, come più
tardi ricusò da Gregorio XIII il cappello cardinalizio. Quantunque
spendesse gran tempo nel predicare, recandosi in vari
paesi d’Italia, pure non dismesse mai gli studj; e quando ebbe
fermata la stanza in Roma, molte furon le opere che egli scrisse,
a dichiarazione specialmente delle Scritture. Rimando alla Biblioteca
pistoiese dello Zaccheria chi avesse curiosità di saperne
i titoli e l’edizioni. Citerò solo un’opera assai curiosa,
la Metamorfosi d’un virtuoso, che pubblicò col pseudonimo
di Lorenzo Selva. È un Romanzo degno in molte parti d’esser
paragonato alla eleganza squisita del Firenzuola. L’autore sotto
il finto nome di Acrisio vi discorre probabilmente molti casi
della prima sua giovinezza, trattenendosi in special modo a
descrivere una fanciulla bellissima dell’animo e della persona,
la quale onorava come la più cara immagine della virtù, anzi
(dice nel proemio) come la virtù stessa. Bellissime sono le descrizioni
della montagna di Pistoia, con frequenti allusioni storiche,
con aneddoti e novelle graziose, e con poesie sparse qua
e là di tanta vaghezza e semplicità, da rimanertene lungamente
nell’animo la dolcezza. Eppure questo libro è pochissimo conosciuto
anche da quelli che si dilettano di studj eleganti.
Habent sua fata libelli. E sì che fu letto avidamente appena
vide la luce, e se ne ripeterono quattro edizioni. L’ultima
notata dallo Zaccheria è la fiorentina del 1615 scorrettissima
e scemata di qualche passo ardito contro il miserabile fasto
spagnuolo, piaga dolorosa fra le tante che in quel tempo affliggevan
l’Italia. Il P. Marcello non smesse mai finchè visse
di predicare. Il popolo romano accorreva sempre ad udirlo.
Sentendo avvicinare il suo fine, annunziò in Araceli l’ultima
delle sue prediche; e il giorno dell’Epifania dell’anno 1593,
pallido ed abbattuto salì sulla cattedra che avea fatto coprire
d’un velo nero, e cominciò colle parole di Giobbe: Sto et non
respicis: clamo et non exaudis. Era il generoso dolore di
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Dante quando gridava: Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?
Dopo la predica si pose giù colla febbre, e poco dopo cessò
di vivere, nell’età sempre fresca di anni sessantatrè. Per non
lasciare addietro nessuna cosa di lui, io dirò pure (e me ne
sappian grado i devoti e i romantici) che per l’autorità sua si
cominciò in Roma a suonare la campana de’ morti alla prim’ora
di notte, pia costumanza che si distese ben presto per
tutta Italia. — Un ritratto del P. Marcellino trovasi nel Convento
di Giaccherino presso Pistoia, ed un altro in tela, rimasto obliato
lungamente in una soffitta, è stato finalmente collocato
nella Sagrestia della Chiesa Propositura di S. Marcello. Questo
è l’unico monumento che rimanga di lui nella patria. Chi ne
bramasse più distese notizie, ricorra al Dondori nella Pietà di
Pistoia, allo Zaccheria nella Biblioteca Pistoiese; finalmente
ai Santi Pistoiesi, opera del Canonico Ferdinando Panieri. La
più compiuta notizia fra quante ne sian pubblicate fin qui sarà
data sicuramente nella Biografia pistoiese che Enrico Bindi
e Giuseppe Tigri preparano con diligentissimi studj; la quale,
quando sia favorita siccome merita dai nostri concittadini, non
tarderà a comparire, recando onore grandissimo alla nostra città
ed incremento non lieve alla patria letteratura.
Giuseppe Arcangeli.
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