Ma come entra tutto questo nella mia storia? — Voi vedrete che ci entra benissimo; imperciocchè proseguendo vi sarà manifesto come povere genti, timorose di Dio, e ferme nei precetti della carità cristiana, vi somministreranno esempii di virtù, che ormai voi ricercate invano presso uomini o di maggiore ingegno, o di più larga istruzione dotati.
Giordano in compagnia di Cecchino e di Titta si erano ridotti, studiando i passi, al casino di San Marco. Pensavano questi due servi potersi ristorare di cibo e di bevanda, e dare alle membra stanche pur finalmente riposo; ma s’ingannarono. Giordano appena entrato si lasciò cadere sopra la prima seggiola che gli si parò davanti, e quivi stette immobile alcun tempo con gli occhi chiusi; dipoi alzò la destra verso la fronte, e ve la tenne come se temesse che gli si fosse spezzata, e mormorava tra sè:
— “Qui avvelena ogni cosa! Qui respiro un’aria di delitto! Mi hanno versato l’inferno nell’anima! Orsù, voi Titta e Cecchino; qui abbisogna adesso [pg!229] che compariscano intere la fedeltà, la prestanza, e la discretezza vostre. Andate al mio palazzo; presentatevi a madonna la duchessa; avvertitela.... no.... aspettate.... Da scrivere....”
E il custode del casino, prontissimo esecutore degli ordini ricevuti, portava quanto gli veniva richiesto. Giordano agitato com’era si provò a scrivere, ma la mano tremante gli negava l’ufficio: voleva affrettarsi, e non gli riusciva; gli bisognò posare. Tornò più quieto a scrivere brevissime note, che suggellò, e porse a Titta, continuando lo interrotto discorso:
— “Non l’avvertite di nulla: porgetele questa lettera, e le direte precedermi voi di uno o due giorni. Io non sono a Firenze; — badate bene. In casa osservate attentissimi ogni atto, ogni detto notate, e quando avvenga o si dica cosa che per poco vi paia importante, venite cautamente a referirmela. Io non mi muovo di qua. — Andate, siatemi fedeli, non mancate al vostro signore: in breve saprete.... saprete quello che non avreste voi dovuto sapere mai.... e quello.... pur troppo! che non avrei mai dovuto dirvi io....”
E con un cenno della mano gli accomiatava. I servi, piegata la persona ad atto di ossequio, si dipartivano.
Venuti sopra la strada, e mutati forse cento passi, Titta prese a dire così:
— “Spero che la fortuna consentirà alla fine di [pg!230] lasciarci cenare: abbiamo sofferto in questa nostra cena più sinistri che lo imperatore Carlo nel suo regno....”
— “Io poi penso, anzi pensava, ed ho deliberato in questo momento di abbandonare il soldo del duca, e ricondurmi qui presso a casa mia.”
— “Domine aiutalo! Avresti per avventura perduto il cervello? Talvolta lo fa, quando camminiamo di questi giorni sotto la sferza del sole....”