«Io te lo strapperò se una volta ti giungo,» grida stizzito Manfredi «o maladetto nell'anima di tuo padre, nella santità della tua fede!»—e rompendo gl'indugi trasvola cupido di venire a battaglia.
Ecco sorge in diversa parte con diversa fortuna il conflitto;—la notte, diventata del tutto oscura, lo rendeva più spaventoso:—i Francesi se per sorpresa s'impadronirono della terra, adesso si mostravano degni di averla potuta superare col valore; respinti non si smarrivano; saettati di sopra, dai lati, di fronte, con maravigliosa intrepidezza tornavano all'assalto:—non era questa battaglia ordinata; infiniti affronti particolari, combattuti per le vie e per le piazze; ogni capo di strada presentava nuova difesa ai Napolitani; ogni casa fortino: suonava nel buio aere per ambedue le parti altissimo il grido di guerra:—Mongioia! Mongioia! Viva Francia, e San Martino!—Svevia! Svevia! Viva Manfredi, e l'Aquila imperiale!—Ardevano gli animi già tanto inferociti, e senza distinguere gli amici dai nemici badavano a tagliare chiunque cadeva lor sotto.—A terribili tenebre succedeva terribilissima luce: sorgeva lo incendio; appariva una scena degna di essere contemplata dal Demonio; armi, uomini, animali a rifascio; la sembianza del morente più compassionevole dal lume sinistro, quella dell'uccisore più minacciosa; braccia e spade luccicanti, quasi sospese nel vano, scaturire dal buio, piagare, e involarsi; volti di caduti che alle scosse del dolore talora si nascondevano nell'ombra, e talora comparivano al riverbero delle fiamme, ad ogni istante mostrando essersi accostati di un passo alla morte: atti supplichevoli tronchi da fiere percosse, e le percosse vendicate da peggiori omicidii; il sangue chiamava sangue: chi uccideva di fronte spesso cadeva trafitto da tergo:—nè i cavalli imperversati menavano danno e paura minore dei cavalieri (tutto alla scuola dell'uomo si perverte); furiavano traverso la battaglia nitrendo, e parea che dalle narici dilatate fiutassero l'odore della strage; laceravano co' morsi, rompevano scalpitando; le zampe fino alla prima giuntura avevano ingrommate di sangue. Prevale l'incendio nella forza della rovina; però che con lampade siffatte conduca le sue _lucubrazioni_¹ la guerra.
¹ Lucubrazione è voce latina, non si trova su gli antichi vocabolarii; l'hanno ammessa i moderni, l'adopera l'illustre Botta tra gli altri luoghi al Libro II della Storia d'Italia: vale propriamente studio fatto di notte.
È da credersi che dove i Pugliesi non avessero rimesso un po' dell'animo loro per la presa inaspettata della terra, o pel timore che i Saraceni volgessero le armi contro Manfredi non si fossero avviliti, sarebbero stati vincitori; ma sfiduciati al punto in cui maggiormente abbisognavano di costanza, e con valore stupendo feriti dai Francesi sovvenuti del continuo di gente fresca, cominciarono a piegare: solo si reggevano nella contrada dove combatteva Manfredi; pure anche in questa assaltati dalle vie circonvicine, venute in potere del nemico, voltarono le spalle gridando:—salva chi può.
Allora cominciava un miserabile eccidio: le spade nemiche gl'incalzavano con ardore bestiale; quanti incontrarono resistenti, o cadenti, trucidarono; la età non salvava; il sesso incitava alla libidine, non alla pietà; dopo gli ultimi oltraggi, quelle sciagurate donne tagliavano. A noi non concede la mente di narrare lo sperpero commesso in quella notte dalle armi francesi, comecchè sappiamo che la più parte delle storie degli uomini sia composta di questi fatti; basti sapere che tra i morti per ferro e tra i morti per fuoco, sommarono le anime a meglio di diecimila.
