Isabella rifinita di angoscia lasciò cadersi sopra gli scalini, e appoggiò la fronte sopra la pietra; ma la sua fronte era più fredda della pietra. [pg!220]
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[CAPITOLO SETTIMO.]
LA GELOSIA.
Che dolce più, che più giocondo stato
Saría di quel di un amoroso core?
Che viver più felice e più beato,
Che ritrovarsi in servitù di Amore?
Se non fosse l’uom sempre stimolato
Da quel sospetto rio, da quel timore,
Da quel martír, da quella frenesia,
Da quella rabbia detta gelosia.
Questa è la cruda e avvelenata piaga
A cui non val liquor, non vale impiastro,
Nè murmure, nè imagine di saga.....
Ariosto, XXXI.
«Beati i poveri di spirito, perciocchè il regno dei cieli è per loro»[69] — Queste sono parole di Cristo, e quantunque io non dubiti punto che non sieno state apprese nel profondo consiglio col quale furono dettate, nonostante mi piace alcuna cosa discorrere, non sopra loro, che non hanno mestieri di commento, ma dietro la scorta di loro. — L’uomo pertanto ha da sfuggire delle scienze quella che lo fa dubitare. Egli deve amare primamente, ma dirittamente, sè, poi la famiglia, poi la patria. Sonovi state, e forse sono tuttavia anime cosiffatte, che la patria sopra sè stesse amano; ma chi guarda sottile, comprende che alla patria sagrificando la vita, oltre [pg!222] la quale le altre cose paiono contennende o di piccolo pregio, a cotesto sacrificio le persuase una immensa cupidità di laude, una libidine irrefrenata di fama; insomma la propria rinomanza amarono meglio della propria vita. L’anima nostra non ha da essere menade, nè baccante per le contrade del sapere; la scienza conosce le sue orgie funeste più assai di quelle della dissolutezza: non sempre dalla sua urna scaturiscono chiare, fresche, e dolci acque; qualche volta avvelenano. L’albero della scienza non solo non è l’albero della vita, ma il Signore ha detto all’uomo: «Non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, perciocchè nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai».[70] — L’uomo che ha veduto troppo, come Delia contemplando il Sole, è rimasto per soverchia luce acciecato; il suo cuore diventò cenere; a nulla si esalta, in nulla ha fede: virtù, delitti, rettitudine e vizi, suonano una medesima cosa per lui, frutti dolci in una contrada, attossicati in un’altra; colpa della terra e del clima: l’anima è un sospiro che cessa coll’agonia; la patria, il luogo dove posiamo giorno per giorno la testa riparata dalla procella; un nome, Iddio.
L’uomo deve contentarsi di stare al quia; ove egli si ponga così all’avventura peregrinando attraverso le regioni del sapere, i mali che gli ridonderanno da questo suo errare irrequieto, non gli riusciranno punto minori di quelli ci vengono dal continuo andare randagi per lo mondo fisico. Questo gli [pg!223] torrà la famiglia, gli amici e la patria; quello la fede e gli affetti. Giobbe bene a ragione assomiglia la soverchia sapienza ad un mucchio di cenere, dacchè veramente ella sia reliquia infelicissima di un fuoco che non si accenderà mai più. Io l’ho pur detto di sopra: il Creatore avrebbe dovuto sospendere la verità alle volte del firmamento come unico luminare: allora nessuno avrebbe dubitato sopra la luce e il calore benefico di lei, come forse avviene del Sole; e ho detto forse, conciossiachè non sia mancato chi dubitasse essere il Sole una massa di fuoco, e lo pretendesse piuttosto un cumulo di ghiaccio imprimente un moto di rotazione alle molecole dell’aria: — la quale opinione è tedesca. — Aasvero l’ebreo errante comprende il simbolo di questa agonia insaziabile di sapere: egli cammina, cammina per lande deserte, per sabbie infuocate, per campi nevosi; egli ha veduto la cupola di San Pietro, le moschee di Costantinopoli, i tempii di Brama, quelli di Budda; ha veduto adorare cani, bovi, coccodrilli, e serpenti; ha veduto inalzare alla dignità di Dio fino le cipolle![71] sacrificii incruenti, sacrificii di sangue, e vittime umane; tutto insomma ha veduto; quello che sapeva ha dimenticato, quello che ha appreso non basta a placare la superba febbre della sua intelligenza; quello che vorrebbe sapere per fare paga l’ardente sete, sta chiuso dentro l’urna del destino: aborre tornare a casa, perchè nessuno ve lo aspetta; i suoi parenti sono morti, le generazioni hanno dimenticato [pg!224] il suo nome; egli non ama nessuno; nessuno lui; rifiuta amici, repudia affetti, e rifugge da legare lacci, che scioglierà domani. Forse nel gran giorno in cui Dio rivelerà la eterna sua faccia alle moltitudini delle cose create si quieterà la sua agonia, e Dio gli darà pace, non perchè abbia amato molto, ma perchè molto ha sofferto.[72]
