Titta giunse (dacchè tutti, vivi o morti, arriviamo al nostro fine) al palazzo del duca: tirò la corda quattro volte e sei, e nessuno rispose. — Si vede bene, egli seco stesso pensava, che il marito è fuori, e non si aspetta in casa; e se i mariti si avvisano arrivare improvvisi, devono scontare la mala creanza: ma io, che non sono marito, non voglio aspettare, e ci pongo subito rimedio. —
E quanto meglio seppe introdusse tra i ferri del cancello il braccio destro e parte dell’omero, e con la punta delle dita prese il saliscendi, e lo aperse. Ciò fatto, si avviò pianamente alla stanza del portiere, che stesi i gomiti sopra una tavola, con la guancia riposata sul dorso delle mani, dormiva un sonno da disgradarne i ghiri. Il sollazzevole uomo, recatosi in mano il corno, da un lato se lo appressò alla bocca, con l’altro ricoperse quasi l’orecchio manco del portiere, e quindi raccolto quanto più fiato poteva dentro il capace polmone, ne trasse un suono che fece tremare da cima a fondo il palazzo. Io non dirò quale urlo sgangherato mettesse fuori il portiere, nè quale enorme salto spiccasse: cose sono queste che molto meglio le si possono immaginare che descrivere: non era morto, nè vivo; tremava tutto; in qual mondo si trovasse non sapeva. [pg!283] Non creatura umana, non bestia dentro il palazzo e fuori per la contrada, poterono tenersi salde nel letto nel giaciglio, chè balzarono spaventate per vedere che cosa fosse.
Quando Titta ebbe intorno pressochè tutta la famiglia del duca, si volse al maggiordomo don Inigo, e gli disse:
— “Vengo pei servigi dello eccellentissimo signor duca: arrivo pure ora, e preme che io consegni a Madama la duchessa una lettera.”
— “In cotesto arnese Vostra Signoria non può presentarsi alla nostra padrona; fatevi in prima orrevole come conviene, e poi mi proverò di annunziarvi.”
Condottolo in guardaroba, gli fe trarre gli usatti polverosi e ogni altra veste, e ricopertolo dell’assisa orsina, lo confortò ad aspettare tanto che avvisasse la signora duchessa.
Isabella non dormiva: il sonno da gran tempo non iscuoteva più la quiete dalle sue ale sopra cotesti occhi infelici; ed anche senza invocarlo ella lo lasciava passare, imperocchè, se acerba la travagliava la veglia con gli argomenti del pensiero, assai più doloroso la stringeva il sonno con i suoi torbidi fantasmi. Ormai rassegnata al destino imminente, per cosa che avvenisse non si turbava; chiudeva le pupille, e mormorava sommessa: — In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum. — Sentì schiudere l’uscio della stanza, le parve che alcuno le domandasse se potesse entrare, e rispose con un [pg!284] moto, ch’ella non sapeva se consentisse o negasse, sicchè rimase maravigliata altamente quando riaprendo gli occhi si vide un uomo davanti col ginocchio piegato presentarle sopra un cuscino di velluto cremisi una lettera. Nudrita nelle maniere contegnose di corte, tolse la lettera con un tal quale piglio affatto principesco, e lesse la carta, poi la commise nelle mani del maggiordomo, ordinando:
— “La riporrete, don Inigo, nello archivio. — Alzatevi. — Don Inigo, date a questo soldato la solita mancia dei corrieri; anzi doppia, perchè la nuova che porta mi giunge oltremodo gradita. Inigo, tra pochi giorni dopo tanto lunga assenza noi rivedremo il serenissimo signor duca. — Dio vi abbia in guardia. Buona notte: andate.”
E quando ebbero preso commiato, Isabella, senza avvertire se qualcheduno ascoltasse le sue parole, dal lettuccio ove si era posta a giacere, di nuovo così favellò a madonna Lucrezia Frescobaldi, sua dama di compagnia:
— “Madonna Lucrezia, noi siamo pronti a fare la nostra dipartita, sicchè parmi bene che ci abbiamo a provvedere di viatico.”