«E gliele potrete dire da questa distanza, così bene che da presso; per quello che pare non avete lasciato la lingua al beccaio.»

«No,—no:—è forza ch'io gli stia vicino…. lasciatemi, vi dico,» e scotevasi «lasciatemi…. vi comando…. vi prego.»

«Non vi accostate, Cavaliere, che vi farò mal giuoco; non sapete che il Diavolo scotta? Eh! dico, Puccio, tienlo sodo,—e tu Giannozzo,…»

«Ingégnati pure, se sai; ma converrà che tu mi dica per qual ragione da più mesi m'inciti alla vendetta di un uomo che non era mio padre…. dimmi…. dimmi, perchè mi hai spinto al delitto?»

Rogiero, per una convulsione di rabbia, raddoppiando la forza, si adopra svincolarsi dai ribaldi e gittarsi sul pellegrino: quelli però che troppo bene lo tenevano, nol lasciarono andare; tuttavia, mal potendo resistere all'impeto, lo seguitavano strascinati. Il pellegrino, di tanto baldanzoso che era, divenuto a un tratto avvilito, dato un urto alla tavola, si mette a fuggire: la tavola si rovescia come quella di Rogiero,—e qui pure, sottosopra ogni cosa:—forse l'impeto della paura fu violento quanto quello del furore;—forse erano poste in bilico a bella posta dall'ostiere, affinchè al primo urto cadessero, e così avesse occasione di farsi pagare per nuovo tutto ciò che vi stava sopra imbandito.

«Bel modo davvero di acquistar le grazie del Signore, ghiottoni!» urlava il pellegrino avvolgendosi per la stanza; «tenetelo, sciagurati che siete; non vedete che se vi fugge ci strangola quanti siamo?»

«Che sciupinío!» gridava per altra parte l'oste, «che sciupinío! Vergine addolorata! poveri miei stovigli che aveva comprati belli e lucenti alla fiera di Piscitella!—mi avete guasta la dozzina, signori:—chi paga? ehi! chi rompe paga…. chi paga?…»

«Mi fate forza!» gridava a sua posta Rogiero «che è questo?… tanto ch'io possa riprendere la spada…. iniqui! al tradimento!… al tradimento!»

«Va,» ordinò un ribaldo all'oste «va, e recaci quante corde hai in cucina….»

«Ma questo non entra….»