Evento dei tempi di cui tenghiamo proposito singolarissimo, e di considerazione veramente degno, si è quello di vedere come nei conventi si mantenessero, e dai frati si manifestassero spiriti avversi al potere costituito, nel modo stesso che nei tempi antecedenti si era per loro dimostrata opposizione maravigliosa al principato che si costituiva. Del qual fatto dandomi io a investigare le cagioni, parmi che in parte le si debbano attribuire alla vanità, vizio naturale, che molto di leggeri [pg!268] alle menti dei migliori si appiglia, nè da noi figliuoli di Adamo, per quanta industria sappiamo adoperarvi dintorno, affatto mai non si scompagna; parte al difetto della vita attiva, e al chiudersi nella contemplazione di una cosa; per cui avviene che la contemplazione così s’insignorisce dell’anima, che l’uomo si compenetra della idea, la idea dell’uomo, e diventano tutta una sostanza necessariamente palpitante e vivente, nè l’una puoi sopprimere se l’altro non uccidi. La quale condizione siccome feconda di geste inclite, così talvolta lo è di luttuosissimi fatti: — per lei sono l’eroe e il pazzo; ella guida al trionfo o al patibolo, e lo intervallo, a cui ben vede, apparisce meno largo di quello che altri per avventura non pensa. Forse la cagione del fatto considerato può nascere da carità del prossimo, che non consente a cuori appassionati sopportare la vista del mal governo al quale viene condotta la stirpe redenta da Cristo a prezzo di sangue, ed odiano l’uomo che presume ridurre in menzogna lo eterno riscatto. — Può anche dirsi, che in alcuni sia desiderio irresistibile di martirio, che inebbria a modo di ogni altro amore lo spirito dell’uomo, e fa parergli bella la morte per una parola lanciata nella faccia al tiranno nel momento della sua feroce superbia, e che vi rimarrà impressa come se l’avesse sfolgorata il fulmine di Dio. — E forse, e senza forse, altre più molte sono le cagioni del fatto, che o per cortezza d’ingegno, o per essere [pg!269] il luogo male acconcio a simili ricerche, io cesso discorrere, le quali congiuntamente, e non ognuna per sè, lo partoriscono, essendo l’origine delle azioni nostre complessa oltre ogni credere, e tale da perdervisi dentro i meglio vigorosi intelletti.

Dagli alti pergami scendeva pertanto una parola animosa, ma spesa invano, non altramente che se fosse parlata dentro un camposanto. Così la predica del sabato dopo la seconda domenica di Quaresima di Fra Girolamo Savonarola valse a far sì che gli ascoltanti in lacrime dirotte ed in altissime grida prorompessero, ma non valse a impedire a Lorenzo il principato, e a lui profeta inerme la morte infame; nè più tardi la predica del Padre Marcello di San Francesco in Duomo, la quale, per quanto le memorie dei tempi ci tramandano, incominciava: «Firenze, io sento che tu mi vuoi ammazzare; io la rimetto in te: degli altri predicatori hai ammazzato. Sappi, Firenze, che questa sarà la mia corona: volesse Dio ch’io fossi al primo della Quaresima. Apri pure gli occhi ai tuoi peccati, Firenze: tu sei fatta una pubblica meretrice: ma guai a te! guai a te!»[83] potè trattenere le libidini e la tirannide del Granduca Francesco. Quando la fortuna dei popoli precipita, il braccio solo di Dio sarebbe bastevole puntello alla grande rovina. I fati devono essere adempiti, l’antica sapienza immaginò Giove sottoposto al Destino. [pg!270]

E Francesco compiacendo al suo fiero talento, avrebbe desiderato tenere sopra le ginocchia la testa mozza del frate, e pungerne con uno spillo la lingua come usò la empia Fulvia del sacro capo di Cicerone; ma lo trattennero i rudimenti paterni, e i consigli dei savi educati alla scuola di Cosimo.

