Era la sera del quattro luglio 1576, e la Maria se ne stava soletta traendo dalla rocca la chioma, e in silenzio, dopo avere cantato alcune ottave della canzone di Giosaffatte e Barlaam, e tutto lo episodio della morte di Zerbino e d’Isabella, commoventissima immaginazione di Lodovico Ariosto,[66] quando sentì battere alla porta di strada. Trasalì come avviene a chi ha il cuore sollevato; balzò in piedi, e tirata la corda della porta si recò a capo di scala con un suo lume in mano, tra il sì e il no di vedersi comparire davanti il suo Cecchino: invece ella vide entrare un uomo tutto nero, che messo il piede dentro la soglia con molta avvertenza richiuse l’uscio, e poi prese a salire gravemente le scale. Maria n’ebbe sospetto, ma come donna animosa non si lasciando punto sopraffare dalla paura, guardando meglio, ravvisò nell’uomo nero don Inigo, il taciturno maggiordomo della duchessa.
— “Buona sera, don Inigo; ben venuto: che miracoli sono questi?”
Ed Inigo, con parole che ormai non ritenevano più dello spagnuolo, e non per anche erano diventate italiane, le rispose:
— “Dio vi guardi, señora Maria, e la Santissima Vergine del Pilar.” — E continuava a salire: giunto in sala, si riposò alcun tempo, e finalmente disse:
— “La mia Señora mi manda a voi perchè verso la mezzanotte voi vi troviate quanto più potrete [pg!204] cautamente alla porta segreta di fianco al palazzo; picchierete due volte, e vi sarà aperto. Dalla Señora apprenderete il resto: la quale si raccomanda a voi per la massima discretezza, trattandosi di cosa ove ne va la morte o la vita. Buona notte.”
Ed alzandosi, don Inigo com’era venuto se ne andava.
— “Don Inigo, sentite, fermatevi un momento: volete bagnarvi la parola? O che cosa sia questa? Gran Madre di Dio! levatemi di pena! se ne sapete voi nulla, non mi lasciate in questa tribolazione....”
Intanto don Inigo, arrivato in fondo della scala tirava su il saliscendi, e mezzo fuori della porta si voltava a inchinare Maria; poi, senza aggiungere verbo, tirato l’uscio a sè, scompariva.
Rimasta sola, Maria cominciò a mulinare col cervello: e che cosa fosse, e che cosa volesse, se bene, o male; ad ogni modo un gran segreto covava li sotto; dunque Isabella le ritornava la confidenza antica? Riacquistava la sorella amatissima? se l’avesse posta a parte di qualche sua contentezza se ne sarebbe rallegrata; se di qualche suo affanno, l’avrebbe consolata: proprio il suo angiolo custode l’aveva trattenuta da partirsi per Roma; ed è pur troppo così, che non bisogna lasciarci prendere dallo impeto della furia, che basta non esserseli meritati, la fortuna a lungo andare ripara i suoi torti, e la città vi rende onore, e gli amici tornano ad amarvi e a riverirvi a mille doppi di prima. E in questi dilettabili pensieri [pg!205] diventata tutta lieta, non trovava luogo che la capisse, faceva un gran rimestare di su e di giù per la casa; si acconciò i capelli, si vestì da festa, e poi (conciossiachè io non sappia quello che avvenga degli uomini delle altre parti del mondo, ma in queste nostre contrade quando una gioia veemente ci occupa tutti, forza è che prorompiamo nel canto) la Maria si dette a intuonare non più Giosaffatte e Barlaam, non più il mesto episodio di Zerbino e d’Isabella, ma la canzone:
Vaghe le montanine pastorelle,
Donde venite si leggiadre e belle?
Vegnam dall’alpe presso ad un boschetto:
Piccola capannella è il nostro sito,
Col padre e con la madre in piccol letto,
Dove natura ci ha sempre nutrito.
Torniam la sera dal prato fiorito,
Che abbiam pasciute nostre pecorelle,[67]