Queste parole non suonarono intere dalla bocca del Re, che la passione nol consentiva; gli si nascosero le pupille sotto le ciglia tese, un colore livido gli coperse la fronte, gli si gonfiarono i muscoli, tutta la fisonomia ne rimase scontraffatta in guisa, che i circostanti abbrividirono di terrore; si fece velo al sembiante con ambe le mani, e meditato che ebbe alcun tempo, le rimosse mostrandosi tranquillo.—Tranquillo! destava una sensazione simile a quella di colui che seduto sul lido del mare gode vedere il placido flutto leggermente commosso dalle danze del venticello vespertino, quando all'improvviso, trascorrendo con l'occhio innamorato, incontra legni sparsi e cadaveri, segno della sua ultima tempesta. Il corriero, che non aveva avuto più animo di muovere labbro, ricevuto espresso comando, riprendeva così: «La sera del giorno quarto di febbraio le nostre vedette tornando di tutta carriera, ci avvisavano stessimo all'erta, perchè cominciava a vedersi la vanguardia nemica: già non faceva mestieri di avviso, che il Conte Lancia vigilava incessante, e confortava i soldati con le parole e con l'esempio a bene operare: intanto apparve una schiera di Carlo, poi un'altra, e un'altra ancora; la notte c'impedì di scorgere la venuta delle susseguenti; per quello che ne apparve, prima e dopo che si fu partita la luce, non pensavano a dare battaglia. Era già passata la prima ronda, ed io me ne stava in guardia della tenda del mio signore, Conte Giordano, allorchè un uomo armato s'incamminò alla mia volta: tesi la balestra, e domandai:—Chi viva?—Viva Svevia,—rispose il Cavaliere,—va, sveglia il Conte Giordano, chè ho da parlargli.—Non vi ha mestieri svegliarmi,—rispose il mio signore,—affacciandosi all'apertura, perchè tristo è il vassallo che dorme quando il suo Re sta in pericolo; parlate, Contestabile, ch'io vi ascolto.—E venne fuori: e quivi al sereno, chè il cielo era placido, e non soffiava un alito, cominciava il Caserta:—Giordano mio, se voi, come non dubito, amate il vostro Re di quello amore che l'amo io, ho pensato che voi non impedirete un mio accorgimento pel quale di sicuro distruggeremo lo esercito del Provenzale.—Rispose il Lancia, lo aiuterebbe molto volentieri, nessuna cosa stargli più a cuore quanto la salute del Re, gli esponesse il trovato; per quanto era in lui, lo metterebbe in opera con infinita allegrezza.—Or bene, caro Giordano mio, soggiunse Rinaldo, voi sapete che non solo qui può guadarsi ii Garigliano, e quanto più si rimonta alla sorgente, tanto meglio si passa, specialmente a Castelluccio; noi, secondo le regole dell'arte, e i comandi del Re, abbiamo sprolungato le nostre forze su la destra sponda dei fiume per contrastare i nemici dovunque accennassero di fare un motivo; ma credete voi che quando si possa far meglio, sia questo buono consiglio? Certo voi nol credete: il Provenzale non ha mica convenuto di ordinare i suoi soldati, come noi abbiamo; anzi ho fede che gli riunirà in un punto, e quivi sforzando i nostri, insufficienti a resistergli, guaderà il Garigliano, e ci assalterà alle spalle e di fianco con nostro manifesto svantaggio: vorrei dunque per ovviare al danno che noi ci ritraessimo un po' addietro….—Come? interruppe il Conte Giordano, trasgredire affatto i comandi di Manfredi!—Il Re, soggiunse il Caserta, ha comandato così perchè gli pareva il meglio; e noi siamo per la fedeltà nostra tenuti ad imprendere non quello che pare, ma quello che è veramente meglio: se poi ce ne volesse dar carico, noi risponderemo, Conte, ai suoi rimproveri:—abbiamo vinto;—non dubitate, ella è questa una buona ragione, che non ammette replica in contrario: io diceva pertanto di ritirarci indietro e spartirci nelle boscaglie lungo la via; io sopra del ponte, voi sotto, io co' miei Pugliesi, voi co' Tedeschi: Carlo, domani vedendo il ponte senza difensori, non manderà altrove la sua gente, nè allargherà senza bisogno la sua fronte; si spingerà innanzi per questo passo, riputando, orgoglioso come lo sappiamo, che non ci sia bastato il cuore di sostenerne la vista: facciamo che s'inoltri in colonna; io allora sboccherò dalle macchie, e gli darò la carica sul fianco sinistro, cacciandomi tra mezzo; quando scompigliati gli ordini vedrete ripiegare i Francesi, fate voi sul destro fianco quello che ho fatto io in sul sinistro, e rompete il ponte; i rimasti tra noi e il fiume vi traboccheranno a precipizio, i tagliati tra noi e la terra deporranno le armi, avendo San Germano a fronte: nè mi opponete, piccola schiera essere affidata al valor vostro, perchè quei pochi Tedeschi valgono i miei molti Pugliesi; e dovendo voi assaltare presso il ponte, non potete incontrare che una profondità di sei od otto file, mentre io dovrò combatterli certamente molto più grossi. Che parvene, Giordano? non è una bella astuzia questa?