«Alla Maestà Cristianissima di Caterina regina di Francia.»
Pensò trasognare: guardò la terza e la quarta volta; lo scritto stava pure come aveva letto la prima. — Spiega il foglio, e trova:
«Onorandissima come madre. — Considerando la gravità dei miei peccati, e la pena che me ne possa incogliere sopra questa terra valgami ad ottenere dalla misericordia infinita di Dio quel perdono di cui lo supplico con tutte le viscere dell’anima mia, ho deliberato di non sottrarmi al destino, qualunque e’ si sia, che la Provvidenza mi apparecchia. Ma sebbene io mi appigli a questo partito, che mi pare essermi dettato dal mio Angiolo Custode, non posso poi nè devo inviluppare nella mia rovina una creatura innocente, e per ogni verso degnissima di commiserazione. Io confido pertanto questo figlio del mio dolore alla vostra pietà: pensate che la sua culla è circondata di serpenti, e la sua vita è la vita della belva del [pg!258] bosco, a spegnere la quale ogni uomo pensa avere ragione e diritto. Non vi vogliono meno della prudenza e della autorità di Regina gravissima e potentissima quale voi siete, per salvare questo misero capo: se non che mi è a bene sperare cagione vedere come la donna a cui raccomando questo figliuolo perchè lo riponga nel grembo della M. V. quasi in porto fidatissimo di salute, lascia patria, casa, e parenti, per consolare di un qualche conforto me peritura. Questa donna è mia sorella di latte: nata e vissuta nelle vie del Signore, mi abbandonò rejetta nella ora del peccato, e mi ritorna spontanea in quella della sventura. La urgenza dei casi non patendo indugi, ella si pone sola in cammino da me scongiurata; ma io farò in modo che la raggiunga in breve l’amatissimo suo marito. Giovani entrambi fedelissimi, meritano la benevolenza della M. V., che prego a somministrare loro le più larghe grazie e favori di cui il vostro animo regio è così copioso largitore con tutti, e specialmente poi con quelli che in vantaggio dei congiunti vostri e della magnifica vostra casa si mostrarono volenterosi di assumere incarichi ancorachè con manifesto pericolo delle loro sostanze e persone. Io non ho a dire altro, che supplicare la M. V., per l’amore di Gesù Cristo nostro Salvatore, di prendere sotto la sua protezione questa misera creatura. Dio ve ne darà quel rimerito, che non posso io. — Pensi la M. V. essere queste le parole novissime di persona a voi [pg!259] stretta per sangue; — questo essere il mio testamento; — e con questa fiducia morire rassegnata e compunta, chi altramente avrebbe concluso la vita disperata e bestemmiando. Quando giungerà alla M. V. la notizia della mia morte, che presento vicina, vogliate ricordarvi di me nelle vostre orazioni, e fare suffragare l’anima mia. Vi auguro in questo mondo le maggiori felicità, che la gloriosa mente e il cuore magnanimo della M. V. sanno, per così dire, creare; e baciandovi le mani mi dichiaro della M. V. indegna, ma pure affettuosissima figliuola. — Isabella duchessa di Bracciano.»
Prima assai di arrivare in fondo, Cecchino accorto dell’errore suo, spogliata la ira, venne preso da tale una passione al cuore, che non potè fare a meno di sfogare con lacrime copiosissime. Depose il foglio; già prima assai aveva scagliato lontana da sè la daga, e tutto in pianto si abbandonò sopra la sua Maria, sollevandole amorosamente il capo, e con mille nomi dolcissimi chiamandola. Ma la povera donna non dava segno di vita, e nella caduta aveva percosso così duramente, che dietro la orecchia destra le si era rotta la pelle, e grondava sangue. Per poco stette che Cecchino pure non venisse meno; ma lo sostenne il pensiero di provvedere alla salute della sua donna amatissima: le fasciò la ferita, l’adagiò sopra il letto, tentò farla rinvenire con acqua e con aceto, col fumo della esca, con quello [pg!260] delle penne di pollo; insomma non vi fu argomento che egli non mettesse in opera; ma la donna non rinveniva. Egli poi non irrompeva in lagnanze inopportune: gemeva di tratto in tratto, e alzava supplichevoli gli occhi al cielo. — Alla fine disperato le si pose al fianco, l’abbracciò stretta, la inondò di lacrime, la ricoperse di baci, e tra i singhiozzi esclamò: — “Signore, fate ch’io muoia qui accanto a lei!”
Ma il Signore non volle un tanto danno, e profferito ch’ebbe appena Cecchino cotesto scongiuro, che Maria, anch’essa sciolto un profondo sospiro, aperse gli occhi, immemore di quanto fosse accaduto.
Cecchino si pose in ginocchio davanti a lei, non osando pure aprire la bocca: ma alla Maria tornava a poco a poco la memoria dei casi passati, e si sforzò rilevarsi; e vista aperta la lettera da lei custodita con gelosa cura nel proprio seno, sollevò Cecchino da terra, e sorridendo con un languido sorriso mormorò queste parole:
— “Di poca fede, perchè hai dubitato?”[82]
E quindi a breve, guardate dal balcone le stelle soggiunse:
— “Cecchino, non abbiamo tempo a perdere: tra pochi momenti verranno per noi. Mentre io vesto il bambino, tu metti assieme i tuoi panni, e cúciti addosso l’oro e le gioie della signora; — al rimanente è stato già provveduto.”
Cecchino non aveva volontà propria; ormai obbediva [pg!261] come cosa passiva allo impulso che gli veniva dato: tante, e così diverse, e tanto profonde erano state le passioni che lo avevano commosso nel giro di poche ore, ch’ei si sentiva quasi annullato; ma dove fosse rimasta in lui facoltà di pensare e di volere, non si sarebbe mai opposto ai desiderii della sua moglie, che animata da spirito di carità, di sacrifizio e di amore, gli pareva creatura da uguagliarsi piuttosto alle sostanze celesti, che anteporsi alle mortali. Insomma, come cosa santa la riveriva ed amava. — Di tali e così subiti trapassi vanno capaci le umane menti quaggiù! Misere intelligenze in balía della passione, come un fragile schifo commesso alle tempeste dell’oceano, per poco piangiamo, per poco ridiamo, ma, e questo importa assai più, per poco ancora trascorriamo a fatti che come ci tolgono la dignità dell’uomo e la pace dell’animo, così ci rendono meritevoli in questa vita del vituperio degli uomini, e nell’altra dello sdegno di Dio.