O ciechi, il tanto affaticar che giova?
Tutti tornate alla gran madre antica,
E il nome vostro appena si ritrova.“[89]
— “Poni mente: primo perchè il cielo non mi largiva il dono della profezia, e siccome potrei per avventura andare errato, così bisogna fare quello che dobbiamo, senza darci pensiero di quanto sia per avvenire; secondo, perchè da un maestro mio intesi dire, che un Dio e un popolo, comecchè morti, non possono stare lungamente dentro il sepolcro: e di vero, Gesù Cristo vi dimorò tre giorni. Le giornate dei popoli veramente sono secoli; ma gli uomini fuggono come ombre; la umanità rimane. Ogni buon germe fruttifica al cospetto di Dio, e a tempo debito uscirà a giocondare la terra; se non ne mangeremo noi, seminiamolo, ne mangeranno i nostri figliuoli. [pg!316] Terzo, perchè io vi ho detto, che non la reputo morta, ma sì appresa da mortale letargo. Ormai non mi giova, anzi aborro spendere la vita che Dio mi compartiva, a scolpire una cassa di marmo egregio con sottile lavoro, e riporvi dentro la patria, e poi ammantarmi di paramenti maestosi, accendere lumi sopra candelabri di oro, empire d’incenso i turiboli, e cantarle intorno con note divine la preghiera dei defunti. Questo io aborro, comecchè con infinita amarezza dell’anima lo vegga praticare da uomini di nobile ingegno, ma di cuore pusillo... Hai tu sentito narrare della regina Giovanna, la madre di Carlo V? Quando le morì il consorte Filippo, ch’ella amò tanto, non lo volle sepolto, ma imbalsamato lo pose sopra un letto ricchissimo di velluto nero, e finchè visse gli sedeva accanto, ad ora ad ora spiando se mai si risvegliasse: questa era carità, e follia. Io poi imito lo esempio caritatevole con sapienza, imperciocchè non reputi morta la patria, ma addormentata come per forza d’incantagione; e giorno e notte la veglio, profferendo sopra di lei parole di amore, più spesso di dolore, e d’ira: talvolta con sali spiritosi, e con altri cosiffatti argomenti m’ingegno richiamarla alla vita; tale altra le mani le caccio dentro alle chiome, o le appresso alle labbra un carbone ardente, come Dio fece ad Isaia, o le incido la carne presso il cuore per vedere se ne spicci vivido sangue. — Certo.... certo, fin qui indarno tornarono le parole, e dei capelli mi rimasero in mano intere le [pg!317] ciocche strappate.... Ma se presso allo svegliarsi, queste parole d’ira, di dolore, e di amore, questi fatti di carità e di sdegno valessero a romperle il letargo dalla testa un minuto, un secondo, prima del tempo stabilito dal fato, non ti parrebbe la mia vita, cento vite di cittadini santamente spese....”
— Questo cervello di frate, pensava Titta fra sè, mi pare un molino a vento; ma anche simili molini, quando la stagione corre propizia, macinano grano, e bene. Per uscire da questo vespaio, non ci è altro rimedio che farlo incappucciare; — e non ostante mi sembra una grande e nobile creatura. L’Aretino non era degno di legargli il calzare; — però di mutamento non è più tempo, e mi bisogna lasciare il trave tarlato per paura che non rovini la casa.... — Eccoci al punto!.... Davver davvero, io commetto un solenne tradimento: ma gettato sul mucchio delle mie cattive opere, non ne crescerà il volume.... E poi, guai a cui gli torcesse pure un capello.... Alfine non si tratta di cosa grave; poche ore di chiusa, co’ migliori comodi che sapesse mai desiderare.... E gli chiederò perdono..., ed egli come umanissimo me lo concederà.... —
Così tra sè mulinando, vide esser giunto alla posta; ch’era lo sbocco della via del Mandorlo: allora accostatesi le dita della mano destra alle labbra, ne trasse un fischio acutissimo, e allo improvviso, senza sapere donde fossero piovuti, staccandosi quasi dalle pareti delle case, ecco apparire quattro uomini, [pg!318] che circondarono il frate. Padre Marcello sentendosi infiammato di subita ira, stese la mano, e forte stringendo il braccio a Titta, con voce commossa gli disse:
— “Tu mi tradisci!” — Ma indi a poco ridivenuto mite, in suono mansueto gli aggiunse: “Dio ti perdoni. — Domine, in manus tuas commendo spiritum meum.”
— “No, Padre mio, non dubitate; noi non vogliamo farvi un male al mondo. Io ve lo giuro per la Santissima Nunziata, che sendo qui presso, come vedete, può dirsi in certo modo che mi ascolti. Noi non abbiamo bisogno della vostra vita, ma sì della vostra cappa. Noi vogliamo per qualche ora diventare voi, senza però che voi cessiate essere voi. Voi a tempo debito sarete ricondotto al convento come una sposa. Intanto, voi non potreste venire innanzi se prima non consentiste a farvi bendare gli occhi...”
— “Fate... Assai più gravi oltraggi ebbe a soffrire il mio divino Maestro. Non mi dolgo per me, ma io mi addoloro per quelle povere anime allo esizio delle quali io troppo bene mi avveggo che voi tramate qualche opera di tenebre....”
E porse il capo alla benda, studioso di evitare più che per lui si potesse i contatti della gente tristissima. Bendato il frate che fu, e assicuratisi bene che non potesse vedere, lo condussero nella piazza della Santissima Nunziata, dove aggiratolo per tutti i lati, affinchè non si addasse del cammino per lo [pg!319] quale intendevano avviarlo, percorsa la via dello Studio, e la piazza di San Marco, lo messero dentro al casino.
Condottolo in una stanza apparecchiata all’uopo, che corrispondeva al giardino di cui le finestre però erano state chiuse con saldissime imposte inchiodate esternamente, Titta esitando, che quasi sentiva venirsi meno il cuore all’atto inverecondo, con una voce dimessa così favellò:
— “Padre, non vi sia grave se vi tolgo la cappa di dosso....”