La molla tanto acquista di forza in respingere, quanto più noi la tenghiamo compressa. Un fuoco chiuso s’irrita dentro al recipiente, e fa violenza nelle pareti finchè non le rompa; una voglia contradiata si fa agonia, l’agonia diventa furore. Fino al 1750, cosa incredibile, e vera, in Firenze sopra la piazza della Signoria, là dove fu bruciato Fra Girolamo, ogni anno la mattina del 23 di maggio si trovava la fiorita, o fiori sparsi come si costuma davanti alle chiese nelle feste di qualche santo.[84] — A che montano i fiori? Coi fiori tessiamo le ghirlande pei morti. — A che nuoce uno amore manifestato una volta l’anno, e co’ fiori? Chi è quel così male accorto nemico, che volesse spegnere una vita consunta da etisia? Non gittate il fiato indarno: la candela è giunta al verde: sofferite anco due o tre pallidissimi getti di luce, e poi regnerete in pace nei dominii ampi dell’erebo e della Notte.

La mente di Cosimo apparecchiò un alveo larghissimo, lo munì di argini validi, e ad ogni urto gagliardi; poi consentì, anzi desiderò che la opinione pubblica a modo di acqua vi dilagasse dentro. Egli fermo sopra gli argini ne guardava con solerzia ed [pg!271] accortezza supreme lo impeto e i moti; e conobbe sorgerne di tre generazioni uomini.

I primi, ed erano i più, incapaci di pensare e di agire, vero ripieno della stirpe umana; e questi lasciava come innocui che il gran flutto del tempo li riportasse nel nulla donde li aveva prima dipartiti: appartenevano a questa generazione tutti coloro i quali nello scontrarsi per le vie, volgendo cautamente uno la faccia a mezzo giorno, l’altro a tramontana, per non essere avvertiti dal bargello o da cui per esso, si stringevano con molta compunzione le mani, alzavano gli occhi lacrimosi al cielo, sospiravano profondi, della servitù di Babilonia discorrevano, Gedeone, Giuda Maccabeo, o Debora ricordavano, nelle braccia del Signore la causa loro confidavano, come se il Signore dovesse affannarsi a dare una patria a cui non la merita, e combattere le battaglie di un popolo che ha paura dell’armi. — Vi appartenevano coloro, che copiosi dei beni di fortuna stavano lontani dalla città compiangendone i cittadini di cui pareva non si considerassero parte; e come Scipioni sdegnati, riparavano magnanimamente dalla pubblica sventura entro uno asilo lieto di quanto l’abbondanza della terra o la industria degli uomini sanno produrre di più esquisito per soddisfare le voglie fisiche dei mortali nel mondo. Dandosi sembiante di nocchieri stanchi, e rotti dalle fatiche, stavano dalla riva a considerare le nuove procelle: — essi, che non avevano mai navigato neppure sopra la [pg!272] piana superficie di un lago! E invece di nocchieri, parevano ed erano del tutto somiglievoli al topo romito di Lorenzo Pignotti,

Che per andar dal mondo assai lontano,

Entrò dentro d’un cacio parmigiano.[85]

Pessimi cittadini, e strumento validissimo di tirannide!

