«Chi mi soccorre?» languido richiedeva Rogiero, rinvenendo dal lungo deliquio; «chi mi soccorre?»
Nessuno rispondeva alla pietosa domanda. Lo sventurato stette prosteso senza ardimento di aprire gli occhi, come colui che si avvisava di schiuderli a nuovi dolori: già troppi erano i sofferti;—se avessero avuto forma di cosa che si tocca, se fossero stati fuori di lui, avrebbe avuto coraggio di levarsi, e stringersi con essi a mortale combattimento; ma vivevano tormentando giù nel profondo, nè egli si sentiva forza di soffocarli là dentro, e l'anima con loro: inerte gemeva sotto lo insopportabile peso, e quantunque il pensiero rifuggisse dal distinguere la serie dei casi avvenuti, nondimeno lo spasimo di tutti gli gravitàva sul capo. Per la terza volta, e con voce più sonora ripeteva: «Chi mi soccorre?» La voce si perdè lontana, senza però che trovasse nello spazio percorso nessuno ente compassionevole, che valesse a rompere lo spaventoso silenzio: allora sollevò lento le palpebre,—da per tutto buio;—stese le mani all'intorno,—le agitava nel vano.
«Potevano uccidermi, ma la morte parve poco ai feroci:—eserciti prima la sua tirannide l'angoscia del corpo,—la eserciti più affannosa l'angoscia dello spirito,—si uniscano le angoscie delle quali mi circondò la Natura a quelle che mi hanno apportato i miei simili, e trionfino… a poco a poco però,—non sia trafugato un atomo a quello che devo soffrire; ogni trafitta abbia il suo grido,—non si confondano,—stieno distinte,—ogni puntura il suo spasimo,—muoriamo intera la morte… questo è veramente da uomini!»
Piegava la faccia, e mormorava fiere parole. Dopo assai tempo tentò il luogo di nuovo: questa volta le mani s'incontrarono in qualche oggetto; lo prese,—era un osso di morto,—se lo strinse al petto come uno amico, lo palpò per ogni lato con la gioia della madre che va lisciando i bei capelli del primo frutto di amore; poi la mano gli cadde giù abbandonata, e la bocca consentendo a quell'atto di tristezza susurrava: «Già!—le ossa della vittima saranno sepoltura alle ossa della vittima!» e dopo ritoccando l'osso: «Forse tu fosti più infelice di me, chè l'unica cosa concessa ai mortali senza misura, che possono percorrere senza fine, è l'amarezza… presente degno di lui che lo ha dato, e di noi, che lo dovevamo patire:—forse tu avevi padre, che versò lacrime molte, e non sopra la cenere del suo figlio; forse madre, che andò insana cercandoti di cimiterio in cimiterio per dire una preghiera su la tua fossa, nè la rinvenne….»
Certo questa meditazione si addentrò più oltre nelle viscere, se non che fu di tanto travaglio, che le labbra non la poterono altramente articolare. All'improvviso percuotendosi la fronte aggiungeva: «Ed io non avrò Yole?—se sopravvive….» Non aveva ancora finito, che la tempesta scoppiò sul castello: egli giunse le mani, e le alzava supplichevole al cielo; poi, quasi stimasse quell'atto mal conveniente, sorgeva per prostrarsi; le sue ginocchia percossero sopra il petto di uno scheletro, e le costole gli si spezzarono sotto con tale scricchiolio, che parve lamento; nè per questo mutò luogo, anzi togliendo occasione dal caso si pose a scongiurare: «O forza che distruggi, intendi una volta il mio voto,—voto di creatura vicina ad esser distrutta, proferito su l'altare della distruzione: l'esperimento dei secoli ti ammaestra, che la terra invecchia di anni, e d'infamia; che più schifoso di figlio in figlio si trasmette il retaggio della colpa; che ormai non v'ha luogo innocente ove il giusto potesse far la preghiera, non pietra che non abbia sostenuto la testa di un trafitto, non zolla che non sia sparsa di sangue invendicato; illumina la luce le stragi manifeste, nascondono le tenebre la perfidia occulta: tutti a nostra posta siamo destinati ad esser traditi, e traditori…. Se la donna, che con la prima colpa chiamò sopra il suo capo e sul nostro la morte, fosse risuscitata alla vita, e dalla sponda del sepolcro vedesse i fatti dei feroci che uscirono dal suo fianco, si coprirebbe spaventata con la lapide invocando di morire un'altra volta. Già i nostri padri convennero in campi scellerati a trarre diletto dalla _soffrente natura_¹, e applausero a fraterni omicidi; ma i nostri padri furono detti barbari: raguna dunque, tu che lo puoi, tutte le tue tempeste in un punto; abbandonati nel tuo furore sopra la creazione,—tra i frantumi dei mondi che la sovrastano sia sepolta la terra,—-distruggi l'uomo, e la sua memoria;—il solo momento nel quale ti potremo lodare sarà quando la vita, che muore accolta su l'estreme labbra, aspetta un sospiro per volare là dove stanno le vite che devono nascere;² e se non puoi sopportare sola la tua eternità, e se godi ad essere esaltata nelle preghiere, e negl'incensi, deh! non creare, ti scongiuro, non creare più la belva che ha la ragione….»
