[83]Morbio, Storia dei Municipj italiani.
[84]Fu accennato altrove, e si riporta nella edizione del Reggimento delle Repubbliche di Fra Girolamo Savonarola, fatta a Pisa dai Caparro, in principio.
[85]Favole.
[86]Legge crudele contro alle congiure e ai banditi, pubblicata sotto Cosimo I, e dal nome del suo autore Spolverini chiamata così. Galluzzi, Storia del Granducato.
[87]Gli obelischi erano inalzati al Sole. In Ammiano Marcellino si leggono tradotte in latino le iscrizioni dedicatorie al Sole del grande obelisco di Roma.
[88]Eliano, Storie varie.
[89]Petrarca.
[90]Il signor Prof. Giuseppe Arcangeli, persona dotta e proba, si compiacque dettare sopra il personaggio del Padre Marcello il commento seguente, che pubblichiamo ad istanza del signor F.-D. Guerrazzi, desideroso di mostrare in questo modo il conto ch’ei fa delle qualità intellettuali e molto più morali del signor Prof. Gius, Arcangeli. L’Editore. Il Padre Marcello, o più comunemente Marcellino, fu così chiamato, come i Frati costumano, da San Marcello sua patria: ma alla Religione il suo vero nome fu quello di Evangelista, ed al secolo di Lorenzo. Nacque d’Adamo e d’Agata Gerbi, nella suddetta Terra, capo-luogo della montagna pistoiese, nel 1530, anno fatale alla Repubblica di Firenze. Questa famiglia Gerbi pare che fosse fra le potenti della Terra: perocchè leggo nella Cronaca del capitano Domenico Cini come fino dal 1488 seguitando la parte dei Cancellieri era venuta a fieri [pg!337] scontri coi Calestrini seguaci della Panciatica; tantochè i Fiorentini deliberarono per l’amor della pace di bandire i capi delle famiglie rivali co’ più animosi de’ lor consorti. Ma pensando dall’altro lato che il cacciare le due parti avrebbe spopolato la Terra, vollero che il bando fosse per una sola, e rimisero la cosa alla sorte. Toccò la peggio ai Gerbi, i quali costretti a lasciare la dolce patria, vollero almeno che una durevole memoria di loro vi rimanesse, e fondarono perciò un benefizio sotto il titolo della Visitazione, di cui fino ai dì nostri è stato investito uno dei Gerbi. Alcuni si ripararono nei monti del Frignano nel Modenese: altri andarono a cercar la ventura nel regno di Napoli. Pare però che dopo la cacciata di Piero dei Medici alcuni ripatriassero, finchè, vinti i Cancellieri nella fatal battaglia di Cavinana, ne doveron partire novamente. È probabile che il padre del nostro Marcello perisse, in quella battaglia, e gran parte della fortuna sua fosse predata dai vincitori, perchè il medesimo ci racconta come viveva soletto coll’afflitta madre, la quale avvezza a più prospero stato non poteva sostenere di buon animo la povertà. Da giovinetto si rese frate di San Francesco nel convento di Giaccherino presso Pistoia; e mostrato per tempo il suo potente ingegno, fu dichiarato cittadino pistoiese, e per questa via ebbe un posto di grazia per l’Università di Parigi fiorente allora pei teologici studj. Nei quali si avanzò maravigliosamente, vi sostenne diverse tesi, ed ebbe laurea con plauso da quel solenne collegio. Preceduto dalla buona fama, ritornò tra i suoi frati, i quali lo adoperarono in ufici gravissimi e principalmente nell’apostolico ministero. Quale e quanto vi si mostrasse ce lo direbbero, senz’altre prove, le generose parole che riferisce la Cronaca pubblicata dal Morbio, opportunamente riportate in questo libro dall’autore. E il Dondori, nel ragguaglio che ci dà assai minuto della vita del nostro frate, allude a questo coraggio narrandoci alla sua rozza maniera, come il P. Marcellino fece una grande esagerazione, e discese a riprensioni molto vive: e Francesco I disse che bisognava lasciarlo predicare, perchè era mandato da Dio a riprendere i peccati non tanto colla parola, quanto colla vita esemplare. Ed invero, segue sempre il Dondori, predicava con franchezza e autorità e libertà grande, sicchè non era nessuno che non sentisse ancora palpitare il cuore e non impallidisse pieno di spavento. Questa tolleranza medesima [pg!338] usata sul principio da Lorenzo il Magnifico verso il Savonarola, avevala adoperata pel nostro P. Marcello anche Cosimo primo, il quale udendolo predicare in Duomo con apostolica libertà, faceva le viste di