«Sì, è vivo: adorate gli eterni decreti: forse egli fu inviato per farvi dolce la morte col suo perdono.»
«È vivo!»—gridò il moribondo, e lasciando il collo del Frate prese la mano di Rogiero, e con infinita ansietà la toccò più volte, quasi per accertarsi che non s'illudeva.—«È vivo, si!»—e se l'accostava alla bocca, e vi spargeva un torrente di lacrime.
«Ma deh via! Roberto, fatevi animo, non piangete tanto; molto maggiori peccatori, che non siete voi, ottennero perdono, e con minore pentimento.»
Roberto senza lasciare la mano di Rogiero lo guarda in viso, e con voce lamentevole gli domanda: «Perdono! perdono!»
«Voi non mi avete fatto mai danno, Roberto; perchè dovrei perdonarvi?»
«Oh! i miei delitti sono troppi, e mi abbisogna tutta la virtù della speranza per non isconfortarmi del perdono, e tutta la misericordia di Dio per perdonarli: questi delitti ho commesso contro l'innocente,—contro di voi,—perchè vi ho tradito.»
«Perchè mi hai tradito? che ti aveva io fatto?» rispose Rogiero con tale un suono che avrebbe commosso l'anima più feroce; «dunque non basta, per esser sicuri, non nuocere?»
«Ma!—io vi ho tradito.»
«O cortese Cavaliere, se possedete spirito gentile come l'aspetto, non vogliate permettere, che quest'anima si diparta sconfortata senza il vostro perdono: egli vi ha offeso, ma la sua penitenza ha scontato la colpa, ed ora sta per comparire davanti al giudizio dell'Eterno.»
«Bel Padre, io non rammento in che quest'uomo mi abbia apportato ingiuria; ma da che dice avermi tradito, io gli perdono. La offesa, come voi ben sapete, non può levarsi che in due modi, o col vendicarla, o col perdonarla: nel primo non posso, non mi rimane altro che il secondo; io gli perdono.»