«Insegnami dunque la via di non commetterlo!»
«Noi te la insegneremo,» disse Manfredi; «già altra volta ti pregammo a differire la querela; differire non significa rimettere, e tu potrai riassumerla, allorchè avrà disperso questo turbine colui che lo ha ragunato.»
«Ben lo farei, perchè tu ne fossi contento; ma io non ne conosco esempio nelle storie che mi hanno narrato i miei padri.»
«E sì che se ne trovano meglio di cento! Mollak,» chiamò Manfredi «non è egli vero che nelle vostre storie occorrono molti esempii di Amiri, e di Raiah, che hanno differito il duello secondo la volontà dei loro signori?»
Erano i Mollak nei campi dei Saraceni quello che sono nei nostri i cappellani militari, se non che avevano alcuni attributi più cospicui, come essere consultati negli affari civili, sedere secondi dopo gli Amiri nelle assemblee militari, avere reputazione di sapienti, e molti altri che troppo vi vorrebbe a numerare. Il chiamato mostrava forse sessanta anni; venerando per pelame bianchissimo, di volto era acceso, gli occhi avea piccoli, neri però, luccicanti come due prugnole; rideva sovente, ma quel sorriso era fitto, nè compariva per altro segno che pel tremolio dei peli che in copia gli coprivano le labbra; e siccome cotesto moto poteva derivare dal più leggiero alitare dell'aria, così egli rideva sul viso alla gente senza che essa se lo pensasse: pel resto, maliziato quanto un mercante che vende, attento quanto un giudeo che compra, ipocrita un po' meno dei galantuomini del secolo diciannovesimo: e pure i Saraceni lo reputavano un Santo; e s'egli avesse raccontato loro che la sua mula gli aveva tenuto proposito di teologia, glielo avrebbero creduto; se affermato essere uno dei sette dormienti che dormirono settemila anni, sette giorni, sette ore e un quarto, glielo credevano; se prometteva di staccare il sole dal firmamento, gli si gittavano ai piedi a misericordia che nol facesse, perchè ne sarebbero rimasti inceneriti.—Poveri Infedeli! Dio sa quanti Santi di questa forma venerano adesso nelle loro meschite.—Udita che ebbe costui la chiamata, piegando in croce le mani sul petto profondamente si curvò, e disse: «Il Signore illumini i passi della tua gloria: molti sono nelle storie gli esempi che richiedi.»
«Io non gli ho mai saputi.» interruppe l'Amira.
«Questo deriva da non averli imparati. Raccontano le storie dei vecchi tempi, come quando Ruggero il Normanno ci rapì la signoria di Sicilia, un Roberto Sorlone suo prossimo consorte s'inoltrasse con una masnada di cavalieri sino nel contado di Gerami. Ora dominava in Gerami il lodato nella fede del Profeta Sidi Cheik-Alì padre della bella Zulema: era Zulema l'amore di Ibrahim, e di Rhèdi; giovani principali nelle loro tribù, pari di anni, di vigoria, e di valore; ambedue facevano risuonare la notte serena delle loro arpe armoniose, ambedue cantavano sotto le gelosie della bella Zulema, e lei dicevano corona di vita, pupilla degli occhi, e sè stessi assomigliavano agli usignuoli innamorati della rosa della valle, e scongiuravano la vergine a risguardarìi almeno nello estremo sospiro, che divisavano esalare sotto il suo balcone. La notte che precedeva la battaglia cadde un ranuncolo, il quale tra i fiori meglio si assomiglia al cuore; ognuno lo voleva intero per sè; vennero a contesa: se non accorreva la gente, si finivano a morsi: Ibrahim spezzò l'arpa sul capo di Rhèdi; convennero di andare per le spade, e conoscere a cui sarebbe rimasta la vergine. Sidi Cheik-Alì gli accolse nella sua dimora, e chiamava la figlia: venne la bella dall'occhio di gazzella, dal piè di cervo, vermiglia sì come il granato; a lei trascorsero gli sguardi, a lei i pensieri di tutti: fremevano di piacere alla vista dell'huris mortale.—Costei, parlò accennandola Cheik, non sarà per cui uccide il mio amico; sposo di mia figlia si dirà quello che nella vicina battaglia ucciderà il mio nemico.—E sparve Zulema, e con essa la luce dagli occhi dei giovani.—Là presso la rupe che adesso chiamano di Sorlone, il primo albore del giorno vide due cavalieri in agguato; si avanzarono i Normanni, gli precedeva Roberto, splendido di armatura di oro, e di piume rosse; gli si avventarono i due cavalieri nascosti:—il sangue di Sorlone ha dato il nome alla rupe.» «Chi dei due l'uccise, Ibrahim o Rhèdi?» domandarono a un tratto Jussuff e Ghino, che attentissimi ascoltavano.
«Ambedue lo ferirono. Rhèdi rimase sul campo; Ibrahim tutto sanguinoso tagliò la testa di Roberto, e senza pure fermarsi a fasciare le ferite corse a deporla ai piedi di Zulema; quivi cadde, e andò a dimorare co' suoi maggiori. Pe' savii della guerra fu dichiarato vincitore Ibrahim.»
«Furono ingiusti! » esclamò Ghino «pari il coraggio, pari la gagliardia; un dito di ferro che più o meno s'incarni, non vale a distinguere il prode.»
«Tu hai proferito la parola del savio,» fissandolo con lieta faccia disse Jussuff a Ghino; «io consento teco….» «Ed io te ne dirò delle altre, se tu vorrai ascoltarle: tu devi, se sei quel Cavaliere dabbene che affermi, e pel quale ti tengo, donare la tua querela al Re Manfredi; il prò di tutti anteponi al tuo: che cosa pensi che sia il malvagio? un uomo che procaccia il suo bene col danno altrui…. e poi tu non sacrifichi cosa di conto nel differire l'abbattimento; questo ti afferma il tuo Mollak; questo ti giuro ancora io, che spesso intervenni a duelli per le terre d'Italia.»