— “O questa è Maria! Povera donna, ella mi aspetta? Chi sa quante notti ha passato alla finestra! O che consolazione rivedere la mia cara, la mia dolce Maria!....”
E così esclamando spiccò tale una corsa, che non gli avrebbe tenuto dietro un capriolo. [pg!242]
Titta si affaticava invano a raggiungerlo, e gridava:
— “Cecchino, férmati! Cecchino, senti!”
E l’altro correva più che mai. Affannoso, sudante, arriva Cecchino alla porta di casa sua, e appena con voci interrotte chiama: — Maria! — Cecchino! — le rispose la donna con un grido di altissima allegrezza; e sparve dalla finestra, e fu sentita precipitare quasi giù per le scale. In meno che non si dice un amen fu aperto l’uscio di strada, e con le braccia levate si corsero quelle due buone creature incontro, confondendo baci, lagrime e sospiri, con tale una passione irrefrenata e profonda, da fare tenerezza a chiunque avesse potuto vederle, come propriamente lo fa anche a me adesso, che lo racconto....
Titta arrivò tardi, e trovò l’uscio chiuso e incatenato. Volle prima battere, ma poi si trattenne, dicendo:
“Tanto varrebbe bussare alle porte di un camposanto, e aspettare che venisse ad aprirmi il primo padre Adamo. Requiem æternam dona eis, Domine. — Ormai Cecchino ha dato un tuffo a capo fitto nello scimunito. — Non vi è stato verso da cavarne niente di buono; e Dio sa se mi vi sono slogato le spalle, perchè io gli voglio bene come a figliuolo, e disegnava farmene un allievo. — Vedete un po', una femminuccia me lo ha cavato di sotto. È inutile! finchè le donne non saranno tolte via, e gli uomini [pg!243] non s’innesteranno come susini, il mondo camminerà di male in peggio. Ma egli è giovane; e il sangue vuole la sua parte; domani tornerà, un poco abbattuto, s’intende, ma tornerà. Ora sta a me far tutto; ed io incomincerò da mangiare, e poi andarmene a letto, e dormire finchè ne abbia voglia.... — E intanto il signore Paolo Giordano aspetta? — Aspetti sicuro! io non ho bisogno di lui: questi padroni vorrebbero che fossimo buoni, e cattivi; mansueti, e coltellatori; fedeli, e traditori; tonti, e saputi; angioli, e demoni; e poi non mangiassimo mai, mai non vestissimo, e non chiedessimo: insomma se un servitore possedesse la metà delle virtù che domandano i padroni da loro, non vi sarebbe così povero fante che non meritasse avere per servo almeno un marchese. E poi, a che monta vegliare? Non ha da essere in casa la Giulia? In meno di cinque minuti saprò più di quello che io non potrò tenere a mente, o referire; ed anche senza tanti anfanamenti, se io vorrò fare seco del ben bellezza, chi fie che mi trattenga? Certo non ella; il nostro bene è durevole e forte, non circoscritto, non mai sterile; noi invece dello individuo amiamo la specie: ella tutti gli uomini; io tutte le donne; in modo che per noi non si dà lontananza, non assenza, siamo sempre presenti, sempre innamorati, siamo come perle di un medesimo vezzo; di ogni fiore facciamo ghirlanda, e ce ne incoroniamo la vita. — Un fiore non fa primavera; l’amore non è compreso in uno affetto [pg!244] solo.” — E questi, e tali altri concetti rivolgendo per la mente, si allontanava dalla casa di Cecchino, tardandogli oramai di arrivare al palazzo del suo signore.
Con animo più giocondo io ritorno a Cecchino e alla Maria. Abbracciati e lieti salirono, o piuttosto volarono su per le scale, offerendo la immagine delle colombe, che con ale tese e aperte si affrettano al dolce nido, la quale per essere stata adoprata dal Dante, a me non rimane a fare altro che ricordarla. Giunti nel mezzo della sala, si rinnuovarono le amorose accoglienze: uno interrogava l’altro, e l’altro per risposta domandava a sua volta; e senza pure aspettare queste risposte, cose sopra cose ricercavano, e via, e via, sicchè dai labbri di ambedue prorompeva un turbine di parole ardenti di curiosità e di passione. Ma alla fine si accorsero di cotesto singolare colloquio, e ne risero svisceratamente, e tornarono a cambiarsi castissimi baci.
— “Orsù,” tutta rubiconda con occhi sfavillanti favellò la Maria; “tu se’ sozzo di polvere e di sudore; aspetta ch’io ti porti da lavare mani e viso.”
E quindi a poco tornò, ponendogli davanti la catinella piena d’acqua; e lieta cantando come se fosse di bel mezzo giorno, si fece all’armario, prese uno asciugamano di elettissimo lino tutto odoroso di fior di gaggío, e glielo porse per asciugarsi, ed ella pure lo andava aiutando in questo ufficio. Nè qui si rimase la cura della buona femmina, che quando [pg!245] è dabbene, davvero ella è la cara gioia pel cuore dell’uomo; e postasi a sedere, ordinò che anche il suo Cecchino sedesse, e sporgendo le mani gli strinse dolcemente la testa, e se l’adagiò in grembo, e col pettine gli rinettò i capelli, ne cacciò via la polvere, li sviluppò dai groppi, e spartiti per quanto si distende il cranio, gliene acconciò sopra le orecchie e intorno al collo, meglio che se vi avesse adoperato il calamistro.