— “Messer Lionardo,” gli mormorò all’orecchio “quando la vedrete, assicuratela che il suo figliuolo si trova in salvo: ditele che mio marito viene meco, sicchè non si prenda altra pena. Se potete, salvatela; perchè la sua morte, senza il vostro aiuto, è sicura. La roba che ho lasciato in casa, fatemi la carità di dire al vostro amico don Silvano che la venda, e ne dica tanto bene pei morti, e.... pei morti secondo la mia intenzione....”

— “Sarà fatto.”

E messere Lionardo, chiuso lo sportello, ordinava che la carrozza partisse.

Maria favellando di morti accennava Isabella, ma le rimanendo, comecchè languidissimo, un fiato di speranza, non lo volle spengere alla sua fede con quella trista commissione; ma in cuore ritenne che avendola data pei suoi cari defunti, ormai vi si poteva comprendere anche l’anima d’Isabella.

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[CAPITOLO OTTAVO.]

LA CONFESSIONE.

Venuta la mattina della Pasqua, la donna si levò in su l’aurora et acconciossi, et andossene alla chiesa... il marito dall’altra parte levatosi se ne andò a quella medesima chiesa, e fuvvi prima di lei... e messasi prestamente una delle robe del prete con un cappuccio grande a gote, come noi veggiamo che i preti portano, avendosel tirato un poco innanzi, si mise a sedere in coro.... Ora venendo alla confessione, tra le altre cose che la donna gli disse, avendogli prima detto come maritata era, si fu che ella era innamorata.... Quando il geloso udì questo, gli parve che gli fosse dato di un coltello nel cuore.

Boccaccio, Giorn. VII, Nov. V.