—Il Conte Lancia pensò molto, e rispose breve:—Io non saprei approvarla, Contestabile; ella mi sembra per lo meno arrisichevole, nè a noi può giovare adesso; si vince col combattere come con lo schivare le battaglie, ed ora è il caso: se Carlo indebolisce parte della sua fronte per fare vigorosa impressione sopra un punto della nostra, e noi insisteremo sopra il punto indebolito con simile arte, e lo circuiremo alle spalle, conseguendo così più facilmente quello che in modo più complicato e con maggiore avventura vorreste far voi, nè ci dipartiremo dai comandi ricevuti.—Tacque il Lancia; soggiunse il Caserta; poi il Lancia di nuovo: nè trovando modo a comporsi, propose il Conte Giordano di ragunare un consiglio di guerra, e starsi alla sua decisione: allora con gravi parole favellò il Contestabile:—Luogotenente, noi fin qui abbiamo parlato a Vostra Signoria per avervi compagno alla bella impresa; da che compagno non volete esserci, vi ordiniamo di eseguire quanto crediamo bene di comandarvi.—Ciò potevate fare innanzi, Contestabile, se manifestandomi il vostro funesto disegno volevate trovare in me un lusinghiero piuttosto che un franco soldato; nondimeno vi protesto di fare quanto posso per vincere, ma che a malgrado della vittoria mi dorrò della vostra condotta presso Manfredi.—Farete quello che vorrete, intanto obbedite;—e si partì. Giordano levò la destra al cielo, e udii che profferiva:—Signore, vogli che questa impresa abbia felice fine, come io lo preveggo sventurato.—Ci dividemmo taciti, lasciando molti fuochi accesi per ingannare il nemico; andò il Contestabile co' Pugliesi a oriente, noi pochi col Luogotenente ci posammo vicino al ponte. Spuntava l'alba che doveva rischiarare l'onta del Regno, quando i Provenzali, visto senza difesa il capo del ponte, mandarono avanti alcune vedette: di lì a poco sopraggiunse un membruto coperto di bellissima armatura, che certo doveva essere il Conte d'Angiò….»
«E parti egli forte quanto si dice?» interruppe Manfredi.
«Non so se forte, prudente è molto, perchè dette ordine che i suoi passando il ponte non si sprolungassero in colonna, sì come aveva pensato il Contestabile, ma giunti al capo si partissero, volgendo una fila a mancina, l'altra a destra, e si schierassero paralleli al filo delle acque. Il mio signore che stava sopra una eminenza con alquanti dei suoi a vegliare le mosse del nemico, esclamò a cotal vista:—Questo sapeva io bene; pure si potrebbe emendare il fallo, se il Contestabile tornasse presto a riunirsi co' miei.—E spedì il primo, il secondo, fino a cinque corrieri; fecero tutti come il corvo dell'arca;—non ritornarono. Mentre il mio signore agitato da impazienza leva la faccia, e vede…. spettacolo d'infamia! su le opposte montagne allontanarsi in vergognosa fuga i Pugliesi; fu per non credere a sè stesso, fu per ferire il primo che disse:—e' fuggono;—alla fine gli fu forza riceverne l'amara certezza.—Ecco, che accadde fatto, esclamò smarrito, peggiore di quello che temeva; mi era apparecchiato al fallo, non al tradimento:—ora, che faremo noi? domandò rivolto ai suoi, che gridarono concordi:—Morire!—A Dio non piaccia che sia così; serbate, o valorosi, le vite vostre ad atto più generoso, e meno disperato; dico più generoso; perchè non sia virtù spendere le anime senza consiglio; con maggiore utile del nostro Re potremo morire un'altra volta; a San Germano vedranno chiaro che noi non fummo i vili, sì bene i traditi.—Adesso il mio signore mi spedisce a voi, serenissimo Re, e vi prega ad accorrere presto, onde ristorare la cadente fortuna, e confermare con la presenza la fede….»
