— “Ferisci!....” — E Isabella pallida in volto del pallore della morte, ma pure pacata, gli porgeva nuda la gola. Troilo stette alquanto sopra di sè, e quindi mormorò:

— “E che cosa importa a me la sua morte? Io voglio vivere....” E ripose nella guaina lo stile. — Poi allo improvviso, come vela dianzi tumida per forza di vento, al cessare di questo cade giù inerte lungo l’antenna, quel suo cuore codardo, privo affatto di costanza, si avvili; un rivolgimento stupendo quanto improvviso si operò dentro di lui; e di baldanzoso diventato timido, con occhi incerti, con voce dimessa, rivolgendosi ad Isabella, in sembianze che s’ingegnava rendere supplichevoli, ed erano abiette, proseguiva:

— “Deh! Isabella; quello che la passione mi spingeva sopra le labbra obliate, vi prego: il sangue invade la mente, e l’uomo non sa talvolta quello che si dica o si faccia. Voi sarete perdonata, io lo spero e desidero; solo che voi vogliate (tanto dono di persuasione, di bellezza e di grazia il cielo vi concesse), Paolo Giordano non caccerà le sue mani nel vostro sangue. — Deh! ottenendo il vostro perdono, ottenetemi anche il mio; o se, accorta come siete, vedrete che possa giovarvi negare, negate: della discretezza [pg!304] mia non dubitate punto, chè troppo grossa posta ne corre anche a me; e a tempo debito, voi favorendomi, prenderò commiato da questa casa funesta, continuando nella milizia, dove a questa ora avrei acquistato grado e nome distinti. — Me lo promettete voi, Isabella? Posso contarvi? Parlate di grazia.... parlate. — Non mi lasciate qui sopra le spine: mi sento l’anima contristata di angoscia ineffabile; vi ricordi finalmente me essere padre del vostro figliuolo...”

— “Valeva meglio non rammentarlo, Orsini; in verità era meglio. Comunque sia, nel modo che avrei difeso Paolo Giordano difenderò voi. Menzogne io non dirò certo, ma ove possa onestarsi la colpa, per amore di tutti io lo farò; e se Dio mi dà vita, m’ingegnerò conseguire, se non perdono, pietà. Ormai per me non può più darsi gioia nel mondo; pure io mi terrò meno infelice assai, sapendovi avventuroso. Ora partite, Troilo, io ho bisogno di pace....”

E Troilo, declinata la testa, con le braccia in croce sopra il petto, si allontanava.

Isabella gli tenne dietro col guardo, e intese lungamente fissa nella porta donde costui era sparito: di subito dandosi forte del palmo aperto dentro la fronte:

— “Misera!” esclamò; “me misera! per quale uomo io ho perduto la mia dignità di donna, e la salute dell’anima....” [pg!305]

Era una notte di luglio limpida e serena, e le stelle alternavano per le sfere i loro moti celesti, piovendo una rugiada di luce sopra la terra, che non merita tanto sorriso di amore. I tempi, le cose, e gli uomini che vedeste allora, voi raggi castissimi, tornarono morendo colà donde uscirono prima di nascere: altri, bene altri voi vedrete uomini, e tempi; ma quella luce che emana da voi durerà eterna, o come tutti gli altri fuochi vi consumate ardendo? È scritto, che un giorno Dio sperderà in atomi, che non s’incontreranno mai più, questa massa di fango insanguinato che noi chiamiamo terra; e bene sta, — e quasi tarda che sia: ma è scritto parimente, che i vostri amabili occhi si spengeranno, e Dio vi chiuderà le palpebre come a vergini morte in mezzo ai tripudj della vita. La voce dell’Eterno, pari al muggito di mille oceani in tempesta, tornerà a fremere per le solitudini sterminate delle tenebre e dello abisso. Di tanta immensità di cose create non rimarrà nè uno eco, nè una memoria, nè una ombra; — come l’occhio cerca e non trova la goccia caduta nel mare, come l’occhio cerca e non trova la stella che scende giù dallo emisfero per le notti di estate; così il tempo fie che precipiti nel seno della eternità; — questa madre terribile ucciderà il suo figlio stringendolo nelle braccia, e lo seppellirà nelle proprie sue viscere. O Signore, e come può l’uomo pensando alla morte delle stelle conservare nel cuore disegni sinistri? Migliaia di secoli scorreranno prima che le stelle [pg!306] cessino di narrare nei cieli le glorie di Dio; — e da mille secoli prima che ciò avvenga questo mio ente diviso in molecole infinite sarà agitato pei vasti regni della natura. E nonostante, considerando come un giorno avrete a morire anche voi, bellissime luci di amore, mi cade l’animo sbaldanzito, e mi pare cosa del tutto a concepirsi impossibile come gli uomini, creature di un minuto, incontrandosi passando sopra una terra che passa con loro, invece di sollevare la mano per percuotersi, non si balenino un riso, e si dileguino nel nulla, apparizione leggiera, fugace, ma almeno gioconda.

Per questa notte, un uomo, come serpe che striscia, attenuando la persona, rasentando lungo i muri, coprendosi col più denso delle tenebre, e levando talvolta la testa per imprecare al raggio remoto di cui le stelle sono pie alla squallida terra, si affrettava verso un luogo determinato. Questo luogo fu il convento di Santa Croce. Giunto alla porta del chiostro, tirò pianamente la corda del campanello, moderando la voglia che si sentiva grandissima di dargli tale strappata, da svegliare tutto il Convento: si pose ad origliare alla commessura, e poichè non gli parve sentire muovere passo, lasciato trascorrere convenevole spazio di tempo, tornò a suonare di nuovo: e così ripeteva quattro volte e sei, e già era trascorso in alcuno atto d’impazienza, quando gli sembrò udire, e udì certo, qualche rumore di dentro: si ricompose subito, e si acconciò la persona a devozione. Una [pg!307] mano franca aperse deliberatamente la porta: e per quei tempi non era poco; conciossiachè vivessero in tanto sospetto, che per aprire in ora tanto avanzata desiderassero segnali e contrassegni, come si costuma nelle fortezze assediate; e nel punto medesimo una voce piena, e non pertanto piacevole, favellò:

— “Deo gratias: che domandate voi nel nome santissimo di Dio....”