Nessuno potè rimanere fermo al suo posto: sospinti dalla curiosità si affollarono intorno al Conte della Cerra, che trattesi alquante carte di seno, e tra queste sceltane una la spiegava leggendo: «Carlo etc. etc., ai nobili Baroni rappresentanti il Reame di Napoli, sì come componenti una sola università, e ad ognuno distintamente, salute. Noi non sappiamo, nobili Cavalieri, se più con noi stessi ci dobbiamo rallegrare, o con voi, che muovendoci l'autorità della santa Chiesa, e più la nostra naturale affezione, al soccorso di tutti que' Cristiani, che sotto il peso di una empia tirannide gemono miseramente avviliti, voi bene sapeste apprezzare il vostro tristissimo stato, e la purezza delle nostre intenzioni, onde, più tosto che a contrastarle, vi profferite pronti per quanto sta in voi a secondarle. Nè questo sia per suonarvi amaro, perchè sapete la servitù ammalare il cuore, appassire la mente: voi però dotati di eccellente natura sapeste con singolare esempio, valorosi Cavalieri, serbare, in tempi luttuosissimi, sani ed interi ambedue. Se da prima pertanto, dovendo noi maggiori cose compire, speravamo maggiore gratitudine ricavarne, adesso, poichè piacque a Dio accordare i nostri pensieri, ne conseguiremo più grande sicurezza. Qualche cosa è sempre mestieri rimettere nella pratica degli umani casi; e poichè questo sia decreto inevitabile, noi ci reputiamo avventurosi doverlo rimettere di gloria nostra, piuttosto che di sangue cristiano e tradito….»

«Queste gonfiezze» interruppe un vecchio che Rogiero non potè riconoscere «non fanno bene all'anima, nè al corpo; e' si vede che viene da Roma cotesta lettera, e sa di stile di Bolle…. andiamo al buono, se vi piace, Conte Anselmo, andiamo ai patti.»

«Come vi piace:» rispondeva il Conte della Cerra, ed omettendo due o tre pagine continuando leggeva: «Già conosce il mondo se la Casa di Francia soglia taglieggiare i suoi vassalli, se ami, o no, conciliarsi il rispetto del popolo, l'amore dei Baroni, la benevolenza di tutti; sa il mondo s'ella proceda cupida dell'altrui, intemperante, inquieta e codarda….»

«Questi sono elogi, Anselmo, non sono patti;» interrompeva di nuovo il vecchio.

Il Conte Anselmo bisbigliando prestamente la lettera pervenne quasi alla fine; allora, facendo distinta la voce, disse: «Ecco quello che promette.—La nostra gratitudine non dubitate che non sia per essere adeguata a tanto beneficio: vostre saranno lo principali cariche del Regno, vostre le magistrature, il diritto di approvare le leggi vostro; noi prenderemo dell'autorità quel tanto che ne vorrete concedere, e ci chiameremo contenti; sieno le Regalíe annullate, il diritto d'imporre le taglie tolto dalle prerogative della corona, quello di diminuirle conservato. Ma non volge tempo adesso di esporre tutte le salutari riforme, che per ricondurre la felicità nel vostro dolce paese abbiamo immaginato; elleno saranno quali un padre di famiglia amantissimo può concedere, quali figli amatissimi potranno sperare.»

«Ahimè! ahimè!» esclamò per la terza volta il vecchio «guardate, di grazia, s'ell'è spedita dalla Dateria Apostolica sub anulo piscatoris!»

«Udite il fine:» con súbita stizza, che volse immediatamente in riso, rispondeva il Cerra: «Inutile, e per avventura ingiurioso,—ingiurioso—sarebbe assicurarvi il pacifico possesso dei vostri castelli, terre e privilegii; sì bene non pure sperate, ma abbiate per fermo, che intendiamo ampliarvi di dominii e di ogni specie di concessioni, con le quali un figlio di Francia può dimostrare la sua riconoscenza a fedelissimi….»

«Tregua agli sdruccioli, Conte,» disse il vecchio «e ponete mente, di grazia, all'estrema sentenza della lettera di Carlo: ei si sconciava all'ultimo, come sogliamo dire; a mal grado delle belle proteste, certa cosa è che le sue intenzioni sono di spogliarci.»

«Come?» domandarono molti.

«Oh! ell'è chiara: egli afferma di volerci ampliare di dominii; ora siccome le Baronie non le porta di Francia, si fa manifesto che per dare altrui deve togliere altrui….»