«Il ben venuto, Messere.»

«Nè io rimarrò:» parlava Rogiero «non siamo noi fratelli di arme, messer Ghino?»

«E a voi pure ben venuto: andiamo con l'aiuto dei Santi:—fate piano, che il fanciullo non si svegli, e non prenda paura;»—ammonì passando presso Manfredino, e gran tratto di via percorse su le punte dei piedi: lo imitavano i sorvegnenti; Manfredi represse fino un sospiro che gli si levò dal cuore profondo.

Giungevano alle ultime piante della foresta; videro una grossa squadra di Saraceni che portando moltissimi arbusti di pino accesi spandevano quel chiarore: guardarono più attenti, e riconobbero l'Amira Sidi Jussuff, e il Conte Giordano d'Angalone, che, montati sopra corsieri di battaglia, s'inoltravano abbattuti, senza dirsi parola. Arrivati che furono presso al luogo dove si celava Manfredi:—«Messer Conte,» domandò l'Amira a Giordano «guarda un po' in cortesia se il terreno parti piano a bastanza per potervi combattere.»

«Jussuff, e' par fatto a posta; nondimeno ti prego, aspetta che aggiorni.»

«Ho io indugiato a commettere il peccato? perchè indugierò ad emendarlo? O buon Manfredi, dove ti potrà raggiungere il tuo servo fedele?»

«Sia fatta la tua volontà; tanto, la morte non potrà giungermi amara quanto la novella che per mia colpa Manfredi ha perduto San Germano, e forse anche il Regno.»

«Dio nol voglia, Conte Giordano….»

«E dì, Amira; sai tu che la reale famiglia sia salva?»

«Sì, puoi morire con questa certezza.»