«Quella senza guadagno però.»—parlava sommesso il Conte Anselmo. Il Cavaliere non lo intendeva, e proseguiva così: «Intanto mi è forza gemere, non so se debba dirmi su la trista indole della fatalità d'Italia, o su quella dei suoi cittadini, che per liberarsi da un'antica servitù non sanno migliore modo immaginare che una servitù nuova, e rompere una catena col ferro, del quale se ne deve fabbricare un'altra. Quando, quando verrà il giorno, che potremo sollevare al Creatore le braccia libere di ogni segno oltraggioso di signoria straniera?»

«Melanconie, Barone,» riprese il Conte della Cerra «melanconie; pensiamo a dominare; così ab eterno ci ha privilegiati Natura. Ma ora che ci penso, va bene che voi amiate la libertà, Barone; anzi dovreste aggiungere la uguaglianza di averi: non vi fecero vendere i vostri creditori, or fa dieci anni, il feudo di vostra famiglia? State di buono animo, Barone; continuate a mantenere il Principe vostro nipote nelle disposizioni favorevoli a Monsignore di Provenza, ch'egli è tal Re da restituirvi quello che i dadi vi hanno levato.»

«Come! voi credete?…»

«Io non credo nulla….»

«Bruci l'anima mia….»

«Amen. Saranno sincere le cose che esponete, ma la stagione corre contraria. Andate persuaso, Barone, che uomini più sapienti di voi, e di me, hanno pensato a questo: miseri! le meditazioni loro si conchiusero in gemiti, e desiderii; le opere con volontarii esilii, o con morti costrette.»

«Sarà quel che volete, Conte; pensate come meglio vi pare dei miei attuali sentimenti, ma io spero di vedere quel giorno.»

«E quando lo sperate voi?»

«Quando deposta ogni privata passione, quando dimesso ogni particolare interesse, concorderemo….»

«Allora non verrà mai per noi, perchè saremo disfatti: levateci l'interesse da dosso; che cosa ci resterà?»