IL FIGLIO.

Ma il bacio della madre, oh! non ha pari

E vivon mille affetti in quello affetto.

Oh! figli, figli lagrimati e cari,

Chi più vi muoverà la bianca cuna?

Chi più vi guiderà nei vostri lari?

Ci apre il labro la madre, e ad una ad una

Ci scioglie le parole, e il primo accento:

È madre:

Ispirazioni di Bisazza da Messina.

Caterina di Francia! — Moglie di re, madre di re.... e non pertanto quale più trista femmina che mai abbia vissuto o viva nel mondo, accetterebbe col reame di Francia i dolori della sua vita, o la sua fama dopo la morte! Nata da principe aborrito, fanciullina, derelitta, e sola, venne in potestà di repubblicani inferociti che volevano vendicare in lei le ingiurie del suo sangue, ed esporla sopra i bastioni alle artiglierie dei suoi parenti, i quali per certo non si sarieno rimasti dal trarre...! E nonostante, alacre e animosa, punto curando il pericolo presentissimo, ella congiurava per la grandezza della sua casa. In lei posero i cieli lo istinto e la capacità del regno. — Moglie giovanetta di Enrico II, si vide posposta a Diana di Poitiers ormai matura adultera del [pg!194] re suo marito; e tacque, e chiuse in cuore la offesa alla donna, alla moglie e alla regina, ed ella si rimase come un fuoco nascosto per comparire improvviso a illuminare o a spaventare il mondo. — Madre di Francesco II, alla esperienza e gravità sue vide preferite le frivolezze di Maria Stuarda, moglie quasi infante di re fanciullo; e tacque, e blandì col riso sopra le labbra le follie dei reali giovanetti, mentre guardava addensarsi sul capo il turbine fatale ai gigli di Francia. — Alla perfine, eccola regina vera, e regna. — Come Niobe ella ripara sotto il suo manto una testa pargola di re. Non dubitate, ella saprà molto meglio difenderla dalla ira delle fazioni, che la Niobe antica non facesse dagli strali dei figli di Latona. Che cosa appariva il regno? Che cosa il re? — Carlo IX era un uccello, — un sinistro uccello se vi piace, — che si contendevano gli artigli di un falco e di un avvoltoio. I Guisa si dichiaravano suoi difensori; ma comprendete voi un re che abbisogni di un suddito che lo protegga? Gli Ugonotti anch’essi lo volevano proteggere, come un padrone lo schiavo; e gli uni e gli altri erano più potenti di Caterina. I primi si dicevano amici della religione e del trono, e commisero atti che la religione avrebbe desiderato esser cieca per non vedere: amici del trono, essi composero una genealogia che gli faceva discendere da Carlo-Magno per cacciare dal regno i Capetingi, come Capeto ne cacciava i Carlovingi; e per ultimo si fecero demagoghi, e si spensero. — I secondi, avversi [pg!195] ai riti cattolici, consentirono che Enrico IV scambiasse Parigi con una messa: avversi al trono, terminarono col dare un re alla Francia. Non pel re dunque si combatteva, ma pel regno. Caterina non doveva dubitare soltanto della corona, ma del capo; deposta la clamide reale, lei e i suoi figli aspettava la veste di terra e di verdura che la morte concede ai cadaveri. Fiero retaggio apparecchiato dalle insidie di Luigi XI, dalle sventure di Luigi XII, dalle insanie di Francesco I, e fatto più arduo per le dottrine di Lutero, e degli altri settarii che lo seguitarono. Lo equilibrio non poteva allora come adesso mantenersi con l’oro sparso, e col gettare dei voti nella urna; — qui bisognava un fiume di sangue; — qui invece di voti era forza gettare teste nella urna del destino: — e Caterina accettò quel retaggio con tutte le sue conseguenze, — tutte! — Certo coteste non sono virtù di donna, ma neanche di uomini: pure gli enti che la Provvidenza pose al governo dei popoli in questi casi estremi appartengono appena alla umana natura; anime di bronzo create là dove si generano il fulmine, l’uragano e gli altri flagelli di Dio. Caterina impedì che andasse disperso in brani il reame di Francia nella maggiore stretta che prima o poi egli abbia dovuto patire.

