«La polvere si fende… il padre ha vinto… Oh! come fuggono… oh! come ei gl'insegue a briglia sciolta!… già sono lontani… scomparvero.»
Affinchè sia il benigno lettore instruito del come avvenisse questo caso, gli facciamo sapere che fuori delle mura di San Germano, uscendo dalla Porta Romana, e piegando a mancina, si trovavano tra la città e il campo di Carlo, ma più presso alla città che al campo, alcuni pozzi, dove giornalmente scudieri napolitani e francesi andavano ad attingere acqua pe' cavalli, e spesso anche gli stessi cavalli vi conducevano: Carlo avrebbe potuto agevolmente turbare quell'acque; considerando però che le toglieva al suo esercito e non al nemico, il quale d'altronde n'era abbastanza provveduto, si rimase; molto più poi, che da quel mescolarsi di gente sperava, sebbene non ne concepisse il modo, dovesse derivarne qualche buona occasione per assaltare la terra:—uscivano gli scudieri napolitani non già dalla porta grande, sì bene da un usciolo che l'era da lato, il quale oggi non si usa, e gli antichi con proprio vocabolo solevano chiamare postierla, e di subito usciti si richiudeva con saldissime imposte. Sarebbe stata temerità, più tosto che valentia, suscitare una scaramuccia tra gli scudieri, e mentre i Napolitani fuggivano verso la terra mescolarsi con essi loro, tentando di entrare alla rinfusa; nè Carlo osava ordinarla, temendo che, come di manifesta morte, ogni uomo la ricusasse, e anche tentata non riuscisse. Due cavalieri francesi, Boccardo e Giovanni fratelli Vandamme, e un cavaliere fiorentino, Stoldo Giacoppi de' Rossi, insegna dei Guelfi italiani, insieme con altri cinquanta soldati avvezzi alle più risichevoli imprese, convennero di mettersi all'avventura, e il giorno dieci di febbraio essendosi di buon mattino segretamente posti in agguato dentro una fossa, che la notte trascorsa avevano ingombra al di sopra di siepi, che li riparavano a modo di tettoia, stettero ad aspettare che gli scudieri venissero ad attingere acqua. Riuscì il caso come si erano avvisati; perchè i Pugliesi verso il tramontare del sole usciti dalle mura s'incamminarono spensieratamente ai pozzi, dove incontrati i Francesi, cominciarono a insultarli di percosse e di parole, gridando in ischerno del Conte:—«Dov'è il nostro Carlotto? Dov'è Carlotto?»—Gli scudieri di Francia non tennero le mani alla cintola, e cominciarono la più gagliarda scaramuccia che mai fosse stata, la quale, o per essere combattuta senza armi, o per altra cagione che noi non conosciamo, va nelle Cronache del vecchio tempo distinta col nome di badalucco. Adesso gl'insidiatori, côlto il destro, dettero dentro alla zuffa, ed ebbero ben tosto vôlto in fuga i Pugliesi: quei della città vedendoli apparire, aprirono tosto la postierla, perchè trovassero pronto ricovero nelle mura, e quando accortisi degl'inseguenti nemici, vollero chiuderla, non furono a tempo, chè vi si gittarono, perseguiti e perseguitatori, con la foga di un fiume, e con maravigliosa celerità la trapassarono: bene poterono gettare giù la saracinesca, che, piombando con enorme gravezza, circa sei cavalieri francesi separò dai compagni, e forse altrettanti con miserabile strage schiacciò sotto le sue punte di ferro. Gli entrati, nulla curando quel primo sconcio, s'inoltrarono menando francamente le mani:—fuggivano i Pugliesi cacciati dalle armi nemiche, e più dalla propria paura, offrendo la immagine di un gregge, al quale facciano i mandriani mutare pastura. Pervenuti sotto il palazzo reale, usciva Manfredi accompagnato dai più valenti Baroni del Regno: cominciò un molto terribile affronto, nè lungamente dubbioso, perchè i fuggitivi, ripreso animo, voltarono faccia, e dettero aspro rincalzo al nemico. Ogni momento più s'ingrossava la gente intorno ai Francesi, che, oggimai disperati di salute, voltarono le spalle a cui le avevano fatte voltare prima; e sì che la fuga non poteva salvarli, e valeva meglio morire per ferite nel petto; ma se la paura si consigliasse con la possibilità dello scampo, vedremmo spesso quei fatti generosi che or pur troppo occorrono rari.
