«Ve lo prometto.»
«Anche uno abbraccio, e addio!»
Ghino gli tenne la staffa; Rogiero, quando fu salito in arcione, gli stese la destra; egli se l'accostò alla fronte, e disse: «Ella mi fa bene al capo quanto la benedizione di mio padre: sopra tutto abbiate cura delle ferite. Addio, mio diletto Rogiero, addio! addio!»
Si allontanava lo sfortunato giovane tenendo la faccia rivolta all'indietro, di tanto in tanto salutando il suo amico, che non si mosse mai dal luogo, finchè potè seguitarlo con gli occhi; quando l'ebbe smarrito a cagione del suolo montuoso, e delle giravolte della foresta, salì sopra una torretta per vederlo riuscire su l'aperta pianura; qui pure il cielo lontano glielo nascose, o più tosto la debolezza della vista non gli concesse tenergli dietro; allora curvò la persona, e appoggiò le gomita alla sponda della torretta, puntellandosi ambe le guance, e così stette assai gran tempo, considerando il luogo pel quale si era dileguato. Di qual sorta fossero i pensieri che gli si avvolsero per la mente noi non sapremmo rapportare; soltanto diremo, che togliendosi di costà fu inteso mormorare la seguente sentenza:—«Poichè le gioie di questa vita giungono tanto rade, e passano così veloci, io tengo per fermo che le ci sieno date per farci sentire più addentro i dolori.»
Rogiero, avendo raccolto per via, che la Corte e i principali Baroni dovevano quanto prima ridursi a Benevento, dove Manfredi aveva ordinato universale assemblea, divisò volgere quivi il viaggio, che stabiliva di fare a Napoli; e dopo un faticoso cammino per luoghi dirotti, reso più grave dalle piaghe inasprite, giunse l'ottavo giorno della sua partenza da messer Ghino in vista di Santa Agata dei Goti. Sia che temesse potersi celare, sia che desiderasse sfuggire l'aspetto dei viventi, Rogiero si consigliò di non entrare in quella città, ma posarsi alla campagna nella prima osteria che gli fosse occorsa, nè andò guari che il suo sguardo si fissò sopra una insegna dipinta sul muro. Il pittore, per quello che si poteva interpretare, aveva pensato raffigurarvi una luna nel suo primo quarto, allorchè somiglia, come ha detto Orazio in qualche parte delle sue Odi,—e la Musa sa con quanta gentilezza di concetto,—alle corna della vitella; certi globi neri condotti sotto la luna dovevano per certo fingere nuvoli,—almeno così credo;—sopra questa opera maravigliosa dell'arte stavano scritti con la brace i versi seguenti:
«Or che la notte è taciturna e bruna,
V'invito nell'albergo della Luna.»
Veramente,—disse a sè stesso il cervello di Rogiero, senza che la sua volontà vi partecipasse per niente,—poteva esser meno tristo; pure poichè tutto bene non si può avere, il meglio è che si trovi fuori di mano.—Mentre così fantasticava, da un fabbricato contiguo alla casa acconcio a modo di scuderia sbucò fuori un fanciullo di strana sembianza: pallido in volto, con gli occhi loschi, le labbra rovesciate, i capelli stesi; la testa strettissima sul davanti, si allargava dietro, presentando la forma di una borsa per riporre danaro; la sua veste, screziata d'infiniti colori, aveva sopramesse le toppe con tanta leggiadria, da sembrare, più che altro, un arazzo. Questo fanciullo pertanto senza fare parola si avventò alla briglia del cavallo di Rogiero, sforzandosi condurlo seco: il cavaliere stese la destra armata del guanto di ferro, e così per taglio percosse la mano di quello indiscreto in maniera che indietreggiò di alcuni passi, strillando, e soffiando su la parte offesa.
«E» instava minaccioso Rogiero «fa voto a cui adori che non ti faccio peggio, perchè fin qui nè Cristiano nè Saracino può vantarsi di aver toccato la briglia del mio destriero.»
