— “Io sono Frate Marcello. Gli altri dormono, ma a me il Signore ha detto: — Veglia, perchè la tua vita sarà breve, e dormirai presto i sonni perduti dentro il sepolcro. — La preghiera è la mia sposa, la predicazione la sorella, il pianto la mia voluttà....”

E tratto a sè l’uscio, si cacciava dietro ai passi dello sconosciuto.

Lo sconosciuto, il quale (imperciocchè io non ami procedere per via di sorpresa) era Titta, camminava a capo chino con passi obliqui come persona presa fortemente da qualche passione; e di [pg!311] vero la cosa stava siccome appariva. Egli, che aveva logorato tanti anni di vita negli articoli di fede ai quali credeva Margutte, adesso, nel giro di poche ore, la sua fortuna gli poneva davanti due generose anime, quella di Cecchino, e l’altra del Padre Marcello; sicchè, quando se lo pensava meno, un dubbio gli sorgeva nella mente, che forse egli aveva forviato per tutto il tempo ch’era vissuto nel mondo, e, senza troppo comprenderla, quella dignità gli sembrava un fatto stupendo. — Inoltre, quel confidarsi pronto e spontaneo in lui, tanto poco di confidenza meritevole; la onesta baldanza che nasce dal sentirci innocenti; l’oblio o il disprezzo di qualunque pericolo quando si trattava di fare opera di carità, lo agitavano di affetti così nuovi e profondi, che non sapeva darsene pace. Quello poi che ai sottili indagatori di questa nostra umana natura, senza comparire punto impossibile, giungerà maraviglioso, era questo, che mentre procedeva deliberato di condurre a fine la insidia tramata ai danni del frate, supplicava l’Angelo Custode che lo trattenesse, e frugava nelle latebre intime del cuore in traccia di una qualche virtù, che gli servisse a modo di áncora, alla quale appigliandosi, salvarsi dal naufragio.

Fra Marcello, quantunque le strade di Firenze ignorasse, pure conobbe che per bene due volte lo aveva fatto passare nella medesima via, onde gli parve bene di percuotere sopra la spalla il suo conduttore, e dirgli [pg!312]

— “Fratello, avvertite al cammino...”

— “Ah! voi avete ragione; io mi era sprofondato in un pensiero dal quale, se la mercè vostra non mi soccorreva, non so quando mi fosse avvenuto di uscire; e perchè questo caso non si rinnuovi, piacciavi rispondere ad alcuni dubbi che mi sono caduti nel pensiero. Ora via, Padre, dove pensate voi che ci menino con tutte queste contese intorno alla religione?”

— “Questo è troppo lungo discorso; ma io ho fede che meneranno a bene. Per me Lutero è un cerbero, che abbaia perchè non gli hanno gettato l’osso: ma egli morse le foglie, non la radice; lacerò la frangia, e non la stoffa. Egli è noioso come una critica, e dura soltanto perchè dura il difetto: se la Chiesa si forbisca nella piscina mistica, manca Lutero con altri innovatori. Già non s’intendono fra loro nel fabbricare la nuova Babelle; ritorna l’antico prodigio della confusione delle lingue, tutti percorrono sentieri senza riuscita. Queste tribolazioni passeranno; ma prima che passino, io temo che vi se ne aggiungeranno molte altre delle nuove: ribellato lo spirito umano dall’autorità, forza è che si stanchi nel cammino dei superbi ragionamenti. Immaginando le superstizioni e gli errori necessaria sostanza delle religioni, si legheranno per distruggerle tutte; e questi io presagisco essere giorni pieni di dolore: vedo rinnovarsi l’aceto, e il fiele, e le spine, e le percosse, e i chiodi, e la lanciata di Cristo; vedo il dubbio [pg!313] come un vento venuto dal deserto inaridire le mèssi della fede, della carità, e della speranza. Ma poichè l’uomo col solo lume della ragione non attinge le sedi celesti, rimarrà spaventato considerando nel cielo uno abisso come nello inferno, e sentirà di nuovo bisogno di un Dio, che abbia avuto dolore, amore e senso di umanità, e cercherà di nuovo il suo Cristo, il quale, come si racconta che per San Francesco facesse, staccherà le braccia dalla croce per abbracciarlo. La religione rivenuta pronuba delle anime umane, dopo averle sposate sopra questa terra co’ vincoli dell’amore, le avvierà verso la patria eterna a cui tutti aspiriamo, ch’è il cielo...”

— “Bè, bè, queste paionmi cose da venire di là da giudicare i vivi e i morti. Lasciamo il cielo, dacchè, come dite, è negozio lungo: di questa nostra terra, di questa cosa che chiamano patria terrena, che ne pensate voi?”

— “Figliuolo mio, ella è morta: no, non è morta... è apparenza di morte il sonno che l’opprime... ma così è grave questo sonno, che oggimai parmi che senza un miracolo di Dio ella non possa risvegliarsi mai più. Sappi, sappi, figliuolo mio, che non possono tormentare oppressori, se non consentono a lasciarsi tormentare gli oppressi; nè la difficoltà consiste a tôrre di mezzo il tiranno, sibbene a procurare le virtù costituenti l’onesto vivere civile. Questa città nel tempo della morte del duca Alessandro palesava come possa, spento il tiranno, rimanere la servitù; [pg!314] e ciò avverti per le sorti interne: in quanto alle esterne poi, Dio è forte, e sta coi forti. Questi stolti immaginano vincere Spagna col Cristianissimo, il Cristianissimo con la Spagna, e stendono ora all’uno, ora all’altro, supplichevoli quelle mani che dovevano chiudere per minacciare e percuotere ambedue. — Fuori i barbari! — gridava il glorioso pontefice Giulio II; e barbari erano tutti quelli che non ebbero nascimento quaggiù. O stolti! che credete la baronia di Spagna e di Francia avere a lasciare i dolci castelli, e le consorti, e i figli, perigliarsi su i mari, arrampicarsi per le cime ardue dei monti, e convenire nelle vostre contrade per combattere un torneo a tutta oltranza, e darne il premio a voi neghittosi, che lo state a vedere. O stolti! quel popolo che non sa difendere la terra nella quale lo pose la natura, non merita possederla; il mondo è di cui se lo piglia; così provvide la legge del fato. Luigi XI fece la Francia unito e forte reame. Carlo V ebbe lo intendimento medesimo per Germania e Spagna. Quel sì vantato Lorenzo de’ Medici, che cosa fece egli? Con artificj da giocoliere mantenne in equilibrio discorde i frammenti dei frammenti di un popolo. Non fu monumento quello, ma un mosaico di pietruzze, o piuttosto una statua di carta pesta, e il primo vento che si messe dalle Alpi la rovesciò: Carlo VIII corse la Italia con gli speroni di legno. Ora siamo rotti sopra la vita, i popoli italiani stettero a vedere morire la repubblica di Firenze come un gladiatore combattente: alla [pg!315] morte onorata applausero tutti, non la soccorse nessuno; e la repubblica cadendo scrisse col proprio sangue sopra l’arena una sentenza fiera, e che deve compirsi: — E voi pure cadrete, ma infami. — Venezia si finge seduta sopra un trono, e siede sopra il sepolcro che la deve raccogliere. Genova fa come la rondine, che composto il nido in luogo eccelso si tiene sicura, e non pensa alla freccia del cacciatore, che arriva alle nuvole.... Io respiro un’aria di avelli; io calpesto una terra di camposanto....”

— “E allora, Padre, non vi sia grave ascoltare queste parole, che cento e più anni fa compose un canonico, che la sapeva lunga, ma lunga davvero: