Più ed altre cose si aggiunsero per una parte e per l'altra, le quali lasceremo sì come poco importanti al proposito. Alla fine il Conte della Cerra, levatosi in piè, tolse il mantello, e facendo mostra di andarsene disse ai congiurati: «Non v'ha negozio tanto difficile in questo mondo, che tenacemente volendo, e discretamente operando, non si conduca a buon fine. Vi tengo per salutati, Baroni; ormai troppo sono dimorato lontano di corte per ovviare il sospetto: spero in appresso che non vi impazienterete ad aspettarmi, Messeri; addio, dividiamoci con le solite cautele.»

Seguiva un salutarsi circospetto; fu spento il lume, ma dal rumore dei passi di tanto in tanto più lontano si accôrse Rogiero che si partivano: soprastava anche un poco, e quando si fu assicurato che non vi era più alcuno, si mise a scuotere la porta con lo sforzo di un uomo che perduta ogni altra speranza riponga la sua salute nella esecuzione dell'ultimo tentativo; s'ingegnò in tutti i modi; maravigliosi, ed appena credibili, furono i suoi sforzi; pure, se molta era la sua forza di azione, moltissima gli contrapponeva forza d'inerzia la porta; giunse finalmente a smuoverla; questo però era ben altro che atterrarla; per quanto avesse fatto, assai più del doppio gli rimaneva a fare, e intanto la lena cadde consunta, lo spossamento subentrò alla furia; dalla fronte gli scorreva sudore, dalle mani sangue; sopraffatto dalla disperazione e dalla stanchezza, si lasciò andare. Tornava indietro,—con qual cuore pensi chi legge:—trapassato il corridore, e pervenuto sul ponticello, lo prese un pensiero:—precipitarsi di sotto, e andare a spezzarsi sul pavimento, non sarebbe dar fine ad ogni travaglio, conseguire libertà vera e durevole? Sospeso in questa meditazione, di tanto si approssimò all'estrema sponda, che, per poco più si fosse inoltrato, la sua caduta non sarebbe stata in potere della volontà.—Non così tosto però sorge nel nostro cervello un qualche consiglio, che parimente vi si suscita il suo contrario; ond'è, che se la passione non si prendesse la pena di determinare l'anima incerta a quale dei due appigliarsi, ella se ne starebbe inoperosa. Alcuni filosofi per ispiegare il fatto, poichè negli uomini sia un furore di penetrare tutto, di spiegare tutto, specialmente quello che non può spiegarsi nè penetrarsi, hanno supposto entro di noi la esistenza di due diversi principii, la quale opinione noi non sapremmo biasimare, e lodare neppure, chè pronunciare giudizio intorno cose nè sapute nè da sapersi, la Dio mercè, non sia nostro difetto. Senza affannarci a investigare come il fatto avvenga, il certo è che avviene, e noi ci decidiamo all'uno più tosto che all'altro avviso, non già per via di scelta, ma per inclinazione della volontà precedente alla discrepanza degli avvisi. E di vero, dove non fosse in questa maniera, e l'elezione operasse libera, come preferiremmo il male manifesto al bene proposto? come la vergogna al piacere? come la pratica del vizio alle gentili discipline? Questo discorso, che a molti parrà inutile, abbiamo fatto per la ragione che appena Rogiero ebbe pensato a morire, un altro animo gli disse di vivere, e gli dipinse il suo corpo deturpato da oscena ferita, il cranio spaccato, il cervello sparso, torto il sembiante, le gambe e le braccia cionche, ogni membro disfatto con mostruosa sconcezza, come suole avvenire a coloro che cadendo da alto percuotono sopra le selci: si ritirava atterrito dalla sponda del ponticello, e alla idea di essersi tanto inoltrato fremeva; quasi per sottrarsi alla tentazione si cacciava a corsa giù per la scala: giunto al termine, si pose a sedere su l'ultimo scalino appoggiando la testa alle ginocchia; con le mani si abbracciava le gambe; in questa attitudine molte cose voleva meditare, a moltissime provvedere; pure anche per questa volta l'anima, il soffio, il fuoco, l'ente in somma, che in noi ha facoltà di pensare, non corrispose alla volontà; s'egli voleva costringerlo sopra una immagine determinata, cominciava a deviare entrando sopra immagine corrispondente sebbene diversa, e di una in un'altra procedendo si allontanava dal soggetto; allora lo richiamava Rogiero al punto dal quale si era partito, ma di lì a poco tornava in balía di sè stesso: infastidito il nostro eroe di consumare nel porsi nell'attitudine di pensare quella facoltà che doveva impiegarsi in pensare, l'abbandonava come un cavaliere che non può ritenere il freno del cavallo infuriato; allora si lanciò a guisa di forsennato nei dominii della memoria, dove ogni cosa rovesciando, e confondendo, produsse dei sogni parte ridenti di speranza, parte terribili di spavento irreparabile; gli occhi di Rogiero si chiusero, e le sue membra s'irrigidirono di grave letargo.

Quante ore si rimanesse in quello stato ignoriamo;—dopo un certo tempo i nervi ottici di Rogiero, offesi da un cotal senso di dolore, richiamavano ogni altra sua facoltà agli uffici ordinarii della vita: non aveva però sollevato le pupille, che parvegli udire pronunziare queste parole: «Oh Dio! quanto buio;—sperava vederlo alla vampa delle fiamme:—or come faremo noi? Ma che non è vero l'Inferno esser tutto pieno di fuoco?»

