Noi non sapremmo accertare l'amoroso lettore, che nulla curando il fastidio ci ha con tanta benevolenza seguitato fino a questo punto della storia nostra, se la Cronaca dalla quale ricaviamo le narrate avventure sia o no in parte manchevole, imperciocchè priva della numerazione delle pagine, non lascia modo a conoscere il difetto; vero è che omettendo di esporre come Carlo si partisse da Roma, quale strada tenesse, e quali ostacoli incontrasse, senz'altro badare, trascorre ai casi che avvennero dopo il memorabile passo del Garigliano eseguito dalla milizia francese; onde volendo noi dare un po' di supplemento a questo luogo, c'ingegneremo di raccontare alla meglio quanto accadesse in quel mezzo tempo. Coronato che fu a Roma nel giorno della Epifania il Conte di Provenza, rompendo gl'indugii si mise in cammino, sì per prevalersi di quel primo ardore dei suoi soldati, sì perchè, soprastando, non aveva danari per pagarli; e Papa Clemente, per molte cagioni, tra le quali non era ultima quella di non averne neppure egli, non poteva prestargliene. Le storie dei tempi non ci hanno conservato se Carlo operasse ciò che tutti i capitani a lui antecedenti e posteriori hanno fatto movendosi alla conquista del Regno, vale a dire dividere la sua gente in due schiere, mandandone una lungo il littorale, l'altra pe' luoghi più prossimi agli Appennini, con intenzione di riunirsi a Capua per marciare unitamente alla volta di Napoli; anzi e' pare che tenesse diverso consiglio, e repugnando dal partire lo esercito, pel cammino di Frosinone si accostasse intero al passo di Cepperano: forse temè incontrare troppo dura resistenza a Fondi e ad Itri, che occorrono costeggiando la marina, e considerò, che quando pure gli fosse venuto fatto di superare questi due passi, gli rimaneva il terzo, più arduo, del Volturno sotto Capua, il quale, per essere quivi il fiume grosso, e il ponte afforzato di antiche e di nuove torri, appariva inespugnabile. Trapassando la Campagna Romana, i popoli, non che gli contrastassero, gli davano all'opposto favore come a figlio prediletto, e a campione di Santa Chiesa. L'Arcivescovo di Cosenza, Bartolommeo Pignattello, veniva con esso lui in qualità di Legato apostolico, benedicendo chiunque si fosse aggiunto alla impresa contro Manfredi, e pronto a scomunicare coloro che avessero osato prenderne le parti: tanta era l'autorità della sua voce, che gli uomini del contado accorrevano per ogni lato volonterosi di farsi ammazzare in pro, come dicevano, della religione contro un eretico. Il Monte San Giovanni, che nel 1494 contese con tanto pericolo di Carlo VIII allo esercito di Francia, il fatale Angioino con allegrezza infinita accoglieva, e gli era largo di spontanei sussidii. Nè (poichè la fortuna non toglie mai a sollevare a mezzo i suoi diletti) i giorni, che, per essere all'entrare di febbraio, dovevano mostrarsi piovosi, cessavano di continuare sereni; il sole oltre ogni credere caloroso, pareva si compiacesse a rischiarare di limpidissima luce i passi del Destinato. Così il campo di Carlo, in sembianza di gente cui tarda essere aspettata a qualche gran festa, vide il quarto giorno del mese le sponde del Garigliano. Questo fiume principale di tutto il Regno di Napoli, che deriva la sua sorgente poco lungi dal lago Celano, trapassando per Sora bagna Cepperano, traversa Pontecorvo, e sbocca finalmente nel Mare Tirreno, formando un confine naturale tra la Campagna Romana e la Terra di Lavoro: dicono, correre le sue acque per lo spazio di ottantacinque miglia, e affermano potersi navigare per venticinque discosto dal mare; nondimeno a Cepperano e a Castelluccio non apparisce sì grosso che qualche volta non si possa guadare. Manfredi, che ben conosceva la importanza del passo, súbito dopo l'assemblea di Benevento vi mandò il Contestabile Rinaldo, Conte di Caserta, al quale aggiunse Giordano Lancia con molte compagnie di Pugliesi, perchè vi tenessero il fermo; schivassero venire alle mani; assaltati, si adoperassero di rituffare i nemici nel fiume. Conosceva lo Svevo, essergli lo indugio più efficace della vittoria medesima, e la impresa di Carlo doversi risolvere in fuga, dove non avesse potuto ingaggiare una presta battaglia, che mancava di danaro, primo e forse unico nervo della guerra: nessuna provvisione che si richiede da esperto capitano aveva ommesso; l'affidavano a bene sperare il luogo di leggieri assai difendevole, i sufficienti presidii affezionati al suo nome, per disciplina e per valore reputatissimi; la fedeltà dei Conti di Caserta e Lancia, che aveva loro preposto. Adesso riprende la Cronaca, e racconta, come la sera del quinto giorno di febbraio tornando Manfredi verso Benevento, dalla quale città era uscito per incontrare una masnada di soldati che dovevano mandargli di Puglia, si doleva per via della negligenza dei Governatori in ispedirli, e della lentezza dei condottieri in menarglieli, mostrandosi più che non si convenisse malinconoso, allorchè, levando gli occhi all'orizzonte, vide un nugolone nero che parandosi innanzi del sole prima che fosse tramontato, ne impediva la vista: qual fosse la relazione che in quel momento passava tra cotesta scena e i pensieri di Manfredi, noi non sapremmo; ma egli stava a considerarla con misteriosa calma, e con un meditare profondo, maggiore di quello che l'uomo in simili casi possa adoperare: gli estremi contorni della nuvola però splendevano di colore di sangue, e ne scaturivano alquanti raggi che spargendosi largamente per l'emisfero tingevano in vermiglio tutti gli oggetti che l'occhio giungeva a contemplare; d'ora in ora un buffo di vento scuoteva con violenza le fronde degli alberi, e percorreva la terra, cacciandosi innanzi turbini di polvere mossa, e paglie; il volo degli uccelli più e più sempre si abbassava, quasi presentissero che il cielo era per farsi turbinoso, ed annunziavano con voce inquieta soprastare la procella. Giordano d'Angalone, che cavalcava allato di Manfredi, avvisando di entrare nel pensiero del Re, favellava: Stasera il sole muore innanzi tempo.»
