Non andò guari, che da più parti convennero alcuni devoti ed alcune devote, recando in mano quale la lanterna, e chi il torchietto, che l’aria quieta non valeva ad agitarne neppure la fiammella, e tutti si accolsero, a modo che i colombi fanno alla pastura, intorno al confessionale di sotto l’organo. — Cominciano le confessioni: ma in quel giorno, con maraviglia non piccola dei devoti, Padre Marcello pareva avere messo da parte la consueta mansuetudine. [pg!323] Poco udiva, meno favellava, e negli atti e nelle parole troppo appariva diverso da quello che era.
A certa madre, che si accusava avere maledetto il figliuolo perchè si fosse ardito di batterla, disse: — “Ha fatto bene, conciossiachè ora vi castighi per non averlo voi o voluto o saputo castigare quando era tempo.”
A tale, che ricevuto in deposito del danaro da uno amico, aveva nei proprii bisogni convertito la pecunia depositata, e domandava adesso perdono e consiglio, rispose brevemente acerbo: — “Gettatevi in Arno.”
Vi fu una femmina, che confessava essere troppo inchinevole alle ire, e intemperante di lingua, per cui spesso tra lei e il marito correvano di brutte parole, e si empiva di subuglio la casa; ond’ella dalla carità del frate supplicava sapesse indicarle rimedio efficace: e il frate senza più: — “Chiedetene alle cesoie.”
Ad altra donna, che esposta una serie di peccati non piccola, minacciava andarsene per le lunghe, ruppe la parola di bocca interrogando: — “Quanti anni contate voi? — Sessantacinque, Padre, come viene ferragosto. — Meglio per voi; così, dacchè voi non sapete lasciare il peccato, presto il peccato lascerà voi.”
A tale, che con lacrime molte si accusava avere tradito un suo parente facendogli la spia agli Otto, chiuse dispettoso lo sportello in faccia, esclamando: — “Largo è lo inferno!” [pg!324]
E prima che io termini, piacemi riportare quanto egli disse a un curiale. — “Padre, favellava il curiale, in certa lite nella quale sentiva avere il torto, ingannai l’avversario, e mi riuscì ottenere una sentenza favorevole.” — “Figliuolo mio, le difese forensi mi paiono talvolta partite a primiera giuocate fra due professori di carte. Poco male! Peccato più, peccato meno, ci vorrebbero più argani a tirare su un’anima come la vostra in paradiso, che non ne abbisognarono per portare le campane in cima al campanile: è tempo perso; potete andare....”
Se via se ne andassero i penitenti sbigottiti non è da domandare. — Cotesto, pensavano essi, vorranno dire santo uomo? Lui teologo sommo, e in divinità dottissimo? Lui a conoscere le infermità capace, a trattarle pietoso, a guarirle unico? Più che di altro costui ha sembianza di uomo di arme; e meglio del cappuccio sopra la testa, o del breviario nelle mani, gli starebbe una barbuta e una spada.
Allo improvviso, due donne avvolte dentro ampissima mantiglia di seta nera, curando poco la turba, che genuflessa e stipata stava intorno al confessionale, trapassano; e mentre una occupa la nicchia del penitente, l’altra in atto di preghiera le si pone ai piedi. La turba sentendosi così urtare senza compassione, non che osasse lamentarsi, si scansa rispettosa, dicendo: — “Coteste hanno ad essere due grandi signore; — passano, e pestano!...” [pg!325]
— “Padre!” comincia colei che tiene il confessionale.