Lodano Luigi XI, perchè tagliando le teste alla idra feudale instituiva la grandezza del regno; e plaudendo il fine, ai mezzi non badano. — Lodano il cardinale di Richelieu, che ridusse per ultimo i baroni [pg!196] servi dorati di corte. — Lodano ancora i Convenzionali, quando col sangue dei Girondini scrissero essere la Repubblica una e indivisibile. Ma lasciando di questi ultimi, erano poi così savii i primi come predica il mondo? Trasportati anche essi dallo ardore del disegno, ogni estrema forza essi adoperarono ad abbattere una muraglia, senza conoscere quello che dietro di cotesta muraglia potesse loro apparire; e dietro il muro abbattuto trovarono una fiera dai denti acuti, dagli occhi infiammati, avida anch’essa di mordere, cupida di avere, affamata dalla necessità, sitibonda di sangue, — il popolo flagellato insomma. — I due principii invasori, senza un principio tra mezzo che o li disgiungesse, o li temperasse, certo giorno si avventarono addosso, e il secondo divorò il primo; ma trangugiato che l’ebbe, sentì risuscitarlo dentro le proprie viscere, e da quell’ora giace infermo, e giacerà.... fino a quando? I destini del mondo stanno chiusi nel pugno di Dio. Però a me sembra, cosa strana a pensarsi, che Luigi XI e Richelieu, i più assoluti dei dominatori, sieno stati padri delle rivoluzioni dei popoli. Caterina dei Medici, femmina, con re bambini sopra le braccia, con forze più deboli delle loro, anzi pure senza forze, fece per la Francia assai più che essi non fecero: nè i casi le consentirono essere più mite; nè fu di costumi niente più trista dei suoi tempi; ed io vorrei che mi dicessero se Luigi XI, se Richelieu, se Francesco, ed Enrico di Guisa, se lo stesso [pg!197] Coligny, sieno stati migliori di lei? Eppure una perpetua infamia si rinnuova in Francia sopra la memoria di Caterina dei Medici: non vi è generazione che in passando non la maledica, e non le imprechi grave sul capo il marmo del sepolcro, e la vendetta di Dio! — Quello poi che riuscirebbe inverosimile a credersi, se non fosse vero, a lei regina sepolta in tomba reale con la corona e il manto dei re, mancò una bocca — bocca comunque comprata, — che pronunziasse la laude venale sopra il suo feretro. Tre giorni dopo la sua morte, il predicatore Lincestre così dall’alto del pergamo la raccomandava agli astanti: «La Regina madre è morta, la quale vivendo, fece molto bene e molto male, e per me credo molto più male che bene. In quest’oggi si presenta una difficoltà, che consiste in sapere se la Chiesa cattolica deva pregare per lei che visse tanto male, e così spesso sostenne la eresia, quantunque si dica che in ultimo sia stata per noi, e non abbia acconsentito alla morte dei nostri principi. Su di che io devo dirvi, che se volete recitarle un pater ed ave così a casaccio, fate voi; varrà per quello che può valere: e lo rimetto nella vostra libertà.»

Basta: — dal giudizio degli uomini si appella a quello di un giudice che non può fallare. — Intanto, per questo giudizio terreno giovi pensare che è giudizio di tali che può dubitarsi perfino se abbiano veramente giudizio, e che Caterina come Italiana [pg!198] non deve sperare giustizia da un popolo presuntuoso, un tempo grande a caso, perchè vi spruzzò sopra gli effluvii del suo genio una immensa anima italiana.

Caterina dei Medici regina di Francia, desiderosa di risparmiare infamia alla famiglia donde nasceva, aveva risposto alla lettera di donna Isabella, mostrandosi dispostissima a darle asilo, ma la consigliava e pregava di mandare subitamente ad esecuzione il concetto disegno: avere ordinato a Genova la raccogliessero; a Marsiglia l’accompagnassero, e quindi sotto buona scorta fino a Parigi la conducessero, dove avrebbe pensato ella a metterla in parte sicura dai sicarii e dai pugnali. Il cavaliere Lionardo Salviati, ricevuta appena la lettera, la fece pervenire quanto più sollecitamente e secretamente potè nelle mani della Isabella col mezzo di don Silvano Razzi, monaco camaldolese amicissimo suo, per evitare sospetti ed incontri funesti. Ma Isabella da poco tempo in qua aveva perduto la consueta costanza; erasi invilita nell’animo, presentiva il fato, e lasciava sopraffarsi da quello. I manoscritti che ci rimangono intorno a questo miserabile caso, in siffatta maniera favellano: «Ma l’accordo non seguì altrimenti, perchè così non era la volontà di Dio benedetto, essendo le cose sue troppo scoperte, che ormai non si potessero più colorire i disegni, e poi i suoi pensieri conoscevano tutti.»[64] — Insomma, o non potesse, o non volesse, il fatto sta che [pg!199] prima assai della risposta di Caterina regina di Francia, ella poneva giù dall’anima ogni disegno di fuga.

