¹ Neque per caput tuum juraveris, quia non potes unum capillum album facere aut nigrum. (Ev. S. Mat., 5.)

«Generoso! E a te conceda Dio grande che le bandiere dei tuoi nemici ti formino la tenda che ti ripari dal sole di state;—te esaltino le anime dei profeti su la testa di Carlo.»

«Lo speriamo…. dalla spada però.»

«Sì, speralo, perchè ogni buona opera dee ricevere il suo premio anche in terra, e tu ne avanzi molti di questi premii. Or via, lasciami condurre a fine il mio duello, e poi mi ti porrò al fianco per non lasciarti mai più.—Fedeli,» aggiunse parlando ai Saraceni «s'io muoio, questi è il signor vostro; ogni ferita che darete in pro suo, sarà la migliore esequie che farete al mio spirito. A noi, d'Angalone.»—E levò la scimitarra.

«Fermati, Amira, tu fai torto alla persona del Re!» esclamò, interponendosi, Manfredi.

«Oh! fatti in là, pel capo di tuo padre, Manfredi: non volere ch'io maledica il momento che ho veduto il volto del mio Muleasso.»

«Lasciate, Messer lo Re,» supplicava il d'Angalone; «egli ha sete del mio sangue.»

«Non del tuo sangue, Conte; della mia fama.»

«Tu ci hai perduto una terra bene afforzata, e bella; ora ne vorresti perdere l'amico. Sappi, Jussuff, che senza sgridarti con la più leggiera rampogna, noi potremmo perdere tre, dieci città, il Regno, non l'amico della nostra fanciullezza.»

«Nè io ti fui meno amico di Giordano: tu vuoi che la infamia mi copra; ebbene ella coprirà la mia fossa, non già la mia vita.»—Ed altamente crucciato trasse un pugnale ritorto, levando il braccio quanto meglio poteva, per fendersi il seno. D'Angalone, che gli stava vicino, fu presto a trattenerglielo quando scendeva, gridandogli nell'orecchio: «Se il Profeta ti aiuti, tu commetti peccato.»