E i primi dicevano ai secondi: «Ma voi state in seno delle vostre famiglie, ma voi coprono i tetti paterni, voi l’avito censo alimenta, voi ragionate così davanti al domestico focolare; e noi andiamo randagi in terra straniera, noi divora l’agonia del suolo natale, noi tollerano impazientemente ospiti avari, nè i patrii affetti ci scaldano, nè il patrio sole.»
E i secondi replicavano: — «Dunque non è amor di patria quello che vi muove, bensì dei vostri comodi particolari!» Nè qui restava la turpe vicenda delle rampogne; chè anzi così trascorrevano smodate e piene di scandalo, da muovere perfino la compassione dei loro stessi nemici.... Privi di senno nel concepire, senza coraggio nel mandare ad esecuzione, mancavano dello estremo benefizio della sventura, — voglio dire della dignità nel sopportarla.
Tutti questi umori di lunga mano conoscevansi, e non che ne insospettissero, ne ricavavano maraviglioso diletto, come di vedute grottesche della lanterna magica politica, le quali si dipingessero passando sopra le pareti della sala degli Otto.
Le due rimanenti maniere di uomini concordavano in questo, che favoriti dai cieli di ottimo discernimento, assottigliato per lungo esercizio dei buoni studii, erano destinati a formare il credito della fazione a cui si fossero rivolti. — Ma differenziavano poi in questo altro, che alcuni si erano lasciati persuadere, [pg!277] e chinato il capo servivano; ed alcuni non petulanti, non pervicaci, non superbi, si erano avvolti nella solitudine e nel silenzio, convinti che là dove le magnanime parole vengono interdette, la migliore cosa che avanza all’onorato cittadino è tacere.
Costumano gl’Indiani quando fanno la caccia agli elefanti, condurre seco alcuni di cotesti animali addomesticati, che scorto appena il salvatico gli si fanno dintorno tutti festosi, e s’ingegnano avviarlo verso il chiuso: ov’egli repugni, a suono di colpi di proboscide, metà carezza, metà percossa, ve lo costringono; e ridotto nel chiuso, guasto dallo esempio, depone subito gli spiriti feroci, e lascia mettersi addosso la gualdrappa di scarlatto, gli arnesi indorati, e i campanelli di argento. — Non diversi erano gli argomenti posti in uso per vincere la gente, e ridurla alla propria devozione, la quale poi non pativa difetto di ragioni valevoli a giustificare il partito abbracciato; ed invero davano ad intendere: «Non giova egli mitigare un destino, che per quanto sembra a noi non è concesso mutare? Non giova egli rendere umano un potere, che inacerbito può diventare feroce? Quando ci manca la facoltà di tôrre via Polifemo, meglio vale aprirgli due occhi, che acciecarlo dell’uno. Se i tempi sinistri ci contendono di spargere la gioia sopra le generazioni, adoperiamoci a risparmiare loro delle lagrime amare. Così operando, noi sagrifichiamo [pg!278] i nostri affetti privati a vantaggio della umanità, le nostre ambizioni particolari deponiamo; non agli uomini, ma a sè stesso compiace colui, il quale anche con qualche suo carico non opera il bene che le condizioni del secolo gli consentono solo di fare.»
I rigidi all’opposto sostenevano: — «che quando davanti ai popoli adunati non può rendersi conto delle proprie azioni, bisogna condurci nella vita in cosiffatto modo, che la presenza basti per la orazione: nè il popolo discernerla tanto per la sottile; e allorchè vede anima da un lato, e prezzo dall’altro, reputa il contratto di compra e vendita perfezionato, e nella notte tutti i gatti sono grigi, come insegna il proverbio; e male, avvolti in una cappa medesima, possiamo distinguere gli Ebrei dai Sammaritani: il popolo abbisogna di fede, la quale non si persuade per via di astrattezze e di ragionamenti, ma in virtù di un fatto, o di un domma semplicissimo. Il libro del destino essere chiuso ad occhi mortali; e presumere troppo di sè chiunque avvisasse prognosticare oggi quanto sarà per accadere domani: ora, se i presagi loro venissero meno, se quel fato, che riputavano immobile, prendesse a girare più volubile della ruota della fortuna, qual gonfalone desidereranno vincitore? A quale fazione si accosteranno? A qual parte rimarranno fedeli? Quale tradiranno? I nuovi obblighi anteporranno agli antichi, o piuttosto gli [pg!279] antichi ai nuovi? Perchè lo inclito personaggio si porrà egli in condizione da non conoscere in qual lato il suo dovere lo appelli in certi momenti solenni in cui la sola esitanza è peccato gravissimo avanti