Manfredi, guardandolo accigliato, rispondeva: «Muore, ma brilla.»—E nel volgere che fece degli occhi, protendendogli giù per la valle esclamò: «Oh! perchè mai si affaccenda egli tanto? In verità mala nuova ne porta il corriero.»
I cortigiani che accompagnavano Manfredi diressero gli occhi al punto in cui mirava il signore, e stringendo le palpebre quanto meglio poterono, aguzzarono la vista: pur finalmente, stanchi di nulla discendere, parlarono insieme: «Salva vostra grazia, messer lo Re, voi avete preso errore….»
«Errore! Guardate là, là a mancina presso al dirupato del Diavolo,» ed accennava col dito «seguendo la direzione della cappella di Nostra Donna del Pianto,—non vedete un uomo che si affatica per guadagnare l'erta del monte?»
Si riprovarono più intenti di prima i cortigiani, e dopo replicati esperimenti risposero: «Noi non vediamo cosa al mondo.»
Tuttavolta, così comandando Manfredi, si rimasero su quella vetta, nè passò molto che incominciarono a scoprire una macchia bruna che parea distaccarsi dall'estremo orizzonte, e di mano in mano ingrandirsi approssimandosi; molto si maravigliarono del caso, e di animo concorde lo attribuirono a miracolo: e veramente, dice la Cronaca, ciò non fu senza volere di Dio, che, purificandogli le facoltà intellettuali e del corpo, anticipava all'anima travagliata lo spasimo della vicina sciagura, la qual cosa noi non sapremmo affermare; comecchè presso molte nazioni della terra vivesse, e forse anche viva la credenza, che il Destinato abbia il dono di profezia, e possa per alcuni segni degli occhi conoscersi colui che, prossimo a chiuderli per sempre, ha ricevuto, quasi in compenso della morte affrettata, la potenza di antivedere gli eventi. Ora si scorgeva manifesto il corriero: gli copriva la bocca una fascia, perchè nel celere corso l'aria non fosse impedita dall'entrare liberamente nel polmone; teneva fitti più che mezzi gli sproni nei fianchi del cavallo, o che distratto da altro pensiero non avvertisse che in quel modo gli dava la morte, o anzi che, calcolando per la fatica sofferta non potere più a lungo durare, volesse che quegli ultimi avanzi di vita si consumassero in isforzo disperato:—nefanda, non inusitata ferocia presso di noi, che ci diciamo immagini del Creatore! Anelava il povero animale in ispaventosa maniera, aveva il morso imbrattato di spuma sanguinosa, grondava sangue dal costato, da tutto il corpo sudore; pure trasvolava con una rabbia di corsa, per modo che a mala pena si potesse seguitare col guardo nei rapidi passaggi che faceva dall'ultimo globo di polvere nel nuovo che suscitava scalpitando; giunto circa quaranta passi alla distanza di Manfredi, stramazzò con lungo sdrucciolío, e abbandonando la testa stette immobile: il corriere, traendo le briglie, spronando più aspro che mai, s'ingegnava a rilevarlo;—fu opera perduta.—«Potevi aspettare a morire dopo altri quaranta passi!» mormorava il corriere smontando, e senza pure degnarlo d'uno sguardo s'incamminò pedone alla volta del Re; se gli inginocchia trafelato alla staffa, ma soverchiato dal travaglio cadeva boccone. Scese Manfredi, lo alzò affettuoso, lo pose a sedere, e di propria mano gli allentava la cintura, perchè meglio respirasse. Confortato il corriere di breve riposo, cominciava dolente: «O Re Manfredi, male nuove vi porto.»
«Già corre gran tempo, che non ne aspetto di buone.»—E così parlando Manfredi pose il gomito sopra la sella del suo destriere, e nella palma della mano lasciò declinare la testa.
«Grande sventura sono per narrarvi, mio Re.»
«E noi siamo apparecchiati ad ascoltarla: narrala.»
«I Provenzali hanno passato il Garigliano…»