— “Nè figlia porsi ascolto ai consigli del padre, nè ai suoi ammonimenti obbediva. — Io non ho da vivere sempre — egli diceva: — ma lui e me avventurosi, se mi avesse dato meno consigli, e, Dio faccia misericordia all’anima sua, esempi migliori!”
— “E sposa?...”
— “Sposa! — La natura mi largiva un dono funesto: fantasia ardentissima, voglie irrequiete, disposizione maravigliosa a imparare e a ritenere. Tutto [pg!327] quanto è capace ad esaltare la mente e ad infiammare il cuore io appresi, e con passione esercitai. Nudrita di delizie, festeggiata, e lusingata sempre con parole soavi; circondata da lascivie e da costumi rotti ad ogni maniera d’intemperanza; data in moglie ad un uomo che io non conosceva, nè egli mi conosceva, poco ci andammo a genio, meno ci amammo: egli soldato, io cultrice delle Muse. Un giorno, oppresso da insopportabile fastidio il mio marito partiva: doveva rimanere lontano tre mesi, e vi stette tre anni. Io volli presumere troppo di me, e la superbia mi prese. Poi mi piacque immaginare un fato, che sola la mia mente concepiva, una passione invincibile nudrita unicamente dalla mia fantasia, e creando, e dirò quasi imprestando ad un uomo di per sè nullo le qualità di perfezione che io sognai per gli estri della poesia... fabbricai con le mie mani lo abisso ove caddi... e mi perdei. Quando io mi svegliai, vidi la mia casa piena di obbrobrio, e davanti a me uno abiettissimo uomo, e me più abietta di lui, però che a lui mi fossi sottoposta. — La mèsse della colpa fu da me largamente raccolta, lacrime senza fine amare, e dolori ineffabili, e disprezzo di me, e pentimento tardo pur troppo, ma immenso, profondo, e tale insomma, che io credo che il Signore possa avere veduto lo uguale, superiore non mai...”
— “E molte furono le volte che commetteste adulterio?” insisteva con voce roca e lenta il confessore.
— “O Padre, basta... non ricercate più oltre, se [pg!328] non volete vedermi morire di vergogna ai vostri piedi.”
— “Bene! — Ma lo adultero eravi forse congiunto per sangue? Come si chiama egli?...”
Dove meno fosse stata in quel punto commossa Isabella, le volava di bocca il nome di Troilo: ma incapace a formare parola, avendo dovuto riprendere lena, pensò non solo non correrle obbligo di rivelare il nome del complice, anzi all’opposto la carità imporle di tacerlo religiosamente; per la qual cosa, allorchè il confessore tornava a insistere:
— “L’adultero è per avventura vostro congiunto? Come si chiama egli?”
Ella risoluta rispose: — “Io accuso me, non gli altri. Questo non posso dirvi, nè voi potete domandare, nè io vi dirò....”
— “Come! questo è di sostanza! Secondo i gradi della parentela il peccato muta specie, ed aggrava notabilmente. Ed io vo’ che avvertiate, due essere le parentele; naturale la prima, spirituale la seconda, che nasce dal tenere al sacro fonte una creatura..... Onde per gius canonico, vedete, il cugino — a modo di esempio — del vostro marito vi sarebbe congiunto in secondo grado, e lo adulterio diventerebbe incesto, peccato che offende più Iddio, e molto maggiormente disturba gli ordini del vivere civile...”