E tenendolo sempre su le gote con ambedue le mani, gli alzò il volto, lo guardò fisso ridendo, e vedutolo bello se ne compiacque, come pure è lecito a onesta moglie gloriarsi di leggiadro e valoroso marito; e datogli un grosso bacio in mezzo alla fronte, esclamò proprio col cuore:

— “Tu mi pari un angiolo....”

— “Ma questo angiolo” rispose Cecchino “non essendo spoglio per ora della sua veste terrena, ha la maggiore fame che mai figlio di Adamo avesse al mondo....”

— “Or come questo? Io mi pensava che tu non avessi bisogno di niente. Perchè non lo hai detto prima? Non credere mica che tu mi colga sprovvista. Poco trovi in casa tua, ma però tanto che basterà....”

— “Che cosa vuoi? Abbiamo fatto oggi più di cinquanta miglia di un fiato. Siamo arrivati a notte, e ci hanno fermato fin qui senza darci tempo di bagnare la bocca....”

— “Ma, e non sei tu venuto col signore duca?” [pg!246]

— “Sono, ma non si ha a sapere; ei non è smontato al palazzo. — Però di questo a bello agio....”

— “Sì, cuore mio, a bello agio.” — E intanto la Maria aveva imbandita la mensa in un battere di occhio, non tanto per le poche masserizie e vivande che pose sopra la tavola, quanto per la gran fretta che si dava. I Fiorentini ebbero fama di sottili e di parchi oltre misura convenevole a chiunque vive onestamente, e questa fama tuttavia dura. Certo, una volta furono tali; ma non si creda che si lasciassero patire: ed anzi dalle leggi che chiamano suntuarie, rinnovate spesso, e richiamate in vigore, apprendiamo come la civile parsimonia non nascesse spontanea, ma in virtù di provvedimenti continui; sappiamo ancora come lo statuto concedendo pei pranzi due sole vivande, l’arrosto e il lesso, i Fiorentini molto di leggieri lo eludessero adoperando moltissime ragioni carni lesse e arrostite, per l’unico lesso ed arrosto consentiti dagli statuti. Intorno al vestire, Franco Sacchetti in certa sua novella piacevolissima ci ha conservato le infinite arguzie usate dalle donne, per le quali i giudici non potevano mai coglierle in fallo, nè riusciva loro mai di applicare la legge.[80] E poi quando giungevano in Firenze persone di alto affare, i cittadini che le ospitavano pagavano la multa, e sfoggiavano con insolita magnificenza. I ricordi dei tempi ci hanno conservato il modo tenuto dal Magnifico Lorenzo con Franceschetto Cibo e la sua corte, quando venne a fare le nozze con la [pg!247] sua figlia; e questa avventura dimostra come sia arte antica in tutti coloro che attesero a spegnere la libertà della patria, osservare studiosamente le apparenze, mentre affilano la scure per tagliare la sostanza. Ma le casse erano piene di fiorini di oro, grandi i commerci, maravigliose le industrie, stupende le imprese; e allora concepivano e mandavano a compimento cose che ai giorni nostri il solo vederle sbalordisce. Ingiusta poi è la fama che dura intorno alla grettezza fiorentina; testimonio recente noi lo troviamo nelle satire del D’Elci, là dove dice:

... a te torno, o mia frugal Firenze,

Dove avarizia ha splendide apparenze.[81]

Molti lo confermano, ma, come avviene spessissimo, piuttosto sopra la fede altrui che per osservazione propria. I Fiorentini ai giorni presenti agita il demonio del lusso e della pigrizia: come tutti gli altri popoli della Europa, non dirò che non credano, ma poco fidano nel paradiso celeste; si sono fabbricati anch’essi un nuovo paradiso terrestre senza l’albero della scienza. Poco importa se raccogliamo fiori di un giorno, e caduchi; anzi, che si rinnovino è bene; qualsivoglia durata pesa; vivere, e godere comprende lo scopo supremo delle umane voglie. — Una volta il secolo dubitava tra il bene e il male; e certo grandissimo travaglio era cotesto della mente e del cuore; pure lo stesso tormento rendeva testimonianza di vita: oggi il secolo crede, sì, crede, [pg!248] ma la sua fede non è nel bene. Viviamo tutti come se il medico ci avesse spediti; e’ pare che temiamo che domani il cielo non sia per cuoprire la terra: non più piramidi, non più obelischi; la più faticosa opera che osiamo imprendere noi, sta in comporre un mazzo di fiori; la tela del ragno ci sembra cosa troppo secolare, ci costituiamo numero ed enti nati per consumare il grano. Orniamo pertanto di papaveri le tempia dei nostri eroi, sia il sonno la epopea dei nostri tempi, lo sbadiglio la storia. Nel sepolcro ci aspetta vita maggiore che sopra questa terra, almeno durante il periodo della putrefazione. Nessuno ci può muovere ragionevole rampogna: noi pei tempi, i tempi per noi: la nicchia e il santo corrispondono a maraviglia. Perchè logorarci per procacciare una rinomanza che detestiamo? Perchè attendere a studii i quali potrebbero fare sospettare la nostra esistenza, che noi con ogni maniera di sforzo c’ingegniamo mettere in oblio? I figli nostri cresceranno peggio o meglio di noi: se peggio, riesce indarno ogni argomento; se meglio, vergognerebbero delle nostre miserie. — Bene dunque ci avvisiamo a dormire, a tacere, a godere, e a morire. Questo veramente si chiama il trionfo della morte! —