compiacersene, e come raccontano di Luigi XIV a riguardo di Massillon, così diceva ai cortigiani che l’attorniavano: ecco come si vorrebbono tutti i predicatori. Anzi per farselo amico, eraselo scelto a confessore: e due volte volle farlo vescovo, prima di Volterra, poi di Cortona. Ma l’austero frate ricusò quell’onore costantemente, come più tardi ricusò da Gregorio XIII il cappello cardinalizio. Quantunque spendesse gran tempo nel predicare, recandosi in vari paesi d’Italia, pure non dismesse mai gli studj; e quando ebbe fermata la stanza in Roma, molte furon le opere che egli scrisse, a dichiarazione specialmente delle Scritture. Rimando alla Biblioteca pistoiese dello Zaccheria chi avesse curiosità di saperne i titoli e l’edizioni. Citerò solo un’opera assai curiosa, la Metamorfosi d’un virtuoso, che pubblicò col pseudonimo di Lorenzo Selva. È un Romanzo degno in molte parti d’esser paragonato alla eleganza squisita del Firenzuola. L’autore sotto il finto nome di Acrisio vi discorre probabilmente molti casi della prima sua giovinezza, trattenendosi in special modo a descrivere una fanciulla bellissima dell’animo e della persona, la quale onorava come la più cara immagine della virtù, anzi (dice nel proemio) come la virtù stessa. Bellissime sono le descrizioni della montagna di Pistoia, con frequenti allusioni storiche, con aneddoti e novelle graziose, e con poesie sparse qua e là di tanta vaghezza e semplicità, da rimanertene lungamente nell’animo la dolcezza. Eppure questo libro è pochissimo conosciuto anche da quelli che si dilettano di studj eleganti. Habent sua fata libelli. E sì che fu letto avidamente appena vide la luce, e se ne ripeterono quattro edizioni. L’ultima notata dallo Zaccheria è la fiorentina del 1615 scorrettissima e scemata di qualche passo ardito contro il miserabile fasto spagnuolo, piaga dolorosa fra le tante che in quel tempo affliggevan l’Italia. Il P. Marcello non smesse mai finchè visse di predicare. Il popolo romano accorreva sempre ad udirlo. Sentendo avvicinare il suo fine, annunziò in Araceli l’ultima delle sue prediche; e il giorno dell’Epifania dell’anno 1593, pallido ed abbattuto salì sulla cattedra che avea fatto coprire d’un velo nero, e cominciò colle parole di Giobbe: Sto et non respicis: clamo et non exaudis. Era il generoso dolore di [pg!339] Dante quando gridava: Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove? Dopo la predica si pose giù colla febbre, e poco dopo cessò di vivere, nell’età sempre fresca di anni sessantatrè. Per non lasciare addietro nessuna cosa di lui, io dirò pure (e me ne sappian grado i devoti e i romantici) che per l’autorità sua si cominciò in Roma a suonare la campana de’ morti alla prim’ora di notte, pia costumanza che si distese ben presto per tutta Italia. — Un ritratto del P. Marcellino trovasi nel Convento di Giaccherino presso Pistoia, ed un altro in tela, rimasto obliato lungamente in una soffitta, è stato finalmente collocato nella Sagrestia della Chiesa Propositura di S. Marcello. Questo è l’unico monumento che rimanga di lui nella patria. Chi ne bramasse più distese notizie, ricorra al Dondori nella Pietà di Pistoia, allo Zaccheria nella Biblioteca Pistoiese; finalmente ai Santi Pistoiesi, opera del Canonico Ferdinando Panieri. La più compiuta notizia fra quante ne sian pubblicate fin qui sarà data sicuramente nella Biografia pistoiese che Enrico Bindi e Giuseppe Tigri preparano con diligentissimi studj; la quale, quando sia favorita siccome merita dai nostri concittadini, non tarderà a comparire, recando onore grandissimo alla nostra città ed incremento non lieve alla patria letteratura. Giuseppe Arcangeli.
[91]Ormai convien che tu così ti spoltre, Disse 'l Maestro, chè, seggendo in piuma, In fama non si vien, nè sotto coltre: Sanza la qual chi sua vita consuma, Cotal vestigio in terra di sè lascia, Qual fumo in aere od in acqua la schiuma. Inferno, XXIV.
[92]Anassarco, filosofo di Abdera, fu pestato dentro a un mortaio per comandamento di Nicocreonte tiranno di Cipro. Mentre i carnefici lo pestavano, egli finchè gli bastò la lena diceva: — «Pestate pure la scorza di Anassarco; voi non potete nulla sopra l’anima sua.»