State contente, umane genti, al quia;[73] — altrimenti voi vi sentirete crollare sotto i piedi la terra, sprofondare sopra la testa le volte dei cieli. Voi crescete educate nella suprema idea di un Ente animatore col soffio della sua bocca immortale quanto ha vita nello universo; che rompe come canna fragile il persecutore, e ripara sotto lo immenso suo manto l’oppresso: e tu errando troverai popoli che Dio non conoscono nè adorano, o si fanno Dio di cani, serpi, bovi, elefanti, e cipolle, e spesso di un mostro tremendo di forme, ma più tremendo assai pei riti sanguinosi. Ti sembra pietà custodire il padre infermo e canuto, confortarlo nei momenti estremi con ogni maniera di amorevoli ufficii, e comporgli in pace le spente palpebre: eppure furonvi, e vi hanno anche popoli, ch’estimano filiale misericordia strappare i padri dai letti dolorosi, sospenderli a un ramo attraversato a due alberi, e acceso sotto un gran fuoco, girare attorno gridando: — il frutto maturo bisogna che caschi, — finchè il vecchio non cada, e si consumi dentro le fiamme.[74] E tu padre delle nostre contrade, qual mai soffriresti supplizio per non [pg!225] vedere morire, o strappare dalle tue braccia gli amatissimi figli? In China si offrono i figli pasto ai cani, o si gettano alla riviera. In Affrica li vendono, e testimonio Clapperton, non volendo egli comperare due negri che la madre gli offeriva, prese costei a maledirli, e a percuoterli, come quelli che dovevano essere stregati perchè disprezzati dal bianco.[75] Pietà tra noi comporre gl’incliti estinti dentro monumenti egregi per materia e per lavoro, altrove pietà pascersi delle membra dei cari defunti. Rimorso e odio pubblico aspettano quaggiù l’uomo crudele, che potendo non soccorse al pericolante nell’acqua; in China, rimorso e rampogna aspettano colui che salva il naufrago. Leggi, e pene, e giudici noi abbiamo contro il furto, e tanto più lo puniamo, quanto più vi adoperarono ingegno, o destrezza; gli Spartani avevano premii pei ladri; e più larghi, quanto meglio si dimostravano arguti. Nel paese dei Battas lo adultero còlto in fallo diventa preda del marito offeso, che lo lega ad un albero, e convita la parentela a mangiarlo: ogni commensale si accosta per ordine di dignità, e taglia il pezzo che meglio gli talenta; il marito sceglie primo, ed è giusta, e per quanto leggiamo, come parte meglio saporosa, si riserba le orecchie; in altre contrade il marito offre la moglie a cui primo gli giunge per casa, come dono ospitale: e se questo avviene adesso tra popoli da noi chiamati barbari, gli Spartani, solenni maestri di civiltà, lo costumavano una volta, allo [pg!226] scopo che dalle proprie mogli uscissero uomini gagliardi per la difesa della patria. Vereconda cosa sono i connubii presso gli uomini, e presso gli Dei; imperciocchè il divino Omero racconti come lo stesso Giove circondasse di una nuvola impenetrabile agli occhi dei mortali e dei celesti i suoi abbracciamenti con Giunone. Sir Bank ci narra avere veduto nei suoi viaggi un simile atto esercitato in pubblico, e con molta cerimonia costituire il rito dell’adorazione di certi popoli selvaggi, al quale assistevano con tali manifestazioni di pietosissimo zelo, da richiamare sopra il ciglio lacrime di tenerezza; e tanto basta.
Nè già crediamo che di cosiffatte immani costumanze le genti presso alle quali si praticano non sappiano porgere, male o bene, la ragione. Non credono perchè non comprendono; astrattezze fuori dei sensi non arrivano a concepire, quindi le rifiutano. Presumerebbero, gli stolti! che Dio si dimostrasse come un teorema di Euclide sopra la lavagna: per religione vorrebbero un’algebra; per altare, l’aritmetica; per sagrificio votivo, un conto fatto in regola; per sacerdote, un computista. Estimano pietà troncare una vita diventata oramai irremediabile dolore; il proprio seno reputano più decoroso sepolcro, che la terra o i marmi non sono; temerario consiglio rompere i disegni della natura; utili alla repubblica i cittadini educati per tempo nei sottili accorgimenti; bellissima cortesia mostrarsi così amico dell’ospite, da offerirgli la cosa più caramente diletta. Peregrinate; [pg!227] apprendete, e mentre vi punge il desiderio di raccogliere fiori da tutto lo universo per inebriarvi di voluttuose fragranze, ecco insinuarvisi nel cuore il mal verme del dubbio, che ve lo imputridisce. Il cuore scettico è morto; ma siccome la mente vive, così noi sembriamo come gente sopravvissuta a noi stessi: custodi quasi dei nostri sepolcri. — In verità, io vi consiglio a starvi contenti al quia. Amate molto, leggete poco, e leggendo, più che altro vi aggradi la poesia, vino purissimo dell’anima, licore prezioso che emana da fontane celesti. — E qui notate ch’io parlo dell’alta poesia, figlia della mente infiammata dal cuore, conciossiachè anche la poesia che scende unicamente dallo intelletto generi dubbio. Chi più sarebbe stato avventuroso del Byron? Quali mai creò la natura poderosissime ale, che meglio delle sue valessero a volo smisurato? Chi ebbe maggior cuore, chi miglior mente di lui? — Ma egli volle vedere troppo, troppo conoscere, troppo sottilmente indagare la genesi degli affetti; nuovo Atteone, porta la pena delle temerarie investigazioni; i suoi stessi fidatissimi veltri lo perseguitano, e lo lacerano. Quasi per vaghezza volle aggiungere la corda del dubbio alla sua lira; parve a lui, che si allargasse la copia dei suoni svariati, e s’ingannò: cotesta corda gli tagliò le dita peggio del filo di un pugnale. Consiglio sapientissimo fu quello dell’Eforo, che ruppe con la scure la nuova corda aggiunta alla lira argiva. Tre furono le corde della lira di Olimpo e di Terpandro, quando accompagnarono [pg!228] i canti di Dio e della umanità; dodici di quella di Timoteo, quando cantava al convito di Alessandro e di Taide, onde ne usciva la infamia di lui, che si era acquistato il nome di magno, e lo incendio dell’antica Persepoli; e tre saranno le corde di qualunque lira, che intende a condurre la umanità per quanto vi ha di onorato e di grande sopra la terra, alla patria eterna dei cieli: — queste corde poi sono, amore, fede e speranza.