Manfredi, travolto nella fuga dei suoi, conoscendo la voce della paura essere diventata più potente della sua, desideroso morire di ferita nel petto, fa un ultimo sforzo, e volta il cavallo. Avrebbe incontrato quello che andava cercando, perchè distinto dall'Aquila d'argento che portava per cimiero, contro di essa si sarieno rivolte le spade nemiche, se una nuova gente, da lui mai più veduta, sboccando dalla via che mena alla porta dell'Abruzzo, non lo avesse circondato gridando:—Svevia! Svevia!—Un Cavaliere gigantesco che teneva su l'elmo una Lupa gli si accostava, spingendo il cavallo a slascio traverso la pressa: e curvatosi dall'arcione, gli diceva in fretta: «Messer lo Re, la terra è presa, il Provenzale soverchia: se fossimo giunti avanti, vi avremmo fatto vincere; adesso non possiamo che salvarvi:—voi non ci conoscete, ma noi siamo vostri amici.»
—Dunque non è anche l'ora,—pensò Manfredi; poi rispose al
Cavaliere: «Gran mercè, Barone; da che siete venuto, vi accetto;
a Benevento potremo sospendere anche una volta la fortuna di
Carlo.»
«E se a Dio piace, superarla!» soggiunse lo sconosciuto. Quindi levando la voce che superò lo schiamazzo che si faceva d'intorno, ordinava ai suoi si serrassero, ponessero le lance in resta, e così andassero avanti. Quel battaglione di ferro si avanzava sfondando quanto gli si opponeva; lento lento, come un carro pesante, si approssimava alla porta dell'Abruzzo, conosciuta ancora col nome di San Giovanni.
«I miei figli! la Regina!»—urla all'improvviso Manfredi, e senza dire parola al Cavaliere che gli cavalcava al fianco riprende il cammino che aveva percorso. «I suoi figli!» s'intese al tempo stesso da una voce che partiva di mezzo allo squadrone «salviamoli.»
Il Cavaliere, che pareva il capitano, comandava alla masnada si cacciasse dietro Manfredi, e lo difendesse fino all'ultimo sangue. Bruttissimi fatti vedevano in passando, e degni di vendetta; pure, come chiamati da più grave faccenda, non li vendicavano. Alla svolta della piazza di Santa Maria delle cinque Torri ne contemplavano al chiarore dell'incendio uno incomportabile:—sopra un trafitto plorava, mettendo angosciosi guai, una bella giovanetta (se fosse moglie, od amante, non si sapeva); singhiozzava forte, e tra i singhiozzi con dolcissimi nomi lo appellava, e gli teneva discorsi, come se quello fosse stato un convegno di amore; così veemente l'agitava la passione, che fingendosi il cadavere a quel modo che le s'era presentato alla mente nei giorni felici, non lo vedeva adesso lacero per mille piaghe, livido d'infinite contusioni: aveva le labbra pendenti, immobili, sparse di bava sanguinosa; nondimeno ella vi accostava le sue, e ve le figgeva quasi a libarne il liquore della voluttà. Stava appresso alla dolorosa un soldato, e le diceva asciugasse le lacrime, morto un papa crearsene un altro, e con tali altri argomenti la consolava ch'io non li voglio dire: alla fine, conoscendo di non far frutto in quella guisa, l'afferrò per le trecce, e brutalmente la strascinava. Oh! quale era la faccia della meschina! Oh come stendeva le braccia al trapassato! Con quanti conati s'ingegnava colei per sottrarsi alle braccia che la menavano! I cavalieri che correvano dietro la posta di Manfredi levarono un grido, passarono via: solo uno uscì di fila, e spingendo in abbandono il destriero arrivò improvviso alle spalle del soldato, e levando più alto che poteva la destra, e acconsentendo con tutta la persona, di tale un colpo lo ferì su l'elmetto, che la mazza d'arme, spezzati i cerchii di ferro, s'internò più che mezza nel cranio; una vena di sangue gli spicciava bollendo dal capo…. barcollava…. cadde,—nè la mano abbandonò le trecce della giovanetta, anzi stringendo rabbioso gliene svelse gran parte; i bei capelli che scaturivano dalle dita, attestavano la sua brutalità, sì come il cranio fesso il castigo. La tapina donzella ricadde bocconi sul morto, o riprese il lamento più fiero di prima.