La duchessa aveva una sorella di latte: ella bevve l’avanzo dell’alimento della figlia del popolo; e avventurata lei, se come del latte, si fosse nutrita delle virtù domestiche della buona nutrice! Però essendo dotata di naturale eccellente, volle sempre al suo fianco la sorella, che aveva nome Maria, e l’amò d’amore svisceratissimo. Senza di lei non le pareva poter vivere; e a lei confidava i più riposti secreti del cuore, fintantochè questi furono tali da potersi confidare senza vergogna; quando poi cessarono essere innocenti, allora prese a ravvilupparsi in ambagi e in reticenze; molto più, che avendo provato mettere a parte Maria di qualche suo pensiero, che se non poteva reputarsi colpevole, almeno incominciava a deviare dalla diritta strada, n’ebbe cotale ammonimento, che le tolse la voglia di continuare. Maria, comecchè buona femmina fosse, e non la guardasse tanto pel sottile, pure troppo bene si accorse che il cuore della sua padrona non era più con lei, e si accorse ancora che non lo potrebbe riacquistare se non per via di compiacenza ai suoi stolti desiderii, e facendosi per così dire complice sua. Ciò non le consentiva la propria religione, e nè anche la fede avuta sempre nella sua padrona, e poichè non trovava maniera di riunirsi a lei qual fu, deliberò lasciarla qual’era. La povera giovine, per non istaccarsi dal fianco della Isabella, aveva ricusato [pg!200] onesti partiti da accasarsi, e a lode sua conviene anche aggiungere, avere ella soffocato qualche affetto che sentiva nascersi nel cuore. Le prime rose della giovinezza erano alcun poco appassite per lei: ma vissuta castamente, e schiva di ogni reo costume, si manteneva pur sempre sanissima e bella. Mentr’ella stava in simile situazione di animo, la fortuna le parò innanzi un giovine chiamato Cecchino del Bandieraio, di cui le andarono a genio la persona, e più della persona assai la pietà che dimostrava grandissima verso la sua vecchia madre. Maria, rimasta sola di casa sua, non ebbe a domandare licenza a nessuno, tranne alla padrona; e questa, tanto la vinceva allora la passione, senza dolore lasciò che Maria l’abbandonasse, la quale poteva considerarsi come l’àncora estrema di salvazione per lei; anzi la vide allontanare con piacere, come persona di cui lo aspetto le riusciva importuno. Però, secondo che le porgeva la sua natura veramente reale, ella non le fu parca di doni: le dette in copia vesti, masserizie, gioie, e denari, e dolci parole, e raccomandazioni che in ogni suo bisogno facesse capitale di lei. Quando vennero al punto del dividersi, prevalse l’antica tenerezza, e l’abbracciò tanto strettamente, che non pareva potesse distaccarsi da lei, e pianse; — ma un bacio ardente dello amore asciugò subito cotesta lacrima, e Maria fu ben presto dimenticata.

Maria all’opposto non seppe dimenticare Isabella, [pg!201] e non cessò mai di recarsi giornalmente al palazzo per vederla: ma di cento volte le veniva fatto di vederla una sola, imperciocchè le dicessero ora, che non poteva; tale altra, ch’era assente; e la povera Maria se ne tornava indietro mortificata, col cuore grosso, e gli occhi sovente lacrimosi, ma non aveva fornita anche mezzo la strada, che scusava Isabella, credeva vero il motivo del commiato, si dava torto per averne dubitato, e si confortava nel presagio che sarebbe stata più avventurosa domani. Il giorno appresso si rinnovava l’avventura, e a inacerbirle il rammarico si aggiungeva il ricorrere che la gente faceva a lei per essere raccomandata alla Isabella. Invano ella assicurava con mesto sembiante oramai non potere più nulla sopra l’animo della duchessa: non la credevano; pensavano volesse schermirsi da rendere servigio, e le dicevano: «Sapersi, tanto lei quanto Isabella essere tutta una cosa, un’anima in due cuori; quanto piaceva a lei, essa fare; quello che voleva, potere: non ributtasse la preghiera della vedova e della orfana, intercedesse e ottenesse; operasse cotesta carità, ricordasse essere nata dal popolo; non insuperbisse; un giorno il Signore potrebbe provare anche lei, e allora le sarebbe dolce pensare al bene che aveva fatto, e potrebbe domandarne il compenso dal popolo, che glielo renderebbe gratamente, conciossiachè ella sapesse che il popolo conserva viscere di gratitudine.» [pg!202]

Immaginatevi se cotesto era un dare delle coltella nel cuore alla povera giovane: nonostante, come meglio poteva s’ingegnava, e nel suo segreto si confortava nel pensiero, che se la duchessa le aveva tolta la grazia sua, non se l’era in verun conto demeritata.

Intanto Cecchino si era accomodato per lancia spezzata col signor Paolo Giordano, che lo aveva condotto a Roma. Egli stette dubbio di menare seco la Maria, ma considerando che da tutti a un tratto non poteva essere abbandonata senza infamia la vecchia madre,[65] decise lasciarla, molto più che sperava tornare spesso a casa. Ma la fortuna gli troncò i disegni, che di mese in mese promettendo tornare, e non tornando mai, aveva compiuto i tre anni; e in questo frattempo la madre con inestimabile amarezza della moglie e di lui se n’era andata con Dio. Allora Maria gli scrisse, che non restando altro che la tenesse a Firenze, anzi essendole venuta in fastidio, voleva ad ogni patto raggiungerlo a Roma; ma Cecchino le rispose, non si movesse, imperciocchè il duca pochi più giorni potrebbe differire per mettersi in cammino alla volta di Firenze, e sarebbero tornati in su tutti assieme; non gli parendo bene, che ella donna sola si avventurasse al viaggio, mentre le strade erano rotte da masnade intere di grassatori, e in Roma stessa non si viveva sicuri. E la buona Maria, tolta la cosa con santa pazienza, aspettava ogni giorno il marito. [pg!203]