Dio, e misfatto presso gli uomini? Nè quella vantata temperanza del male giova punto, anzi nuoce; imperciocchè sia della umana natura desiderare, cercare, e trovare ai gravi mali rimedio, mentre ai sopportabili si adatta, e a mano a mano perduta qualunque virtù, l’anima dell’uomo diventa più paziente della schiena di un cammello. Arrogi, che le parti si smarriscono nello insieme; e contemplando la fabbrica, nessuno ci consiglia indagare la forma delle singole pietre, mentre l’obelisco di granito, monolito e solitario, leva la fronte senza paura di fulmine, e rende testimonianza perenne che fu creato dalla natura, e formato dagli uomini per celebrare le lodi del sole.»[87]
A vero dire, il discorso loro suonava piuttosto superbo che giusto, conciossiachè l’uomo, fragilissimo tessuto di vene e di nervi, io non so come possa paragonarsi agli obelischi di granito: e che non fossero obelischi lo dimostrava chiaro lo sparire improvviso ora di questo ora di quello, e lo acciaccarsi per la misteriosa, tenebrosa e tenace persecuzione che veniva loro mossa: da per tutto contrarietà; discordia in casa, ingiustizia nei tribunali, orrore in chiesa; accolti con disprezzo; rigettati con acerbità; nelle più care affezioni insidiati; nelle sostanze [pg!280] disfatti. Non basta ancora: — il senno vilipeso come follía, la costanza riputata insania, le intenzioni calunniate, e diseredati perfino dello scopo unico a cui tende la virtù infelice, — il premio della lode.
Però pochi annoverano le storie, che con animo invitto abbiano resistito a così infame guerra: alcuni rarissimi, non potendo più oltre sopportare, e mutare non volendo, tolsero a lasciarsi morire di fame, o a volgere contro sè stessi le mani omicide, e i nomi di cotesti grandi infelici, più che altrove occorrono registrati nelle storie di Tacito, di Dione e di Svetonio; altri, più presto singolari che rari, deliberarono bevere intero il calice di fiele che la tirannide appressava alle loro labbra: anzi, pensandovi sopra, due soli io vedo in questa terra essere quelli che ardirono subire interi i novissimi fati; ma uno fu Cristo, ed era Dio; l’altro, uomo invero, ma di natura quasi divina, e si chiamò Socrate.
Ora lasciamo di Dio: ma quale fama al mondo può uguagliare la fama di Socrate?
— Oh! questa ella è pure la insopportabile lettura, parmi sentire che dica qualche mio leggitore: ora vedete, quando la narrazione precipita, e la catastrofe dovrebbe correre diritta al suo fine, questo singolare cervello, senza darsi un pensiero al mondo dell’ansietà nostra, si pone a inabissarsi in novelle che nulla fanno al caso, menando il cane per l’aia e andandosene a Roma per Ravenna. Questo è uno intendere l’arte niente; conciossiachè gli animi si [pg!281] raffreddino, l’azione proceda così a balzelloni come persona ebbra, e tutto lo effetto rimanga guasto da cima a fondo, senza rimedio. — O lettore mio benevolo, ed anche, se ti piace, malevolo; considera di grazia, che se tu premi moltissimo a te stesso, anche io qualche cosa importo a me; e se scrivo compiacendo al tuo ingegno, deh! non mostrarmiti acerbo, nè farmi il viso dell’uomo di arme, se talora mi prende vaghezza di compiacere al mio. A me torna grato gittarmi come una tavola sopra il mare dei pensamenti, e lasciarmi in balía dei flutti, che mi sbattono in quella parte e in quell’altra. Io ho bisogno d’inebriarmi di fede e di speranze, come di muschio. Quando io immagino che dai miei concetti, dalla ironia, e dalle rampogne, possa uscirne un qualche frutto, io bacio la penna, e penso che la felicità, volando via dal mondo, nel battere le ale lasciasse cadere la penna come una rimembranza di sè, e come pegno che forse un giorno potrebbe tornare a visitare queste sedi terrestri. Vorrai tu, o lettore, arguirmi di follia, o tentare di curarmi? La tua compassione mi riuscirebbe più importuna della tua crudeltà. Trasillo, alienato di mente, stava nel Pireo contando le navi ch’entravano in porto, di nuovo le spediva, e fuori di modo rallegravasi quando tornavano a salvamento, come colui che immaginava appartenerglisi tutte. Eliano racconta come suo fratello, tornato di Sicilia, desse opera a guarirlo di cotesta infermità, e riuscisse a sanarlo. Trasillo [pg!282] riacquistato con la ragione il sentimento della sua povertà, imprecò sul capo del fratello l’Eumenidi, e maledisse alla pietà capace di rapire un bene, incapace a preservare da un male.[88] —