Udendo poi che il fanciullo non cessava il lamento, per quella antica abitudine, che nessuno raziocinio varrà mai a cancellare dal nostro pensiero, di credere che uom possa con un pezzo d'oro, o di argento coniato, riparare le ingiurie, impedire alle lacrime di scorrere, e all'anima di sentire, il nostro eroe cavò fuori un fiorino, e l'offerse al fanciullo. Come avvenga questo, noi non sapremmo; ma i giovanetti, di cui lo spirito pare incapace delle nozioni più semplici, si mostrano sopra le altre bestie a due gambe bramosissimi del danaro; e sì che il modo di conseguirlo, quello di spenderlo, le cose che rappresenta, il perchè le rappresenti, dovrieno formare astrattezze non tanto agevoli a ficcarsi nella testa di un bambino; forse quel corpo lucido e rotondo vince ogni loro attenzione; forse, e questo mi sembra più vero, la scienza del quattrino sopra le altre scienze si adatta alla nostra natura, ed è la sola infusa che ci rimase da Adamo in poi. Rogiero, appena stesa la mano col fiorino, sentì mordersi il cuore, e poichè la velocità meccanica del pensiero, come sanno i lettori, formi anche oggidì il più efficace argomento per provare la spiritualità, in meno che non si chiudono gli occhi aveva conosciuto la sconvenienza tra una moneta e il torto apportato, la viltà di credere che lo avrebbe riparato, la stoltezza di volere con essa soffocare gli affetti, e molte altre idee, che appartengono a troppo arcano sapere, perchè possano convenientemente discorrersi in questo libro e convenientemente intendersi dalla più parte dei miei lettori. Nè alcuno voglia trovare strano quanto ho proferito qui sopra:—imperciocchè la plebe sia di certa zotica complessione (e per plebe intendo non pure quella che cammina vestita di frastaglio e di tela, ma si bene anche l'altra che si fascia di panno da quaranta e più Lire per braccio), che se a caso la fortuna le sbalestra un libro tra mano, e vede di non comprenderlo, distingue súbito se la fama dello scrittore per venire da tempi remoti sia radicata nella mente degli uomini, o se, di tenerissimo tempo, abbia mala pena messo le barbe: nel primo caso s'ingoia come una spugna il vituperio della ignoranza, e quantunque non capisca nulla, ed abbia smania infinita di mordere, grida bravo! guai a lei se gridasse tristo, che il disprezzo terrebbe dietro alla nudità della mente, ed ella vuole essere bene in camicia di scienza, non coperta di obbrobrio. La malvagità del cuore poi si dimostra pienamente nel secondo caso: conoscendo di poter nuocere, di far sentire il suo urlo, di rovesciare nel suo fango chi s'ingegna uscirne, calcandole la testa, non è da dire se corra festosa, come l'asino di Esopo, a dare dei calci in fronte al lione affralito dalla malattia e dagli unni. Quindi è che i primi passi di colui, che non ha troppo soverchianti doti di mente per disprezzare ogni riguardo, vogliono essere cauti, ma cauti bene; se mette piè in fallo, già non confidi che alcuno pietoso gli stenda la mano soccorrevole; accorreranno tutti a gittargli addosso la pietra, e con essa lo scherno, e quelli principalmente che più lo confortavano di avventurarsi al passo. Gli uomini godono allo aspetto delle rovine, nè possono perdonare nessuna superiorità di averi e d'intelletto. La fama assai si rassomiglia al Paradiso dei credenti in Maometto, per giungere al quale fa di mestieri traversare Alzirat, il ponte largo quanto un filo di ragnatelo, sotto cui scorre una riviera di fuoco, che con la vampa e il fragore spaventa chi passa: qui sì che fa di bisogno davvero la buona coscienza che rassicuri; un lieve ribrezzo, uno sfumato raccapriccio è morte eterna: da quella riviera infuocata la forza degli angeli e degli uomini riunita nel braccio di un demonio non varrebbe mai a sollevarti. Leggesi, che certo storpio s'imbattè un giorno in un cieco, e poichè scambievolmente si ebbero raccontato con quanto pericolo e affanno ognuno di loro procedesse nello impreso cammino, il cieco proponesse di levarsi in collo lo storpio, e così l'uno giovando con le gambe, l'altro con gli occhi, potessero ambidue pervenire a buon salvamento. Oh! bella carità questa, e certo degna del mondo come dovrebbe essere; ma tanto e tanto va immersa la gente nella costumanza del male, che io per me affermo, che dove tutti fossero ciechi, e dispersi pel deserto, ed uno solo godesse della luce per bene condurli, vorrebbero traboccare più tosto in qualche dirupo, perdersi dentro il torrente,—morire in somma, che sopportare la condotta di quell'uno. Ma io ho promesso una istoria, e così seguitando parmi che si convertirebbe in un trattato di filosofia,—e quale filosofia! pure non mi dà l'animo di cancellare una sillaba; quello che è scritto è scritto; molti non capiranno, più molti non vorranno capire; nondimeno la verità vive senza bisogno di essere intesa, ed io ho avuto il coraggio di dirla, e spero in Dio di conservarlo sempre, che in questa terra da cotesto valore in poi non mi venne altro retaggio: intanto io me ne lavo le mani, e non come Pilato, e la infamia a cui tocca.—Ritorno alla storia.
Rogiero dunque, sì come raccontava, avvertito dalla gentile coscienza, stava per ritirare la mano, ed in vece del fiorino proferire parole di scusa, quando il giovanetto si gettò avidamente su la moneta, e con ambe le mani gliela svelse dalle dita; intanto il suo volto si ricomponeva alla quiete, e le labbra si schiudevano al sorriso, mentre che tuttavia le lacrime gli sgorgavano dagli occhi. Rogiero, assuefatto a conoscere molte passioni umane, e tutte schifose, non potè contenersi dallo esclamare: «Io non avrei mai creduto che col danaro si comprasse anche il dolore!»