— “Io non ho perduto il cervello, Titta; non l’ho perduto. Vedi, quando m’ingaggiai per lancia spezzata col signor duca, io lo feci per le ragioni che or ti dirò. Mio padre si era trovato ai tempi della repubblica, e mi donava un mal dono, perchè invece di accomodarmi l’animo ai tempi, non rifiniva mai di favellarmi del signor Giovanni delle bande nere, del Giacomino, del Ferruccio e di altri tali, per cui mi entrava la febbre addosso di menare le mani, parendomi che anche dentro di me la natura avesse cacciato qualche cosa; ma dove potessi sfogare questa smania io non vedeva: la guerra di Siena era finita, e poi mi sarei piuttosto tagliato le mani, che unirmi agli strozzatori di cotesta nobile cittadinanza. Condussi moglie per attutire questo feroce talento: e’ furono novelle. Ad arte meccanica io non sapeva adattarmi; mercè donna Isabella, ch’è sorella di latte di mogliema, presi soldo come lancia spezzata del signor duca, confidando che egli condotto dal papa o dai Viniziani per generale, avrei militato almeno contro [pg!231] i nemici di Cristo, questi sozzi cani di Turchi, che Dio confonda. Ora ho logoro gli anni migliori della vita a Roma senza levare un ragno da un buco, e la spada mi si è arrugginita nel fodero.”

— “Ah sì! La morte si fa tanto aspettare, che vale proprio la pena di andarle incontro. — O non è tanta vita trovata? Non hai riscosso la paga? Che cosa puoi fare di meglio nel mondo, che mangiare e dormire?”

— “E perchè questo? Gli uomini di cui la rinomanza corre su per le bocche dei popoli, non erano carne ed ossa come noi siamo? Non bevevano gli stessi raggi di luce? Non gl’intirizziva il verno, non li scaldava la state? Non piangevano essi? Non ridevano essi? Mortali non erano come siamo noi?”

— “Senti, Cecchino, vi hanno uomini, che crescono come pini, altri come strame: questo nasce ogni anno, e ogni anno vi si mette dentro la falce; lo lasciano a seccare su i prati, e poi lo danno alle bestie. Noi siamo di questa seconda specie. — Il fieno può dire: io voglio diventare pino? Tanto vale che uno di noi presumesse diventare duca, o principe, o che so io. Quando avrai lasciato un occhio in Affrica, un braccio in America, una gamba in Ungheria, al rimanente tronco del tuo corpo dentro al quale l’anima immortale si sarà ritirata come il presidio nel cassero della fortezza, daranno il titolo di sergente, e un paio di giulii di paga. Negli stati popolari, qualche volta uno di noi poteva scappare avanti; [pg!232] ma adesso la gloria è pei grandi signori: la nostra parte è quella di farci ammazzare; sicchè il meglio sta nel tirare la paga, e conservarci più che possiamo in salute. Se la vita è male, anche peggio è la morte. Chiamano questo mondo valle di lacrime, ma pare che agli uomini garbi di piangere, perchè nessuno vorrebbe uscirne neanche con lo sfratto....”

— “E poniamo che tu abbi ragione: ma io non mangerò mai il pane acquistato con la viltà e col delitto; — egli mi romperebbe i denti, mi si convertirebbe in veleno dentro le viscere: io voglio conservarmi in pace con me stesso.”

— “Che Dio ti aiuti! O che cosa vuoi che i padroni si facciano della tua virtù? Tu mi pari Diogene, che condotto al mercato per esservi venduto gridava: — Chi vuole comprare un padrone! — La virtù è vela con la quale facciamo poco cammino sul mare della vita; adesso pei tempi che corrono, la virtù torna in proposito come uno scaldaletto nel mese di agosto. La vigilanza sopra la salute dei nostri padroni, la obbedienza ai comandamenti loro, una pazienza tedesca di aspettare dietro al cantone, una prontezza di assestare nel buio un colpo che spacci senza dar tempo ad un Gesù Maria, e il mistero per non metterli in cimento, ci procureranno quella fama che a noi è dato di conseguire, e pane per noi e per le nostre famiglie....”

— “Mai no, che questo non farò io, — no per San Giovambattista mio protettore; io prego ch’ei mi [pg!233] mandi prima la mala morte.... — Andate, spiate, referite. — Io mi morderò piuttosto la lingua, che fare la spia. — E aggiungi, Titta; non senti tu qui dentro un odore di sangue? E un giorno di questo sangue dovremo rendere conto. E noi qual pretesto, o quale scusa potremo addurre di questo sangue versato? Potremo dire: — Chiedetene conto al nostro padrone?....”

— “Veramente tu mi metti addosso qualche scrupolo; no pel sangue, chè questo entra nel mestiero.... E di vero essi ci hanno comprato l’anima e il pugnale, e certamente per adoperarlo in modo diverso da quello costumato dallo imperatore Domiziano; ma cotesto nome di spia mi ritorna traverso la gola.... Oltrecchè il duca ci avvilisce senza bisogno. — Quale ha mestieri (perchè io vedo chiaro che qui dentro giace nocco) di spie per sapere se gli sia infedele la moglie? Non ti pare egli così, Cecchino? O che vorrebbe essere egli il primo marito che intacca il pane di oro? Questi signori chiappano talora certe fantasie! Proprio chi più ne sa, meno ne apprende. Ben fece Rinaldo di Montalbano quando gli misero davanti la coppa piena, che il marito senza corona beveva, e il coronato rigettava: — Tengo la moglie mia per bella e buona; — e buttò via la tazza. Questo è prudente vivere di marito; e poi volga la fortuna la ruota, e il villano la marra: ma quando vuolsi cercare il nodo nel giunco, a che sommano tutte queste stimate? Tanto è detto antico: — Le femmine sono tutte di un conio....” [pg!234]

— “Non è mica vero; e vedi, io giurerei che adesso parli una cosa, che tu non credi.... O non fu donna tua madre?”

— “Ah sì! Mia madre fu donna; ma di lei già non parlava io, nè pensava punto a lei: dico delle altre....”