«Questa non è buona ragione; la lode in bocca propria può essere difetto, ma non esclude la qualità lodata.»

«Io giuro che se tu avessi la potenza della favilla, arderesti: sei un rettile fiaccato sopra la vita…»

«Sono uomo—che sovente è impedito nel fare il bene quando vuole, ma che sa fare il male quando anche non vuole.»

«La notte nella quale senza vederti in faccia, dal suono della voce, ti dissi scellerato, per certo non m'ingannò l'intelletto; tuttavia non conobbi allora, nè posso conoscere adesso, di quale specie sia cotesta tua iniquità: io non so se tu sii malvagio stolto, o malvagio sapiente, se per arte, o per natura; tu mi apparisci come un sembiante truce mezzo coperto dal mantello, come uno spettro più che metà confuso nel buio; ogni tuo sguardo porta affanno; ogni parola, trafitta nel cuore: s'è vero che vivono serpenti, di cui il fiato ha valore d'irrigidire i sentimenti, tu ne sei certamente uno in forma di uomo.»

«Cavaliere, se la esaltazione del sangue derivata da finta sventura vi rese una volta facile all'oltraggio, e me per compassione paziente a soffrire, pensate che non sempre a voi sarà dato oltraggiare, quantunque in me non sia per venire meno la virtù di tollerare. V'è un occhio che vede i torti del debole, e una mano che gli ripara.»

«Ch'io la vegga una volta.»

«Potreste sostenerne la vista? Ella vive quantunque nascosta: il fulmine da man celata scende

Il suono col quale il pellegrino discorreva queste ultime parole fu talmente diverso da quello adoperato finora, che Rogiero lasciò cadersi come spasimato col capo sopra la tavola. Al punto stesso il pellegrino accennando con gli occhi e con la persona a due dei suoi compagni, fece sì che si levassero in piedi, e andassero prestissimi a situarsi ai lati della tavola di Rogiero. L'oste si pose le mani dietro, e veduta la mala parata si trasse piano piano verso la porta. Nessuno fiatava: per ben dieci minuti ogni cosa fu cheta; alla fine Rogiero prese a mormorare bassamente: «Egli è desso,—l'uomo fatale,—l'istrumento del destino.—L'anima non ha accolto la sua voce col medesimo terrore? Non si è congelato il sangue, i polsi rimasti?» E poi proseguiva con forza maggiore: «Egli è desso!» Appena proferite queste parole, chiuse le pugna, tese le braccia, tutti i muscoli del volto compresse, come se riunisse ogni virtù per non soccombere sotto un dolore, e le ripetè più volte: «Fosse un demonio incarnato, sprofonderemo insieme nel fuoco penace, perchè io me gli avvinghierò alla cintura, nè il lascerò finchè non mi abbia reso ragione del suo fiero perseguitarmi,—del suo ingannarmi. Scellerato! io non l'offendeva mai, mai più lo aveva visto, ed ei mi ha voluto far perdere lo intelletto,—mi ha avvelenato la vita;—ma lo stolto me ne ha lasciata tanta da dargli la morte,…. e se sei tale da soffrirla, ora la soffrirai.»

Dava un calcio alla tavola, e cibo, bevanda, stoviglie, ogni cosa gettava rovesciata sul pavimento: sorgeva; aveva la guardatura terribile, il viso acceso, la persona in atto di offendere. Guai al pellegrino, se lo avesse giunto, che non avrebbe avuto altro bisogno di medico per finire la vita. I due ribaldi che gli s'erano messi allato lo presero per le braccia e pel petto, dicendogli: «Dove, Messere?»

«Con voi non ho nulla…. scostatevi…. lasciatemi, chè devo ricambiare alcune parole con quel demonio là.»