Vi appartenevano coloro, che volendo alla propria ignavia e alla comune viltà apprestare onesto motivo, affermavano doversi aspettare a primavera: ma non dicevano quale; sicchè questo loro detto corrispondeva al cartello che alcuni venditori appiccano nelle botteghe; ove sta scritto perpetuamente: — oggi non si fa credenza, domani sì; — e quanto prima dovere andare il mondo a soqquadro: sapere, e saperlo di certa scienza, che il Turco voleva entrare in Ungheria, e tentare Vienna, e non essersi per anche messo in campagna, perchè non avevano cucito le tre code al turbante del Gran Visir.... Filippo II di Spagna avere detto apertamente, che Cosimo non aveva voluto imprestargli danaro, e guai a lui! Eglino essere come i pescatori di anguille, che per pescare con frutto attendevano le acque torbe. Vi appartenevano quelli, che orridi per folta capelliera, e per faccia tutta irta di peli, ormai non potevano produrre altra testimonianza della umanità loro, tranne la punta del naso; — e gli altri, che tenevano in tasca forbiti pugnali [pg!273] sizienti sangue, e che per ora, onde non lasciarli asciutti, se ne servivano per mondare le pere; — e gli altri che per addestrarsi alle armi, e afforzarsi contro ai perigli, con uno spadone a due mani davano a torto e a traverso manrovesci, fendenti, e punte da Orlando entro sacchi ripieni di semola; e quando erano tutti in sudore, scalmanati e rubicondi esclamavano: — «Beviamo! abbiamo bene meritato della patria!» — e giù bicchieri di santa ragione. Costoro una capacità avevano certo, e se il lago di Bientina fosse stato vino, a questa ora sarebbe asciutto da duecento e più anni a questa parte; — e gli altri infine, che alle stelle remote ed alla luna confidavano le secrete ansietà, i lai arcani, e gli ardori interni, che il giorno dopo della esalazione loro correvano manoscritti per tutta la città. Vi appartenevano finalmente, non già perchè venga meno il catalogo, ma perchè non riesca sazievole il novero troppo lungo dei disutilacci che non fur mai vivi, quelli i quali si affaticavano a far credere che mediante l’alfabeto si poteva racquistare la perduta dignità: — «I figli della terra, essi dicevano, misero lo scompiglio nelle sedi celesti ponendo Olimpo sopra Ossa, e Ossa sopra Pelia, e provocarono la tremenda procella dei fulmini di Giove: noi meglio avvisati torneremo nei cieli alla sordina; fabbrichiamo copia di scale tascabili, apparecchiamo degli spaghi, e così quando se lo aspetteranno meno, noi daremo una scalata alle [pg!274] nuvole. L’uomo è più da temersi col naso cavalcato da un paio di occhiali di Roma, che cavalcante egli stesso un buon destriero di battaglia; un libro in-quarto difende meglio un popolo di una fortezza; da una lettera sola scaturiscono più libbre di civiltà, che da un cannone da trentasei libbre di palla; un elle ferisce meglio di una lancia, un j lungo fende assai più di una scimitarra; un dittongo può diventare il passo delle Termopili, — o le Forche Caudine: — lasciate fare a noi; col tempo e con la pazienza foreremo le Alpi anche con una lesina: vedete il tarlo!....» — Ahi sciagurati! Il tarlo rodendo muore nella ignobile tomba che ha scavato. Enceladi in-sedicesimo, non si fa guerra a Giove con gli aghi, le corazze di malva, e le barbute di gusci di noce, come gli eroi della Batracomiomachia di Omero! Nè uomini nè donne; androgini morali, molto più nuocciono alla parte a cui si appigliano, che le cavallette di Moisè non guastarono le mèssi nelle pianure egiziane.

Ma quello ch’era a considerarsi più strano consisteva in questo, che anche presso i fuoriusciti, anzi principalmente presso loro, non si rifiniva mai di congiurare: quei di fuori tacciavano di accidia e di peggio quei di dentro, e li proverbiavano sopra la primavera, sopra l’autunno, e simili altre miserie; quei di dentro mettevano accusa a quelli di fuori: ambo i lati smaniosi di fare, ambo i lati incapaci di fare, ardenti come fuoco quando la occasione d’irrompere [pg!275] si allontanava, diaccio quando pareva avvicinarsi: una parte biasimava l’altra, e sopra tutto erano irreconciliabili in massima, chè taluni sostenevano il mondo avere ad essere un arcolaio, tali altri una girandola. I fuoriusciti stavano per la girandola, quei di casa per l’arcolaio: «Poniamo, dicevano i primi, fuoco alle polveri, e vedrete come lieve scintilla gran fiamma secondi; vedrete qual mole di lava ardente inonderà la terra: fate, ardite; se qualcheduno per caso ne restasse appeso per la gola a cagione della Legge spolverina,[86] non se ne dia per inteso, dacchè dalle sue ossa nasceranno vendicatori, e il suo sangue cadrà come rugiada di vita sul fiore che sospiriamo.» — «Non vuolsi avventurare così grossa posta, rispondevano i secondi: chi va piano va sano; tardi, ma certo: festina lente, tarde, sed tuto (con le altre leggende per le quali anche la pizzuga presume farsi credere generale di eserciti). La vita dei popoli è lunga lunga; se non sarà dato di goderne a noi, bene! ne goderanno i nipoti dei bisnipoti dei nostri nipoti (questi, come vedete, la pigliavano larga); anche a noi tarderebbe stendere la mano al frutto bagnato di tanto sudore, ma noi sappiamo contenerci prudentemente, ma noi sappiamo aspettare. Il mondo è un arcolaio, vi diciamo; intorno alle stecche voi vedete accomodata la matassa: a vero dire, apparisce un poco arruffata, pure pian pianino, con giudizio, [pg!276] senza troppa fretta, noi giungeremo a dipanarla.»