— “Oh! prendimi, prendimi piuttosto la vita....”

— “Io vi ho detto abbisognare noi della vostra cappa, e non della vostra vita: io, quanto più so e posso, mi raccomando umilmente, affinchè non consentiate che noi vi mettiamo le mani addosso. — Toglieteci la necessità di questo estremo; anche noi obbediamo a cui può molto più di noi. E non obbedendo, saremmo tutti morti....”

— “Ebbene, strappatemela di dosso; — e Dio rimeriti colui che n’è cagione a misura delle opere.”

Titta e gli altri si strinsero attorno al frate, il quale per quanto gli bastarono le forze fece prova resistere: ma in breve rimase superato, come colui che di piccola lena era: e troppo lo vincevano i suoi avversarii. Avuta la cappa, si allontanarono frettolosi, come lupi che ghermita la preda s’intanino; e Padre Marcello, accortosi dal silenzio essere rimasto solo, si tolse la benda. [pg!321]

Vôlti attorno gli sguardi, vide una stanza ornata di pitture egregie, ed insigne di opere di scoltura condotte in marmo e in bronzo; vide apprestato un letto magnifico, una tavola coperta di varie ragioni cibi e bevande, ed i doppieri che tramandavano vivissima luce: ma da tutte queste cose torse gli occhi contristati, e li posò sopra uno inginocchiatoio dove gli occorse un crocifisso e un libro, che dalla mole gli parve, ed era, un messale. Col cuore pieno si gettò davanti al crocifisso, e si sciolse in lacrime amare.

Egli pianse, conciossiachè comunque piissimo uomo ei si fosse, nonostante anche in lui quel di Adamo vivesse; pianse la ingiuria atroce sofferta e il sacrilego strazio; pianse l’offesa fatta a Dio; pianse per l’anima o anime a cui aveva compreso ordirsi tradimento; e fervorose inalzava le preghiere perchè il Signore sorgesse, e agli empii la sua virtù dimostrasse. Certo non fu mai con voti più ardenti supplicato un miracolo, nè con maggiore fede atteso, nè da casi più urgenti voluto: ma a cui poteva operarlo piacque diversamente.

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Le stelle incominciavano a farsi meno spesse nel cielo, quando dallo interno della chiesa di Santa Croce, vicino alla porta maggiore della facciata, fu udito un fragore di chiavi, e un muovere di passi pesanti. Subito dopo, tutto di un tratto tirarono il catorcio. Un frate converso sporse il capo guardando [pg!322] a destra e a sinistra, lo sollevò fiutando quasi la vivida aura matutina, e stropicciandosi presto e forte le mani esclamò: — bella giornata! — Poi salutato di nuovo con uno sguardo il firmamento, rientrò in chiesa investigando se le lampade fossero rimaste accese; e poichè, sebbene accese, un lume così fioco tramandassero, che parevano presso a morire, si affrettò verso la sagrestia per infondervi nuovo olio.

In questo mezzo, un altro frate, strisciando lungo le mura, s’introdusse sospettoso e furtivo in chiesa per la porta maggiore, e con presti passi si accostò ad un confessionale sotto l’organo, lo aperse, e vi si chiuse dentro.

In fede di Dio, cotesta apparizione avrebbe cacciato addosso lo spavento ai meglio animosi, imperciocchè al passare di dietro le colonne della navata del tutto scomparisse, e allo improvviso attraversando il raggio delle lampade appese agli archi, una figura nera e lunga pel pavimento, sopra la parete si vedesse trascorrere veloce come una fantasima.