Il fanciullo lo seguitava in atto sommesso, gl'insegnava il luogo ove meglio avrebbe accomodato il cavallo.
Rogiero, dato al suo Allah le cure di un amico, si incamminava all'albergo.
In mezzo della stanza stava l'oste,—strana figura a vedersi! lungo sperticato, comecchè per tenere le spalle levate verso la nuca apparisse senza collo, con molto scapito della sua statura: il petto, diverso da quello di ogni animale della sua specie, non era piano nè convesso, ma incavato, macilento quanto le vacche che vaticinarono a Faraone la carestia dell'Egitto, con certe mani scarne, unghiate da accomodarne i nibbii:—avresti giurato che a mettergli un lume dietro gli si sarebbe veduto che cosa pensava nel cuore; e a malgrado lo inviluppo della carne, io credo che gli si potesse studiare addosso l'osteologia; aveva la fronte aguzza, alta forse due dita; il naso torto all'ingiù, il mento all'insù: quasi due amici che anelassero abbracciarsi; gli occhi presso le palpebre di bel colore carminio, più oltre di piombo scuro; la bocca amplissima prendeva le mosse da un punto assai prossimo alle orecchie, e formava un sesto acuto sopra il mento; qualcheduno che avesse avuto vaghezza di fare similitudini, l'avrebbe assomigliata ai festoni da morto che oggigiorno si appiccano alle porte delle chiese; nè il colore avrebbe impedito, chè se i labbri con erano neri non erano neanche vermigli. Il ritratto di questo personaggio non arriva anco a mezzo, e le tinte su la tavolozza mi mancano, onde sarà meglio finirlo con dire, che i suoi moti parevano raccolti dagli scimmiotti, e dai maníaci; il suo favellare da prima lento, poi precipitato in guisa che spruzzasse la saliva in volto a cui gli stava dinanzi, e negli angoli della bocca gli spumasse un rigonfiamento di bolle bavose. Il primo pensiero che suscitava il suo aspetto era di scherno, il secondo di paura; se avesse avuto la coda, lo avrebbero sbagliato con Moloch, il demonio della avarizia.
«Ben venuto,» disse costui appena vide Rogiero, facendogli profondissimo inchino col berretto alla mano, e percorrendolo da capo alle piante con tali sguardi che parvero una frugata di doganiere, «ben venuto sia il Cavaliere. Ahimè! la fortuna non può pararmi dinanzi nessuna occasione nella quale tanto mi dolga delle rapite sostanze quanto in questa, perchè non mi è dato di onorare come vorrei il Cavaliere che mi fa dono della cortese presenza; nondimeno spero in Santo Menna il Solitario, nostro Santo protettore, di potere sempre onestamente servirvi pe' vostri danari. Voi siete proprio nato vestito a capitare al primo tratto alla Luna; avreste potuto, procedendo oltre, trovare l'Aquila d'oro, l'Orso bianco,—Santo Menna glorioso! belle mostre,—fattucchierie per iscorticare i poveri forestieri; e poi si vanno vantando che l'anitre loro sono più grasse delle mie,—come se non respirassero la medesima aria: e' vi so dire, signor Cavaliere, che hanno posto davanti a chi ebbe la mala ventura di cadere là dentro più galli morti di pipita di quello che non v'ha fiori in primavera; e una donna assai mia familiare, che pratica cotesti inferni, mi assicurava l'altro ieri che seppellirono nello stomaco di certo uomo dabbene un gatto per lepre. Io per me non so come la Signoria non vi prenda rimedio, solamente per la salute pubblica…. Basta, da un pezzo in qua le cose vanno a rifascio: io sono uomo grosso, nè so molto di ciò che sapete voi altri signori; pure, se stesse a me comandare, vorrei….»
Rogiero, per le cose proferite dall'oste ormai rassegnato di trangugiare un mal pasto, senza più badargli s'indirizzò verso una camera dalla quale usciva rumore confuso di gente, che parli insieme a gola spiegata. Giunto che fu sopra il limitare osservò quattro uomini che portavano in testa cappelli di ferro, in parte ammaccati, in parte rugginosi, e intorno alla vita corsaletti parimente di ferro; le partigiane e le daghe avevano posto in un canto della stanza: stavano seduti da un lato della tavola alternando il mandare dentro bicchieri di vino, e il cacciare fuori discorsi. Questi uomini, che appartenevano a qualche compagnia di vassalli armati, che ogni Barone si faceva pregio tenersi appresso, sorsero all'apparire di Rogiero, e molto rispettosamente lo salutarono, imperciocchè fossero da remota consuetudine assuefatti a fare così a tutte le armature ornate con fregi di oro, o di argento. Rogiero ringraziava con la mano, e invitava che tornassero a sedere: ma la sua attenzione non era rivolta su loro, sì bene sopra il quinto personaggio, che appena lo vide entrare, con trepidante prestezza togliendosi dinanzi un gran piatto di troppo squisita vivanda, vi sostituiva un pugno di ulive secche, e celava più che poteva il volto nel cappuccio, però che avesse addosso una schiavina da pellegrino. Per quanto s'ingegnasse, non giunse però a nascondersi da Rogiero, il quale, riconosciuto che l'ebbe, si sentì sorpreso da un senso di paura simile a quello che ci percuote allorquando ascoltiamo un racconto terribile:—vorremmo interrompere il narratore, e le parole si perdono per la gola,—vorremmo allontanarci, e le gambe ci paiono radicate sul terreno, e il sudore scorre su la fronte gelata, e non osiamo voltare la testa. Vergognando d'impallire al cospetto di tale uomo ch'ei teneva per vile, raccolse fiato, e disse con un sospiro: «Voi qui, pellegrino!»
Proferite le prime parole, rotto lo incanto, riprese il vigore del pensare, e del sentire, onde guardando su i quattro ribaldi, che avea d'attorno, lo proverbiava con un tal sorriso di scherno: «D'ora in avanti parmi che non avrete bisogno di altra compagnia!»
«Eh! chi cerca trova,» rispondeva il pellegrino «bel Cavaliere; la nave piega secondo il vento, e da più gran testa che non è la mia viene il detto:—co' Santi in Chiesa, o in taverna co' ghiottoni.»
«E se non m'inganno, parmi che siate fatto per istare più tosto co' secondi che con i primi, e che possa confermarvi di giorno quello che vi dissi di notte, quando in prima v'incontrai. Non conosco le cause per le quali v'ingegnate ingannarmi; ma credete poterlo fare mangiando, o astenendovi in mia presenza dal cibo che poco fa gustavate? Proseguite il pasto, chè per vedere su la mensa starne, od ulive, già non cambierò pensiero su voi:—la faccia è quella che conta.»
«Oh! allora poi, se mi avete veduto, continuerò a mangiare la mia vivanda. Peccato celato è mezzo perdonato; questa volta però me lo scriveranno a debito tutto intero;» e così favellando faceva il pellegrino di grossi bocconi: «il peggio, a parer mio, sta nello scandalo; quasi quasi direi che senza scandalo non vi abbia fallo: allorchè gli uomini non veggono, anche Dio chiude un occhio, e lascia fare…»
«Scellerato pensiero! se il grido della tua coscienza ti assicura, pensi che ti sconforterà quello della gente? Il cedro del libano piega sotto l'impeto della bufera, ma non si spezza.»