Manfredi non si rimase ad ascoltare la fine; inforcò la sella, e si affrettò a Benevento, senza pur salutare il corriere. Questi seguiva ansimante a piedi, da lontano, il suo Re, nè andava capace come dopo tanto durato travaglio, dopo essere tanto carezzato sul bel principio, adesso lo avesse deserto con tanto poca carità su la via; accusava le stelle, se la prendeva col destino, e non sapeva, che, quantunque dica la gente—l'ambasciadore non porta pena, nondimeno se l'ambasciata sia di dolore, non può essere che chi la reca non dispiaccia, perchè l'anima partecipa l'odio della perfidia con quello che gliel'ha svelata, e la ragione in queste cose non entra per nulla.
Arrivato che fu Manfredi nella sua real sede di Benevento, mandò per l'Amira dei Saraceni, Sidi Jussuff, della stirpe dei Ben-izeyen, il quale comparso, e salutato il signore con ogni dimostrazione di rispetto, secondo il costume degli Orientali, gli stette immobile davanti, aspettando il comando. Manfredi ordinava: «D'Angalone, procurate sollecito che le compagnie dei Tedeschi di qui a due ore sieno in punto di marciare per San Germano; tu, Baba Jussuff, fa lo stesso dei tuoi Saraceni: tu sai, che sebbene noi siamo credenti di Sidi Issa, tuttavolta li consideriamo come i più fedeli sudditi nostri; va, dì loro che si apparecchia un breve travaglio, che il Dragone minaccia la luna, ma che Dio grande ha destinato che uscirà più lucida che mai dalle sue branche schifose; nè il vincere pende incerto, perchè non ha egli detto il Profeta:—Chi si pasce d'iniquità trova la sua bocca piena di cenere?»
L'Amira, conserte le braccia al seno, fatto inchino profondo, accennava di partire, quando il D'Angalone disse rivolto a Manfredi: «Messere lo Re, avete considerato per via qual notte si apprestava? Il cammino che dobbiamo percorrere è malagevole; se la procella ci giunge, ci strazierà l'affanno, nè potremo inoltrarci di un passo.»
«Trista è la fede,» interruppe l'Amira «che si consiglia col tempo: la bestia che Allah ha fatto compagna dell'uomo, guarda il segno e la mano, non il sentiero, e se tra mezzo si sprofonda l'abisso, muore nella letizia della sua fedeltà; l'uomo avrà sortito doni maggiori per esser minore del cane? Tutto ha destinato il Signore, nessuno può fuggire il suo fato; se l'Angiolo della Morte scese dal cielo, ti percuote tanto seduto alla mensa, quanto schierato in battaglia;—tutto ha destinato il Signore, e il migliore d'ogni consiglio è l'obbedienza del Re.»
D'Angalone, a cui quella dottrina della fatalità non andava a verso, voleva rispondere; lo prevenne Manfredi, facendo un atto di sdegno con la mano, ed esclamando: «È destinato; l'Amira vi ha risposto per me.»
Si allontanarono. Rimase solo Manfredi: si succedevano truci pensieri nel suo intelletto con la celerità stessa con la quale in quell'ora si aggiravano i nuvoli pel firmamento, nè meno erano tenebrosi; noi non ne faremo la storia, chè forse volendo noi potremmo. Passate due ore di passione, giunsero, primo l'Amira, secondo il Conte d'Angalone, ad avvertirlo, essere le compagnie saracene e tedesche disposte a partire. Manfredi, dato un grande sospiro, guardò intorno la sala, prese l'Amira sotto l'ascella, e: «Andiamo» disse «dove ci chiama chi in noi può più di noi stessi…. ah! il mio destriero…. io l'ho obliato….»
«Ho provveduto a questo, Messere;» rispose D'Angalone: «egli vi attende bardato alla soglia del palazzo.»