Il Conte di Provenza, avvisato tosto del caso, però che la Cronaca, quantunque con poca apparenza di vero, racconta come quella imboscata si fosse condotta lui non consapevole, si volse ai Cavalieri che lo circondavano, e favellò breve discorso: «Lasceremo, Messeri, in mano dei nostri nemici i nostri fratelli, perchè furono più valorosi di noi?»—Afferrava la sua pesante mazza d'arme, chè la rimanente armatura per antico costume non deponeva mai quando stava nel campo, e balzò fuori della tenda. Per via narra la fama che dicesse: «O glorioso Barone San Martino di Tours, noi facciamo voto di presentare al vostro santuario un candelliere d'oro massiccio, se ci farete salvare quei nostri virtuosi cavalieri.»
Stiamo a vedere che saprà fare il fiore della Baronia di Francia. Erano giunti sotto le mura a tiro di balestra, i Pugliesi prendevano a bersagliarli; a quella prima scarica molti cavalieri perderono il cavallo, molti cavalli i cavalieri; i susseguenti non potendo fermare i corsieri che venivano via di pieno galoppo, vi traboccarono sopra: ne derivava un súbito scompiglio, una specie di vacillamento su tutta la linea. Carlo però era trascorso avanti, e li precedeva di due o tre aste; si fecero animo, e più arditi di prima gli spronarono dietro. Ecco il secondo saettamento, ecco la seconda confusione;—a quel modo non si poteva venire a capo di nulla: sel vide il Conte, e pensò al rimedio; smonta da cavallo, toglie la sella, e ponendosela su la testa continua il suo cammino verso le mura; lo imitarono i suoi, e per questo ritrovato un po' meglio difesi pervengono alla Porta Romana. Qui sorgeva un tempestare di sassi, di travi aguzzati, e di ogni sorta armi lanciate dagli assaliti; un percuotere irrequieto, spaventoso, delle mazze d'arme dentro la porta e la postierla per parte degli assalitori. Carlo sopra gli altri menava disperatamente traverso la postierla, e ad ogni colpo si vedevano balzare chiodi, schegge, e nuvoli di polvere smossa; nè tutti potendo travagliarsi intorno le porte, presero con temerario consiglio a salire su i muri: quale, non bastandogli la lena di più sostenersi, dirupava per propria gravezza, e strisciando lungo la muraglia vi lasciava la pelle delle mani e del volto, e dopo tormentosa agonia si squarciava percotendo sul terreno;-la umana forma deturpata, gli occhi balzati della testa, il cervello sparso, i lacerati intestini, la faccia, le membra oscene di lividore e di sangue, erano cosa spaventevole a vedersi;—quale giunto agli estremi merli, respinto d'una lancia nel petto, agitando le mani pel vano formava in cadendo una curva nell'orizzonte;—chi rovinava trafitto dalle proprie armi, chi confitto su l'aste altrui; vi furono tali che uccisero nella caduta il compagno sul quale percossero, ed essi per istrana avventura, meno lo stordimento, andarono salvi; spaziava la morte nella pienezza del suo dominio; infiniti si udivano i lamenti, il pianto, e le querele, pure non mancavano le risa, nè i motti piacevoli:—spettacolo nefando era quello, pel quale Dio non ha certo formato la creatura, spettacolo che forse lo fa pentire di averla formata,¹ e pure, per chi lo faceva, una festa: dai cadaveri che precipitavano giù dalle mura, non solo non ne prendevano sbigottimento gli assalitori, ma così mezzo morti li ghermivano pel capo e per le gambe, e sopra altri morti gli accatastavano dicendo taluno:—«In buon punto caduto è costui, che anche uno scalino mi bisognava a salire:»—tal altro proverbiando favellava al vicino:—«Nuove scale sono queste per entrare in castello;»—intanto palla, o pietra, lo infrangeva, e il vicino gli montava sul volto, e a sua posta motteggiava con altri… Schiatta stolida e feroce, che calunnii la belva della foresta, entra nel bosco, e apprendi dal serpente Carità;—tu sei degna della vita di supplizio che hai, della morte di dolore che avrai.
¹ Poenituit quod hominem fecisset in terra. (Gen.)
