«Amira, ascoltami: nè io, nè tu, sappiamo su quale delle nostre spade adesso si posi la morte: non già per minacciarti, vedi, ma non potresti essere tu l'ucciso?»

«Guarderò di non esserlo; pure potrei.»

«E allora chi condurrà a Manfredi questa tua squadra quasi intatta, che di sì opportuno sussidio gli tornerebbe nei casi presenti? Se ami giovargli vivo, già non vorrai danneggiarlo morto!»

«Tu favelli le parole del savio, Conte Giordano: così tu avessi favellato sempre! Omar, Hussein, Soraka!» appellava Jussuff rivolto allo squadrone: i chiamati uscirono di fila, ed egli comandò loro: «per la fede che vi tiene soggetti a me vostro Amira v'impongo, che se questo Cavaliere mi ammazzerà, voi vogliate obbedirgli, finchè vi conduca a Manfredi, come se fosse mio figlio…. Oh! il mio figlio! raccomandatelo a Zuleika, e ditele che gli sia buona madre…. Soraka, e tu aggiungi da mia parte, che abbia cura di Zekim, il cane del mio amore, e divida il suo pane con Borak, il compagno delle mie battaglie, finchè piaccia al Profeta di chiamarlo ad altra vita…. Povero Borak!» aggiunse lisciando il suo cavallo lungo il collo «per te non si farà luogo in Paradiso; ormai è destinato; sette sole saranno le bestie che entreranno lassù…. veramente tu sei più bello dell'asino di Aazi, e del bove di Sidi Musa, quando anche fossero bianchi quanto la brinata…. Oh, povero Borak! non ti rivedrò in Paradiso, tu sei diseredato.» Dopo nuove carezze, traendo la briglia, lo spinse di un lancio verso il Conte Giordano, e: «Messere,» gli disse «il mio testamento è finito: tu hai nulla a disporre?»

«Nulla fuor che tu dica a Manfredi, che il mio ultimo sospiro fu per Dio, il penultimo per lui.»

«Allora possiamo cominciare.»—E sguainò ognuno la spada, e prese campo per precipitarsi più impetuoso contro l'avversario.

«Abbasso le spade!—si accosta il Re.»—Questa voce usciva dal maschio petto di Ghino mentre i due Cavalieri stavano per ferirsi, i quali maravigliati voltandosi videro Manfredi che si affrettava a gran passo verso di loro. Smontarono ambedue da cavallo, e con essi i circostanti Saraceni. Jussuff giunto allato di Manfredi si prostrò, secondo il costume degli Orientali, toccando con la barba la polvere, e lamentandosi in suono di pianto diceva: «Deh! fammi degno, o Signore, d'essere da te calpestato; tanto cadde basso l'anima mia, che porta invidia alla morte della cosa strisciante!»

Per altra parte il Conte Giordano, atteggiato ad ossequio, preso la mano di Manfredi, e accostandosela alla bocca la baciava sospirando: «O mio buon Re!…»

«Io ti ho tradito,» riprendeva Jussuff «come Iscariotto tradiva il figlio di Maria, nè il mio supplizio sarà niente meno terribile.»

Racconta la Cronaca che Manfredi in altri tempi avrebbe tenuto la promessa a Jussuff di trargli il cuore dal petto, e sbatterglielo su per le guance; ma che essendo venuta la stretta, nella quale gli era di mestieri condursi non come voleva, sì bene come poteva, gli ponesse la destra sul capo, e favellasse in questa sentenza: «La freccia se non è lanciata non piaga, l'arco se non è teso non iscaglia; ben sei tu stato la freccia, ma il colpo non si partiva da te. Sta scritto nel libro della legge, che l'uomo non può mutare in bianco un capello nero;¹ anzi noi pensiamo che non varrebbe a svellerlo nemmeno, laddove i destini non lo consentissero: già da tempo che non ha misura, l'influenza dei pianeti aveva decretato quello che adesso si è compíto; sta di buon animo; se la fortuna di Manfredi può ristorarsi, sarà ristorata;—se credi di averne offesi, noi ti perdoniamo.»