«Madonna,» rispondeva un'altra voce «voi non siete all'Inferno, e qui presso sta colui che desiderate. Intanto, vi prego, non mi stringete sì forte.»

«No, no, finchè non lo abbia trovato, io ti farò così, e peggio, perchè tu me l'hai promesso; e voi altri uomini siete fallaci, ed io non voglio trovarmi ingannata.»

«Santa Maria!»—gridò Rogiero aprendo gli occhi, e súbito richiudendoli, quasi per ritenere più che gli fosse possibile una immagine che reputava sogno;—non ritrovandola dentro di sè,—tentò s'ella fosse veramente esterna o reale. «Santa Maria! «—ripetè il carcerato—» è Yole quella che vedo?»

Yole, avvolta in veste candidissima e schietta, gli stava davanti; camminava lenta; teneva il braccio destro levato stringendo un pugnale, coll'altro preso pel petto un uomo che portava una lanterna, il quale poco si distingueva, spargendo non so se a caso, o ad arte, tutta la luce sopra di lei. Yole all'udire il suo nome si pose in ascolto, come persona incerta d'essere chiamata, ma quando sentì ripeterlo un'altra volta, rispose.—«Chi ti trattiene, Rogiero?»—e lasciò l'uomo, e il pugnale, stendendo le braccia….

Questi erano i secondi amplessi di que' due infelici, destinati a confortare nella travagliata loro vita con le apparenze di un bene, che non dovevano godere, la mole dei tormenti che dovevano sopportare. Miseri! che dopo tanti giorni di lontananza non potevano, nè sapevano favellarsi che per via di singulti, e consolarsi che colle lacrime sole. Stavano abbracciati; l'amore li blandiva con le lusinghe della voluttà,—voluttà misteriosa, affatto distinta da ogni altro desiderio. Rogiero all'improvviso vide mancare la luce;—se gli fosse mancata la terra sotto, non se ne sarebbe accorto, tanto era immemore di sè in quel punto; ma si accôrse, del difetto della luce, perchè gli rapiva la vista di quel volto dal quale toglieva conforto dei passati affanni, pe' futuri costanza. Guardò attorno pauroso:—l'uomo che aveva scortato Yole si era pianamente fatto discosto; adesso stava per trarre a sè la porta, lasciando con nera perfidia i due amanti imprigionati:—si sciolse Rogiero dalle braccia dilette, e, fosse la sua maravigliosa celerità, o più tosto la mano del carceriere tremasse pel misfatto che stava per commettere, giunse a tempo per impedire che la chiudesse: volle quel tristo, da che l'opera non gli era riuscita, trovare scampo nella fuga; ma di breve raggiunto, fu in molto dura maniera stretto alla gola dall'inseguente Rogiero, e strascinato, anzi che condotto, di nuovo nella prigione: qui togliendogli la lanterna di mano, e volgendogliela al viso, riconobbe in lui il pellegrino; non disse motto; abbassando gli occhi, gli venne fatto di vedere la lama luccicante del pugnale, che Yole aveva lasciato cadere; lo prese, stramazzò il carceriere per terra, gli piegò le ginocchia sul petto, gli afferrò con la manca i capelli, con la destra si apparecchiava a rompergli la gola. La vergine di Svevia, rimasta come stordita fino a quell'atto, si scuote di súbito, e cacciando altissimo grido si slancia a ritenere la mano di Rogiero, e: «Scellerato!» gli disse «pensi che io sia per lasciarmi toccare da mani contaminate?»

Rogiero levò la faccia, e guardò Yole,—poi il carceriere,—di nuovo Yole;—ella lasciava libera la mano dell'amante.—Rogiero comprese l'atto, si alzò in piedi, e calpestando il tristo che giaceva: «Vivi,» gridava «vivi a più atroci misfatti, a morte più infame.»—Senza porre tempo tra mezzo si ripose il pugnale nella cintura, prese le chiavi, e passando il suo nel braccio di Yole, aggiungeva: «Vieni, bella infelice, che l'innocente può solo trovare salute nella fuga.»

Partivano frettolosi. Il carceriere, sebbene fosse tutto rotto nella persona, si alzava, e avventandosi alla porta gli scongiurava per Dio che lo menassero, od altramente lo finissero, perchè rimanendo colà sarebbe morto di fame: non lo ascoltavano; anzi Rogiero percotendolo nel petto lo respinse indietro, e gli ultimi suoi gemiti si confusero nel cigolío che fecero i catenacci avvolgendosi dentro gli anelli. Di lui non racconta più oltre la istoria: molto tempo dopo, sotto il regno di Carlo II lo Zoppo, essendosi demolito quell'antico edificio per ordine del Legato della Santa Sede signora di Benevento, furono trovati entro un sotterraneo due scheletri, uno dei quali stringeva tuttavia co' denti parte della mano destra; certo segno, che la fame infuriando nelle sue viscere lo aveva stretto al miserabile bisogno di trovare alimento nelle proprie membra:—questo supponiamo che fosse lo scheletro del carceriere.