con quello che segue; e tutto le veniva terminato presto, sicchè l’ora le pareva che fuggisse innanzi a lei come la farfalla al fanciullo quando smanioso la perseguita, ed ella volando di ramo in ramo della siepe, sembra che si prenda giuoco di lui. Finalmente le ore batterono, e Maria porgendo intentissima le orecchie le contava con le dita stese su per le labbra; ma si confuse nel novero: stette più avvertita al ritocco; se non che anche questa seconda volta i latrati di un cane per la via le interruppero la successione dei suoni, e si rimase sapendone quanto prima: si fece alla finestra per domandarne a qualcheduno [pg!206] che passasse; non vide persona: si attentò battere alla parete per interrogarne il vicino, e questi, che forse in quel punto pigliava sonno, stizzoso per essere disturbato rispose acerbo: — “Non lo so.” — Parendo a Maria patire niente meno di San Lorenzo sopra la brace, arrovellata dalla curiosità, deliberò andare, e nel caso di troppa fretta avrebbe aspettato all’aria aperta, passeggiando; imperciocchè dal caldo grande, e dalla impazienza grandissima, stando in casa gliene veniva un martirio da non poterlo in verun modo sopportare. Però la impazienza non era meno veemente dall’altra parte; conciossiachè giunta che fu alla porta segreta, e bussato appena la prima volta, le si aperse davanti, e vide madonna Isabella seduta sopra l’ultimo scalino di pietra, bianca in volto come un voto della Santissima Annunziata, con un lume ai piedi, che parte della persona le illuminava, e parte lasciava nelle tenebre. Isabella veduta Maria si alzò, e senza profferire parola le strinse affettuosamente la destra, e se l’accostò al cuore, e tolto il lume cominciò a salire la scala rischiarandole i passi.
Giunte nella stanza, Isabella depose il lume presso alla culla di un pargolo. Maraviglia a vedersi era il lavoro della culla tutta messa ad oro; maraviglia la coperta di velluto trapunta di bei fogliami di oro; di seta e di oro le fasce donde uscivano lembi di trine d’inestimabile valore. Chi ha veduto nella galleria del palazzo Pitti il ritratto di Leopoldo [pg!207] de’ Medici infante che poi fu cardinale, di leggieri si formerà idea del come fosse questo fanciullo addobbato; ma la maraviglia a vedersi maggiore era certamente il fanciullo stesso, oltre ogni credenza leggiadro. Lo sguardo di Maria corse subito sopra cotesta creatura, e vedendola tanto vezzosa, prese a vagheggiarlo, siccome le donne costumano, in questa maniera:
— “E chi sei, bel fanciullino? Gesù! Quanto egli è caro! E chi ti ha fatto questi occhietti? E come ti chiami? Mettendoti due ali, parresti uno angioletto di amore.[68] Su via, sta lieto, ridi un po', mostrami i bei dentini.”
E qui postogli l’indice sopra la fossetta del mento lieve lieve lo vellicava, e il pargolo si pose a ridere festoso e alzava le manine al volto della Maria, quasi volesse renderle le carezze.
Isabella muta, ma in parte sollevata dalla immensa mestizia che la opprimeva, si stava considerando quella scena commovente; pure alla fine, come la urgenza dei casi desiderava, così prese a dire: — “Vedi? Questo bel capo in breve compresso dentro una mano di ferro, o battuto contro la parete, o calpestato andrà in frantumi: questi occhi schizzeranno fuori dai cigli rovesciandosi giù per le guancie; queste membra tenerelle e candidissime in breve diventeranno una massa informe di carne insanguinata....” —
— “Ohimè! E chi sarà il rinnegato che farà [pg!208] questo? Chi mai ardirà l’orribile misfatto nel palazzo Orsini?”
— “L’Orsini.”
— “Io non capisco. Il signor duca mi parve sempre cavaliere onorato, e cristiano....”
— “Questo fanciullo è mio, e non del mio marito.... intendi!”
— “Misericordia! — Ma perchè siamo cristiani se non se per perdonare? Confidate in Dio; confidate nella virtù del pentimento, gettatevi ai piedi del vostro marito....”