— “Ahimè, non servono a nulla!”
E Giulia si strinse nelle spalle. Titta stato alquanto sopra di sè, continuava:
— “Ma non è mai lecito disperare della patria, come disse Temistocle: se tu mi aiuti, ci è modo di venire a capo della fortuna. Stammi attenta, femmina.... Tu dei sapere che il duca mio signore è uomo astioso...”
— “Peggio per lui...”
— “Gli si è cacciata in testa una strana fantasia; egli pretende che la gente sopra la rinomanza di Colombo, di Amerigo, dei Cabotto, del Pigafetta, e degli altri abbiano a tirare di frego; egli vuole fare una scoperta prodigiosa. Non basta: egli intende che tutto il mondo la sappia; e a questa scoperta lo abbiamo ad aiutare noi...”
— “O virtù del vino!”
— “Femmina, ascolta. Questa scoperta consiste nel conoscere che la sua moglie gli è infedele. Notizie traverse gliene sono pervenute, ma egli vuole saperle di certa scienza, e toccare con le sue mani; allora confiderà questa bellissima cosa alle sette trombe della fama, ed anzi io penso che la farà stampare dal Torrentino in ottavo.... — Fàtti più in qua, ch’io vo’ parlare basso. — Egli, il duca, mi ha mandato a posta per vedere come va la bisogna, e per riferirglielo; e dove io gliene porga notizia certa, mi [pg!295] ha promesso trecento ducati di presente, oltre la grazia sua in perpetuo, e comodi quali io sappia desiderare maggiori....”
— “Di’ tu da senno!”
— “Rammentami un santo in cui tu abbi fede; io giurerò per quello. Così, per mercè tua, noi guadagneremo la moneta, e mettendo co’ tuoi trecento scudi...”
— “Ho detto cento.”