¹ Potè a l'alte patrizie,
Come alla plebe oscura,
Giocoso dar solletico
La soffrente natura.—PARINI, Ode a Silvia.
² Quæris quo jaceas post obitum loco?
Quo non nata jacent.—SENECA, Troas, char., A. 2.
Riferiremo più innanzi le parole di quel travagliato? Noi pensiamo che già troppe sieno le riferite per dimostrare quanto la sua niente aberrasse dal dritto cammino, e come angustiato da soverchio dolore, divenuto cieco dell'intelletto, trascorresse con empio, o, per dire più rettamente, con istolto consiglio, a bestemmiare più tosto che a supplicare quel solo che potea sovvenirlo.
Poichè ebbe consumato le querele, si pose di nuovo a giacere sul terreno, e disperatamente tranquillo stette ad aspettare la morte. Così trapassarono di molte ore, allorchè un mormorio confuso percosse il giacente, e lo fece balzare da terra, e porgere le orecchie in ascolto; gli parve che non fosse lontano, e si partisse dall'alto: «Forse non è che dentro il mio capo!» esclamò Rogiero, e si toccò la fronte: ma la fronte sentì fredda: si pose con maggiore attenzione in ascolto;—e' v'era certo un sussurro. Sorgeva brancolando con le mani tese, tentando con un piede il terreno, mentre su l'altro appoggiava la gravità del corpo; si dirigeva là, d'onde gli era sembrato che il rumore derivasse: in proporzione, che si accostava, il sussurro cresceva, e sembrava di voci umane, sebbene le parole non suonassero distinte; s'inoltrava più ardito;—adesso cominciava a diminuire;—rifece i passi, e mise ogni attenzione a conoscere il luogo: instando nella ricerca, gli venne fatto trovare ch'ei passava di sotto a certa scala, che appoggiata sopra un mezzo arco toglieva principio dalla parte superiore dell'edifizio, distendendosi per assai lungo tratto sul pavimento della carcere. Eccolo a piè della scala;—ell'era angustissima, e senza sponde;—saliva cauto esplorando con le mani; trovò a capo di quella un ponticello, anch'esso senza sponda, sul quale essendosi spinto alla ventura entrò in certo corridore, che lo condusse avanti una porta, fortemente sprangata: pareva che fosse notte, perchè dalle fessure della porta veniva tal luce di legno infiammato, che i suoi occhi assuefatti al buio non poterono da prima sostenere; spiando il luogo donde meglio osservare, trovò poterlo fare a grande agio, là dove la porta mal commettendo agli stipiti lasciava sufficiente spazio. Vide raccolte in giro circa quaranta persone, le quali, quantunque vestite con abiti volgari, riconobbe immediatamente, come quelle che aveva in pratica, per essere la più parte gentiluomini del Re Manfredi: adesso stavano muti; se non che ora questi, ora quegli, volgeva gli sguardi dubbiosi di una cotale impazienza verso la porta che stava di faccia a quella per la quale guardava Rogiero.
«E sì che l'ora è passata!» sovente diceva l'uno all'altro; e a vicenda domandavano: «non fissarono a tre ore di notte il convegno?» e rispondevano: «sì.»