Adesso, provato con esperimento di sangue che in quella maniera non potevano salire, stavano per ritirarsi i Francesi, quando si alzò una voce a confortarli che gridava:-«La porta è scassinata!» E di vero Carlo insistendo con la mazza d'arme aveva tanto fatto che la postierla era caduta dagli arpioni, e, seguitandolo i suoi, aveva varcato il limitare: al punto stesso ch'ei passava, una grandine di quadrelli lo cinse per la persona senza offenderlo, perchè era destinato; tuttavolta una delle freccie imbroccò nella vista dell'elmo al giovane Jonville, nel quale dubitava la gente se fosse maggiore o la cortesia dei costumi o la prodezza della mano, ed oltre fulminando gli traforò l'occhio sinistro, gli ferì il cervello, e cadde il gentile amareggiato non dalla sua morte immatura, ma dalla rimembranza dello antico genitore che lasciava diserto nel vasto castello dei suoi antenati.—Povero padre! e sì che di tanti figli non gli rimaneva che quello, e in lui solo viveva, in lui sperava, lui conforto della tediosa decrepitezza (conveniente vestibolo della morte) s'imprometteva; ed era pur pietà serbarglielo! Il buon vecchio già nel suo segreto gli preparava in isposa la figlia del vicino Barone, a cui riseppe che prima di partire aveva favellato di amore sotto la quercia,—e volle vedere questa quercia.—ed aveva trovato su la corteccia inciso i nomi degli innamorati, e traendo il pugnale, sopra quei nomi con mano tremula di anni e di gioia aveva impresso il suo, quasi mano imposta per benedirli:—povero padre!—Gente mercenaria e straniera lo composero dentro la bara, e il suo castello ebbero i consorti, che la vicina parentela in nessuno altro modo seppero dimostrare al trapassato, se non che coll'escludere i congiunti più lontani dalla eredità.—Forse fu compassione del giovanetto,—forse paura della propria esistenza, che vinse i Francesi sul limitare della mal varcata postierla; volge la testa il conte Carlo, li conosce atterriti, e: «Parvi» esclama «sia questo passo da non pagare gabella? è soddisfatto il pedaggio, andiamo avanti sicuri.»—Dio eterno! ridevano, e lieti calpestavano il corpo del trafitto fratello.
Superata la porta, mancava a vincere la saracinesca: riprincipiava lo strazio, chè i Pugliesi traverso le fessure scagliavano dardi senza posa, e i Francesi non avevano balestre da rispondere; si arrovellavano intorno ai pali, e di così rabbiosi fendenti li colpivano, che dove non fossero stati foderati di rame, rotti in mille stiappe, avrebbero dato l'ingresso: ma il rame resisteva all'impeto; i vani conati accennavano quello essere disperato travaglio, che non poteva, se non con tempo e pena infinita, condursi a buon termine.
Si aggiungeva a smarrirli altra avventura: i Vandamme, Stoldo dei Rossi, e lo scarso avanzo dei compagni, fuggivano a dirotta verso la porta; quando vi furono vicini di circa venti passi, veduta la saracinesca calata, conosciuti i compagni, vergognando di essere stati côlti in quell'atto di fuga, sapendo ogni via di salute chiusa, si misero in abbandono del corpo, e urlando ferocemente si avventarono contro gl'inseguenti:—e' fu indarno; sopraggiungeva tempestando Manfredi, da ogni lato sboccavano feritori, e facevano pressa all'intorno. Dopo alcuni momenti di zuffa bestiale, in che combatterono perfino co' morsi, smarrita la lena, lanciarono quelle armi, che erano loro rimaste, per aria, e chiesero quartiere: se giungesse amara la vista a quelli che stavano fuori della saracinesca, sel pensi chi legge; vi fu un Barone che giunse a tanto acciecamento, che internò la mano armata di scure nelle fessure, pensando di poter ferire nella zuffa che si combatteva a venti e più passi di distanza da lui; un fendente calato da Giordano Lancia, che gli recise il braccio alla giuntura del gomito, gl'insegnò a non introdurlo mai più nelle fessure delle saracinesche, e la Cronaca ricorda che ne facesse senno pel séguito. Adesso si avveravano i timori del Conte di Provenza;—pensava a ritirarsi;—per valore era perduta la impresa,—rimaneva la fortuna.
Calava la sera. Manfredi, ricevuti prigionieri i fratelli Vandamme, Stoldo con sei dei cinquanta che si avventurarono al rischio, voleva ordinare che si alzasse la saracinesca per fare impeto contro il nemico, e ributtarlo lontano dalle mura: all'improvviso ode alle spalle un correre imperversato di gente, un gridare incessante:—«Il nemico!—il nemico!»—volge la faccia, e mira sventolare sul torrione della porta del Rapido una bandiera che non gli sembra la sua; aguzza lo sguardo, si frega gli occhi, rimira, e: «Se Dio ci aiuti,» domanda al Conte Calvagno, che gli stava da presso, «cotesta non mi pare la nostra bandiera: guardate un po' voi, Conte, che l'aria è fosca, e noi non iscorgiamo bene.»
«O signor mio! » risponde il Calvagno voi non siete punto ingannato; azzurra è la bandiera, ma dentro vi sono i gigli di Francia.»