— “Cotesta amicizia guasta la fama di quel valentuomo. Io so troppo bene che mentre il signor Giovanni combatteva, costui si deliziava con le meretrici del campo....” [pg!240]
— “Non è vero, perchè talora rilevò delle ferite....”
— “E che monta questo? Da quando in qua toccare una ferita significa prodezza? Anche Achille gli dette di buone pugnalate, ed ei se le tolse piagnendo, e supplicando la vita. E al Tintoretto, che cosa seppe rispondere quando gli tolse la misura col pistolese? Cheto come olio. — E quando Piero Strozzi lo minacciò di farlo ammazzare nel letto, non si rinchiuse in casa, non inchiodò porte e finestre per paura dell’aria?”[77]
— “O che si fa egli con gente che ti coglie disarmato e alla sprovvista?.... E in quanto a Piero, se dava soggezione a Cosimo vostro duca, qual maraviglia se cercava guardarsene il Divino? E quel suo cuore sviscerato per le sue figliuoline Austria e Adria! Tu lo avessi veduto quanto pensiero se ne dava, e come fu studioso di assicurare loro la dota nelle mani del duca di Urbino, e come le raccomandava a tutti i suoi amici....”[78]
— “Le amava per venderle....”
— “Per Dio, non dirlo...!”
— “Non dirlo? Io lo dico, e lo dirò per quanto il fiato mi basti. O che pensi che anche a me non giungesse la fama vergognosa della morte di cotesto sozzo cane vituperato? Non morì egli udendo con riso infame le schifezze delle sue sorelle meretrici nel bordello di Venezia?[79] Lévamiti dinanzi, tu sei fracido fino alle ossa. Va, mangia pane insanguinato: [pg!241] io tolgo a patti piuttosto morire di fame: — va, tienti la tua fede, io la mia. Al capezzale del letto, nella ora della tua morte, tu vedrai il diavolo che ti sgraffierà dalla fronte la cresima: io spero vedere la moglie castissima e dilettissima, i figli buoni, e la pace degli angioli. — Separiamoci, tu va solo a casa Orsini.”
— “Io, vedi, dovrei corrucciarmi teco, e farti conoscere che Titta non pate villanía; ma anche questo appresi dal Divino, che ai banditori delle verità è per giunta se tocca meno della lapidazione. Io dirò al palazzo che ti ha preso male, o che so io; inventerò una scusa per lasciarti tempo a dare le spese al tuo cervello, e ridurti domani al tuo solito posto....”
— “Gran mercè; io non voglio tornare, e non tornerò. — Titta! accóstati. Vedi, cotesta casa è casa mia: lì nacqui, e lì crebbi. — Titta! Non vedi un lume alle finestre? Dimmelo; ho gli occhi offuscati di lacrime, e non iscorgo bene. Santissima Vergine! è una donna quella che sta affacciata al balcone? — Titta, travedo, o vedo bene?”
— “Vedi bene; ella è proprio una femmina.”